Archivi del mese: ottobre 2013

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Voi che non conoscete Dio ed il Suo Regno: preparatevi e state pronti!

Vi sottopongo in questa nuova sede un quesito che mostra quanto siamo soggiogati dalla mentalità del mondo. I manipolatori della coscienza di Dio, infatti, ci impongono una nuova coscienza che chiamano libertà di rifiutare Dio e di vivere secondo nuovi parametri “prestabiliti” da un nuovo ordine mondiale; che ci fanno credere sin da bambini, che Egli, Iddio, non controllerebbe neppure il Male; e che quindi non è di per se Onnipotente e, semmai, potrebbe anche non esistere e non essere mai esistito. Se non fosse per Gesù che è storicamente esistito, ed il Vangelo (che pochi, in realtà hanno letto 😉 ) potremmo quasi arrivare a dare ragione a quei molti (che ora sono la maggioranza anche fra i cristiani ed i cattolici, che insinuano persino Dio sia lo “strumento” con cui antichi potentati mantenevano l’ordine ed il controllo sui popoli (il cosiddetto “oppio”). Ma, eccone una dimostrazione di come sia facile impressionarci e farci credere che possiamo essere indifferenti al Bene e lasciare che siano gli altri, i più attrezzati e organizzati economicamente, politicamente, culturalmente, socialmente, scientificamete a vincere sul nostro cuore, la nostra mente, la nostra anima, il nostro spirito. In questo breve filmato, cui seguirà un eloquente commento di Donpa sulla Nuova Gerusalemme ed i “servi del Signore” che vengono uccisi purque non portino la verità ai piccoli, osserviamo insieme come la tendenza a rimettere tutto in discussione, Dio compreso, noccia alla nostra stessa natura di essere di aiuto agli altri per il bene generale; e che alla fine, ogni dubbio ingenerato e indotto, non ha di per se senso e viene smentito con la logica della Fede. Perchè basta un minimo di ragionevolezza, grande come un granello di senape, per comprendere che Dio si re-invera ogni volta che lo chiamiamo in soccorso:

Gesù in Mc 4,1-2 ci illustra la realtà dinamica del «regno di Dio» – da intendersi come esercizio del regnare attraverso tre immagini relative all’attività della semina: la celebre parabola del seme caduto su diversi tipi di terreno (cf. Mc 4,3-20) e poi quella del seme che cresce spontaneamente e quella del piccolo granellino di senapa. Per dirla alla romana: cogliamo i senso del Regno, il bene che porta a noi e agli altri e damose da fà!

«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa». Ecco la grande fede di Gesù in Dio, che deve essere anche la nostra fede: ciò che conta è seminare il buon seme del Regno, essere già nella Vigna del Signore, ossia predisporre tutto nella propria vita affinché il regnare di Dio possa iniziare a manifestarsi nella storia. Fatto questo, occorre dimorare nella pace, «poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco nella spiga». Non serve che ci diamo un gran da fare nel tentare di convincere gli altri delle nostre pur sincere intenzioni, se già non siamo del Regno e non siamo ancora pronti a dare testimonianza del Regno e presentarci come uomini del “futuro” incardinati nella Parusìa del Signore. Il contadino che han gettato il seme, il più piccolo che sia il seme o l’operaio, se è ricco di fede e di ingredienti (con una coscienza di dio e del Creato ed un DNA non manipolati geneticamente, proprio per la loro stessa natura insomma, perchè direttamente riconducibile al Pensiero di Dio che li ha generati è anche Via, Vita, Verità, Parola di Dio, Opera di Misericordia, di Carità e di Pietà cristiana, Operatrice di Bene e di Pace; e per questo non deve preoccuparsi, non deve intervenire per misurarne la crescita, perché minaccerebbe i germogli: il tempo della mietitura – ovvero l’ora del giudizio finale (cf. Gl 4,13) – verrà certamente, ma non per il suo operare, bensì per dono di Dio, che fa crescere il Regno e prepara l’ora della sua piena manifestazione (Parusìa). Anche in questo Gesù è il nostro modello: la sete del regno di Dio era la ragione profonda della sua esistenza ma, una volta annunciato il Regno con franchezza, Egli non si è preoccupato dei risultati immediati; anzi, ha accettato persino di essere rifiutato e messo a morte, identificandosi con il chicco di grano caduto a terra, che deve morire per portare molto frutto (cf. Gv 12,24).

Nell’altra parabola Gesù paragona il Regno a un granellino di senapa: è il seme più piccolo che esista eppure, una volta seminato, diventa un arbusto con «rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (cf. Ez 17,22-24). Ecco qui lo sviluppo straordinario del seme, sulla contrapposizione tra la sua piccolezza iniziale e la sua grandezza finale. Il regno di Dio ha una sua forza invisibile ai nostri occhi, è vivo ed efficace come la sua Parola (cf. Eb 4,12), ma questa potenza si manifesterà solo alla fine della storia. Con questa immagine Gesù non mira a consolare i credenti che vivono un oggi scoraggiante, assicurando loro un avvenire grandioso, ma vuole spiegare il senso positivo già presente nell’oggi: non è l’albero che dà la forza al seme, ma è il seme che con la sua potenza vitale si sviluppa in albero! Così accade per il Regno: nell’oggi dei credenti appare come una realtà piccola, ma alla fine dei tempi sarà manifestata la sua grandezza. La parabola rivela dunque che i criteri della grandezza e dell’apparire non devono essere applicati alla storia del regno di Dio, e ammonisce chi sa ascoltarla: la piccolezza non contrasta con la vera potenza. Basta avere fede pari a un granellino di senapa per spostare un monte (cf. Mt 17,20) e lo straordinario della nostra vita è nascosto, come «la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cf. Col 3,3).

Eppure, c’è un punto che ancora ci risulta estraneo: cosa è il Regno di Dio? Immaginate dunque una Gerusalemme e qualcuno che ve l’annunci come la città ideale dei vostri sogni, dove essere eternamente felici con i vostri cari e tutte le persone cha amano intensamente… Ad un certo punto introducete nella storia l’ignoranza, la protervia, la rassegnazione al male, gli interessi di un gruppo ristretto di manipolatori e cultori di morte, di ingannatori e mentitori, di assassini e potentati, i cosiddetti guastafeste

Vangelo di Luca 13,31-35

31 In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
32
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33 Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»

Commento preso dal sito di Don Paolo Spoladore

Preparati

Gerusalemme, Gerusalemme, hai ucciso e lapidato i profeti che sono stati mandati a te per prepararti all’incontro con Colui che viene a offrire salvezza. Gerusalemme, Gerusalemme, hai ucciso e lapidato i profeti che sono stati mandati a te e così non solo non ti sei preparata all’incontro con Colui che viene a donare salvezza, ma hai aperto le porte per far entrare tra le tue mura colui che viene a portare distruzione e devastazione. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai voluto incontrare Colui che viene a offrire salvezza e, ormai, colui che porta con sé distruzione e devastazione è dentro di te, ragiona in te, parla in te, si muove in te. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai accettato che Colui che viene a offrire salvezza raccolga i tuoi figli come fa una chioccia con i suoi pulcini sotto le sue ali, per proteggerli, metterli al riparo, accudirli, guidarli. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai accettato di metterti sotto le ali di Colui che viene a offrire salvezza, e ti sei fatta proteggere dai lupi rapaci del mondo, che sono entrati tra le tue mura per sbranarti, ti sei fatta difendere dai poteri forti e violenti degli imperi, che non hanno altro in cuore che approfittare di te e saccheggiarti, hai affidato la tua vita in mano a re senza scrupoli che non desiderano altro che schiavizzarti e sottometterti, a politici corrotti che non sanno fare altro che organizzare i propri interessi, a scienziati senza amore, a maghi, istrioni, falsi illuminati e profeti senza onore, che amano solo il denaro e il potere.
Preparati, popolo della vecchia Gerusalemme, preparati perché quello che non hai cantato al tuo Signore in sapiente gratitudine e intelligente riconoscenza, lo hai proclamato al principe delle tenebre e della morte e, prima che il Signore torni, il principe del male si sta organizzando in tutto il mondo per attirarti nel suo abisso. Preparati, popolo della vecchia Gerusalemme, preparati perché le porte che non hai aperto al tuo Signore nella gioia e nell’amore, le hai aperte al principe della separazione e dell’inganno e, prima che il Signore torni, il principe del male sarà entrato in ogni tua strada, piazza, stanza e giaciglio.
Figli di Gerusalemme, vi siete vergognati di Colui che viene a offrire salvezza e lo avete disprezzato, per osannare colui che porta con sé distruzione e devastazione. Figli di Gerusalemme, la vostra scelta è rispettata ed ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Figli di Gerusalemme, siete stati abbandonati a voi stessi e non vedrete più il volto di Colui che viene a offrire salvezza, fino al giorno in cui Colui che viene a offrire salvezza tornerà, e tutta l’umanità canterà: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! In quel giorno finiranno le argomentazioni, le filosofie, le ideologie, le discussioni, i pareri, le opinioni, i parlamenti, i ragionamenti, le dimostrazioni, le dottrine, le culture, e tutto sarà sostituito dal canto dolcissimo e solenne dell’umanità risvegliata e amante della nuova Gerusalemme.
La nuova Gerusalemme non si rivolgerà più a Colui che viene a offrire salvezza con le parole e i discorsi, ma solo con il canto, il canto che nascerà dalla profondità del cuore e con tutta la forza dell’intelligenza: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

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La distruzione della terra è voluta per rinnegare la Bellezza

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Da: Che Tempo che Fa, 13 ottobre 2013: Renzo Piano

20.33 Preferisce essere chiamato architetto, si sente più preparato. Ma racconta della grande emozione provata entrando in Senato: “Un orgoglio civile, non un orgoglio personale”.

20.34 Quale il rapporto tra arte e politica? “La politica è un’arte. Io penso sempre al giuramento della Polis, in cui i politici giuravano di consegnare al termine del mandato un’Atene migliore di quella che avevano ricevuto”. Come oggi proprio, eh.

20.36 “L’Italia è per forza una culla delle cultura, perché ha la testa in Europa e i piedi in Africa”.

20.37 Si parla dunque del progetto delle città del futuro: per lui sono le periferie. “Spesso non sono fotogeniche, ma sono ricche di umanità. Il destino delle città è nelle periferie. La nostra generazione ha fatto un po’ di disastri su quello che ci hanno lasciato i nostri avi, ma i giovani devono guardare alle periferie”.

20.39 Il suo concetto non è ‘ampliare’ le periferie, ma completarle, raffinarle, ma non estenderle, anche perché bisogna tutelare la fragilità del nostro territorio. “Il nostro Paese ha bisogno di un’opera ciclopica di ‘rammendo’, sul fronte idrogeologico, sismico. E come una casa bella ma mai manutenuta”.

20.41 La sua bellezza, la sua idea di bellezza è nell’urbanità, nel costruire luoghi di incontro.

20.42 Perché da noi non si punta sulle energie alternative? E’ uno dei grandi misteri. “Se mettiamo insieme la bellezza paesaggistica, quella costruita e la bellezza del suo popolo, l’Italia è imbattibile”.

20.43 “La bellezza è come il silenzio, come lo evochi sparisce. Ma quella dell’Italia non è fatta di cipria, di superficie, ma profonda, di cultura. Che non è affatto inutile. Ed è quello che deve dare la forza ai giovani”. Un discorso molto ‘politico’ nota Fazio.

20.44 La differenza tra buon lavoro e un bel lavoro? “Il buon lavoro è bello anche dentro…”.

20.46 Fazio ricorda che la prima barca che ha costruito era sbagliata. “Non l’avevo disegnata io, ma la costruì. E non passava per la porta del garage”. Aveva 18 anni, eh.

20.47 “Si parla tanto di local, ma quando lavori sulle radici, che ti porti sempre con te, diventa il tuo universale”.

20.48 Perché non ha votato la fiducia? “Perché ero a New York. Ma ho intenzione di onorare le istituzioni. Io ho un ufficio a Roma, ed è la prima volta che ho un ufficio e ci andrò. E questo è proprio il mio progetto più ambizioso. Ma quello che ha colpito me e le matricole è che è un impegno a vita: non è una corsa, è una maratona”.

20.49 “Qualche gentile critico ha parlato di me e di noi senatori a vita come una ‘pedina’ nelle mani di qualcuno: ma figuratevi se io o Carlo Rubbia possiamo diventare pedine di qualcuno! Nessuno di noi si farà mai usare”.

20.51 Darà il suo emolumento da senatore per girarli a giovani progettisti per il consolidamento di istituti pubblici, scuole in primis.

20.51 “I mestieri di grande responsabilità penso debbano essere retribuiti. Questo depauperamento della politica mi preoccupa, temo livelli alla mediocrità”: così Fazio, che mi sa lancia già frecciate al prossimo ospite…

20.53 “E’ importante che i giovani non si abituino alla mediocrità” dice Piano che non fa che parlare di giovani, giovani, nuovi mestieri per i giovani, ai quali lui sta e vuole lavorare. “Mi domando se questo sia possibile in un Paese che si sta ripeigando su se stesso, che si autocommisera, fino all’autodistruzione”. E il consiglio è sempre lo stesso: viaggiare, per conoscere e capire gli altri. E capire che la diversità è un valore, non un problema”. E per capire anche quanto sia bella l’Italia, alla quale siamo fin troppo abituati.

21.00 Brunetta: “Posso dire una cosa? Bellissima intervista politica a Renzo Piano”; Fazio: “Beh sì, politica ALTA”. Si inizia alla grandissima.

20.55 “Pubblicità, sennò ci danno la multa”: altra frecciata?

Si consideri che quanto riportato non è tutto ciò che è stato detto da Piano, perchè si è pure impegnato in disquisizioni filosofiche e spirituali di alto livello.

Qui ho ritenuto inserire il soprariportto testo:

Pierpaolo-pasolini-io-chi-sono-i-responsabili-della-distruzione-antropologica-degli-italiani-responsabili-della;

Lo-scopo-della-guerra-non-e-la-vittoria-ma-la-continuita-e-la-distruzione-di-quanto-prodotto-dal-lavoro-umano;

Slow-food-story-lavventura-di-carlo-petrini-diventa-un-film-la-decrescita-felice-e-il-cibo-passando-per-i-presidi-alimentari;

Dio-patria-e-famiglia-se-ne-sono-andati-ma-per-risorgere-ius-soli-giusto-non-tassare-la-prima-casa-bene-piu-sacro;

Sociologia-o-meglio-come-lo-sport-straniero-delocalizzato-e-la-tv-modificano-la-cultura-e-corrompono-i-costumi;

-La-cultura-viene-manipolata-da-cima-a-fondo-per-sovvertire-naturali-geni-loci-e-talenti-umani-watt-e-cecilia-gatto-trocchi;

I-borghi-di-xenobia-e-la-casa-del-pane-betlemme-nei-tempi-della-parusia-verita-carita-prontezza-e-gratuita;

Il-mecenatismo-tra-scuole-medicei-e-neorealismo-la-rinascita-diego-della-valle-contro-il-patto-sindacale-de-corsera;

– Cercate-il-bene-non-il-male-affinche-lo-eterno-sia-con-voi-amos-514-paura-conosciamo-le-cose-che-contano-davvero;

Su-cio-che-piace-e-non-piace-a-satana-dalle-lettere-a-berlicche-allesoterismo-di-dan-brown-codici-demoni-e-linferno;

Dalla-civilta-contadina-alle-campagne-trasformate-la-cultura-agricola-e-dei-pescatori-nella-vera-resilienza-cattolica.

Questi sono alcuni Titoli di escogitur dove ritengo ci sia attinenza con la bellezza ed il tema trattato da Piano

I peccati contro lo Spirito Santo

La vera contrizione, necessaria per non andare all’Inferno

image001[1]Scritto e segnalato da Carlo Di Pietro

I peccati contro lo Spirito Santo sono “quei peccati che manifestano la sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia, e questo comporta disprezzo e rifiuto di tutti gli aiuti offerti da Dio per la salvezza”. (cit. Amici Domenicani, v. contrizione)

Vengono detti contro lo Spirito Santo perché l’opera della conversione e della santificazione è attribuita allo Spirito Santo. Sono sei:

– l’impugnazione della verità conosciuta;

– l’invidia della grazia altrui;

– la disperazione della salvezza;

– la presunzione di salvarsi senza merito;

– l’ostinazione nel peccato;

– l’impenitenza finale.

Come dice S. Giovanni, “la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo”. Perciò l’impugnazione della verità conosciuta, e l’invidia della grazia altrui appartengono più alla bestemmia contro il Figlio dell’uomo che alla bestemmia contro lo Spirito Santo. (Summa Th. II-II, 14, q.2)

S. Bernardo ha scritto, che “non volere obbedire è resistere allo Spirito Santo”. E la Glossa insegna, che “il pentimento simulato è una bestemmia contro lo Spirito Santo”. Anche lo scisma sembra opporsi direttamente allo Spirito Santo, dal quale dipende l’unità della Chiesa. (Ivi.)

I doni di Dio (…) che allontanano dal peccato, secondo l’Aquinate, sono due:

Il primo è la conoscenza della verità: e contro di esso sta l’impugnazione della verità conosciuta, che consiste “nell’impugnare le verità conosciute della fede, per peccare con maggiore licenza” (… quello che fanno, purché – o poiché – ben informati, i reprobi, gli eretici, gli apostati, gli scismatici, gli atei … e chi probabilmente li fomenta o giustifica, anche mezzo stampa, ed anche non correggendo pubblicamente le eventuali false interpretazioni date o “incomprensioni” che comunque sono figlie dell’ambiguità);

Il secondo è l’aiuto della grazia: e contro di esso sta l’invidia della grazia altrui, che consiste nel fatto che uno non solo invidia il fratello come persona, ma invidia la grazia di Dio che cresce nel mondo (… quello che fanno, credo, anche i falsi profeti, probabilmente invidiosi di chi è in grazia di Dio, desiderosi di far corrompere anche i loro fratelli).

Da parte poi del peccato due sono le cose che, secondo il Dottore Angelico, possono trattenere l’uomo dalla colpa:

La prima è il disordine e la bruttezza dell’atto, la cui considerazione suole indurre l’uomo a pentirsi del peccato commesso. E contro di essa abbiamo l’impenitenza, non nel senso di durata nel peccato fino alla morte, come sopra si è detto (infatti allora non sarebbe uno speciale peccato, bensì una circostanza del peccato), ma quale proposito di non pentirsi;

La seconda cosa (che può trattenere dalla colpa) è la meschinità e la brevità del bene che uno cerca nel peccato, secondo le parole di S. Paolo: “E che frutto aveste delle cose di cui ora vi vergognate?”. E questa considerazione è fatta per indurre l’uomo a desistere dal peccato. Ma questo effetto viene eliminato dall’ostinazione, cioè dal fatto che un uomo stabilisce il suo proposito nell’adesione al peccato.

Di queste due cose si parla in quel passo di Geremia: “Non c’è nessuno che si muova a penitenza del suo peccato, e che dica: Che ho mai fatto? Tutti son rivolti a correre per il loro verso, come cavallo che va di carriera incontro alla battaglia”. (Ivi.)

Cristo ha prodotto la grazia e la verità mediante i doni dello Spirito Santo, offerti da lui a tutti gli uomini. Non volere obbedire si riduce all’ostinazione; la simulazione del pentimento all’impenitenza; e lo scisma ricade nell’invidia della grazia altrui, dalla quale grazia sono compaginate le membra della Chiesa. (Ivi, IIª-IIae q. 14 a. 2 ad 3 ad 4)

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.

Il sacro Concilio di Trento ha dichiarato non essere lecito a chi ha sulla coscienza un peccato mortale e può avvicinare un confessore, di ricevere la Comunione, anche se pentito nella maniera più profonda, prima di essersi purificato mediante la Confessione (sess. 13, cap. 7, can. 11).

Poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri soprattutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4).

Il sacramento della Penitenza (oggi “confessione” se si riesce a trovare un vero confessore), oltre alla materia e alla forma, che ha in comune con gli altri sacramenti, contiene tre elementi necessari a renderlo integro e perfetto: la contrizione, la confessione e la soddisfazione. Dice in proposito san Giovanni Crisostomo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare tutto volentieri: nel suo cuore  la contrizione, sulla bocca la confessione, nelle opere grande umiltà, ossia la salutare soddisfazione” (Grat., 2, causa 33, q. 3, dist. 1, can. 40). Ora queste parti sono indispensabili alla costituzione di un tutto. (Dich. Cat. Tridentino)

Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: “La contrizione  un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più„ peccare per l’avvenire” (sess. 14, cap. 4). Parlando pi„ oltre della contrizione, aggiungono: “Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purchéƒsia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà‚ di fare quanto necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza”. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.

La contrizione è un atto della volontà‚ e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perchèƒ la Scrittura lo usa cos€ (dice David al Signore: “Fino a quando nell’anima mia proverà… affanni, tristezza nel cuore ogni momento?”) (Sal 12,3), sia perchéƒ il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore; i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero far penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21; Lc 10,13).

II dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore; la misura della contrizione dev’essere la carità. Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convenitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

Come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35).

Sarà utile ammonire i fedeli ed esortarli nella maniera più efficace a esprimere un particolare atto di contrizione per ogni peccato mortale, poiché dice Ezechia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15).

Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessario per una vera contrizione:

La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: “Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge” (Gc 2,10);

La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza;

La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; ne mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso”. E più oltre: “Quando l’empio si allontanerà dall’empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua”. E più oltre ancora: “Convenitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; così queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,21ss).

La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso dicendo all’adultera: “Va’ e non peccare più” (Gv 8,11) e al paralitico risanato nella piscina: “Ecco, sei risanato: non peccare più” (Gv 5,14).

Comanda il Tridentino ai preti e confessori (Dich. Cat. Tridentino al n° 251) “Cercheranno infine i pastori d’ispirare nei fedeli un odio sommo contro il peccato, sia a motivo della sua immensa e vergognosa bruttezza, sia perché arreca gravissimi danni in quanto aliena da noi la benevolenza di Dio, da cui abbiamo ricevuti tanti beni e tanti maggiori ce ne ripromettiamo, mentre poi ci condanna alla morte eterna con i suoi acerbi tormenti senza fine.

Va ricordato che la Penitenza (oggi “confessione”) differisce dagli altri Sacramenti perché “nella Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione“, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4). L’uomo, quindi, dovrà fare un esame di coscienza (l’ignoranza non scusa), dovrà essere contrito e dovrà “soddisfare” perché la soddisfazione è “l’integrale pagamento di ciò che è dovuto, poiché è soddisfacente ciò a cui nulla manca“. Esempio: ”Chi ha rubato, ormai non rubi più; lavori piuttosto con le sue mani per venire incontro alle necessità di chi soffre” (Ef 4,28).

Dal canto suo, il Sacerdote, ascoltando le confessioni dei fedeli, ha il compito di giudicare se veramente esiste in loro il pentimento richiesto per la valida assoluzione sacramentale; se questo manca, non può concedere l’assoluzione e, se lo facesse lo stesso, commetterebbe un peccato grave di sacrilegio: il penitente pure peccherebbe gravemente. Può esserci assoluzione solo se c’è la volontà esplicita del penitente di non peccare più (il peccato prevede deliberato consenso e piena avvertenza).

Esempio: CjC 1917, Can. 2356. “Bigami, idest qui, obstante coniugali vinculo, aliud matrimonium, etsi tantum civile, ut aiunt, attentaverint, sunt ipso facto infames; et si, spreta Ordinarii monitione, in illicito contubernio persistant, pro diversa reatus gravitate excommunicentur vel personali interdicto plectantur“. (I bigami, cioè quelli che, nonostante l’impedimento del vincolo coniugale, abbiano tentato un altro matrimonio, sebbene soltanto civile, come dicono, sono per lo stesso fatto infami, e se, disprezzato l’ ammonimento dell’Ordinario persistano nell’illecito concubinaggio, secondo la diversa gravità del reato, siano scomunicati o siano puniti con un interdetto personale.)

Altro esempio: CjC 1917, Can. 855. “§ l. Arcendi sunt ab Eucharistia publice indigni, quales sunt excommunicati, interdicti manifestoque infames, nisi de eorum poenitentia et emendatione constet et publico scandalo prius satisfecerint“. “§ 2. Occultos vero peccatores, si occulte petant et eos non emendatos agnoverit, minister repellat; non autem, si publice petant et sine scandalo ipsos praeterire nequeat“. (Sono da respingere dalla Eucaristia i pubblicamente indegni, i quali sono : gli scomunicati ,gli interdetti e i manifestamente infami a meno che non risulti manifesto il loro pentimento e la loro correzione e non abbiano prima scontato la pena per il pubblico scandalo. Invero i peccatori che agiscono di nascosto, se di nascosto chiedano e il ministro non li avrà riconosciuti emendati, li respinga, invece se chiedono pubblicamente e senza scandalo non può trascurarli).

È scomunicato automaticamente: – chi ricorre all’aborto ottenendo l’effetto voluto e chi procura tale aborto; – chi è responsabile di apostasia, eresia e scisma; – l’appartenenza a logge massoniche; – ecc …

C’è un altro tipo di dolore, detto “imperfetto” che è l’attrizione. ”Il dolore imperfetto (attrizione) ci ottiene il perdono dei peccati quando è unito alla confessione“. (cit. Il mio libro di preghiere, CLS, Verrua Savoia)

E’ buona cosa comunque recitare ogni sera una preghiera o supplica a Dio affinché, in casi gravi, ci conceda la grazia della vera contrizione finale e non ci faccia perire improvvisamente. Ciò, ben inteso, deve comunque prevedere già nell’animo della persona un pentimento attuale, casomai anche recitando l’Atto di dolore. Si ricordi il lettore che comunque Dio è misericordioso ma giusto, quindi non permette che reprobi, scandalosi, peccatori contumaci, ecc … ricevano il “premio della vita eterna” che invece è riservato ai giusti. Dio non mente e non è ingiusto, quindi ognuno riceverà in base a ciò che ha dato, “sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore” (Col 3,24); il motivo – e non lo scopo – della ubbidienza del servo ideale è l’eredità; l’«eredità incorruttibile, immacolata» (1Pt 1,4); la «corona della giustizia» (2Tm 4,8); la «vita eterna» (Gv 6,47) .

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)