Lo zelo di Zola. Il vescovo di Lecce che per primo credette alle rivelazioni di La Salette

ZOL

Lo zelo gentile e profondo di un “normale” vescovo del Sud ottocentesco, postunitario e massonico: Salvatore Luigi Zola. Che dell’ordinarietà seppe fare eccezionalità. Rapito dal mistero e radicato nella realtà, mescolò l’eterno al quotidiano. Per questo fu considerato subito santo, senza mai esserne proclamato. Vita del vescovo che per primo riconobbe, contro ogni corrente contraria, i segreti della apparizioni de La Salette e protesse Mèlanie Calvat

 

 

1506533_10203053101907211_1212125424_n (1)di Pierpaolo Signore

Quella che sto per raccontarvi è una storia semplice, di un vescovo santo… mai fatto santo. Non è un gioco di parole. Una causa di beatificazione che si è arenata, forse definitivamente, forse no, per motivi a noi sconosciuti, per delle cause solo ipotizzabili, ma assolutamente incerte. Del resto, oltre ai santi ufficialmente canonizzati esiste quella sterminata schiera di santi sconosciuti che popola la cosiddetta “Chiesa trionfante”, quella comunione di persone che al cospetto di Dio intercede incessantemente per noi uomini ancora nella prova e bisognosi della grazia divina.

Un vescovo santo… mai fatto

ZOLAÈ la storia del servo di Dio Salvatore Luigi Zola, vescovo di Lecce dal 1877 al 1898, la storia di un Pastore e della sua vita spesa nell’ordinaria premura di curare il proprio gregge. Un racconto che non promette nulla di eccezionale, che non presenta alcun effetto speciale di particolare interesse o miracoli in 3D, ma che lascerà in noi solo una serie di interrogativi senza risposta.

Siamo negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando la società pugliese viveva uno dei periodi più intensi e travagliati della sua storia. Le masse popolari erano costituite esclusivamente da contadini senza terra, costretti a prendere in fitto piccoli appezzamenti di terreno e le condizioni di vita aggravate dall’entrata in vigore della legge sul servizio militare obbligatorio che poteva anche prolungarsi tre anni, e che sottrasse molte braccia ai campi. Come se non bastasse, nel 1881 si registrarono anche un forte declino demografico, una crescita produttiva e commerciale bassissima per la persistenza di un sistema feudale e fondiario con una eccessiva frammentazione della proprietà agricola insieme ad una arretratezza delle tecniche di produzione e commercializzazione che si allontanavano inesorabilmente dagli standard nord-italiani e nord-europei. In cima alla lista dei propositi politici dei governi c’era sempre l’estromissione della Chiesa da ogni sistema educativo e prossimo alla gente comune.

Gli esiti del contrasto fra Stato e Chiesa erano evidenti quasi ovunque: negli Stati del mondo in cui esisteva una cospicua o, semplicemente, attiva presenza cattolica, era all’ordine del giorno la violenza, non solo verbale, ma anche legislativa, da parte dei governi che si alternavano.

Il vescovo Zola, sin dall’inizio del suo episcopato, cercò costantemente di creare un dialogo tra le correnti laiche e quelle cattoliche, convinto che senza la Chiesa «nulla può vivere né all’ordine, né al progresso, né al ben essere dell’umano consorzio». Zola denunciava senza alcuna remora l’esistenza, all’interno della società, di molti nemici della Chiesa, i quali miravano a distruggerla, sfruttando ogni mezzo a propria disposizione: «Tale e non altra è la tendenza dell’ammodernata società, la quale, senz’addarsene, prepara a se stessa la morte».

Per questo motivo, Zola esortava i fedeli ad amare la Chiesa e Gesù Cristo in essa, a guardarla come madre e maestra infallibile, a «non uscire mai da quest’arca di salute, perché andreste perduti». Scriveva anche: «I suoi comandamenti sono sacri, la sua legge è veneranda. Chi non ascolta questa madre […] è un uomo fuori dall’arca, gettato in mezzo alle onde, in pericolo di naufragio». Il rimedio vero ed efficace era, quindi, quello di stringersi attorno alla Chiesa e di unirsi, per difenderla dagli assalti dei nemici, senza rimanere freddi, inoperosi e indifferenti.

Da Napoli alla Finibus Terrae, nel deserto morale post-unitario

Esortazioni, le sue, che si ponevano in maniera, quasi meticolosa, all’interno del magistero di Leone XIII e seguivano le sue indicazioni, le uniche che avrebbero potuto portare alla soluzione dei problemi della società. Egli sperava di riconquistare, in breve tempo, il rapporto benefico tra la Chiesa e lo Stato, senza per questo chiudere gli occhi sui vari volti della guerra dichiarata alla Chiesa, tanto da scrivere: «L’odierno Nazionalista, Panteista, Massone, Liberale, Cattolico-liberale, Socialista, Comunista e Nichilista non faccia insulti alla Chiesa. Tutti questi essendo tanti lupi, conosceteli: come tanti serpenti, perché altro non sono, schiacciate loro il capo. Iddio vi benedirà e la Chiesa vi terrà in conto di benemeriti figli».

Zola, in tutto ciò, procedeva convinto che il pontificato di Leone XIII fosse «uno di quei grandi Pontificati, che rimarranno immortali nella storia, per i vantaggi e per i beni recati non solo alla Religione ed alla morale dei popoli, ma alle scienze, alle arti, alle lettere, alle virtù».

Certamente, il Servo di Dio non si limitò a seguire teoricamente il magistero di Leone XIII, ma spese tutta la sua vita cercando di tradurlo in azione. Egli, in quanto «vigile sentinella nella casa del Signore», si sentiva «obbligato a smascherare e le mene e le astuzie dei malvagi, ad opporsi con eroico coraggio ai loro intendimenti, e confermare i fedeli a ciò che i tristi presero particolarmente a combattere».

In particolare, dopo gli anni ’60 – ’70, si erano diffuse dottrine ostili alla Chiesa la quale, essendo considerata nemica della grandezza della Patria e guardata con sospetto, era spogliata dei suoi beni. Così, il vescovo di Lecce, rivolgendosi «ai Principi» che «presiedono alla società civile» e «alla civile Magistratura», esortò costoro a tener presente il fatto che il potere era stato loro concesso da Dio e che, se avessero tenuto in considerazione le dottrine della Chiesa, sarebbero riusciti a procurare il bene dei sudditi e a punire con giustizia i malvagi. Essi dovevano considerare che la Chiesa ha un’azione benefica e il Papa non è un nemico dello Stato, come sosteneva la stampa fallace, ma è sempre attento alla prosperità degli Stati.

Anche per quanto concerne la stessa realtà ecclesiale, la situazione era divenuta molto grave. Molti seminari erano stati chiusi e tra questi, quello leccese, occupato nel ’71 e usato come caserma. Così la formazione dei nuovi sacerdoti era ostacolata e nel clero ormai serpeggiavano divisioni e apostasie favorite dai nuovi governanti.

«la conversazione, il portamento, il tratto, e fin l’abito» : la ricostituzione del clero

Piazza della Cattedrale e del seminario in Lecce

Così Zola, comprendendo che la Chiesa leccese sarebbe dovuta ripartire da una profonda formazione del nuovo clero, avvertì la necessità di riportare in esso la purezza della dottrina della Chiesa.

Zola ebbe così una grande premura verso i suoi sacerdoti poiché ne considerava la grandezza e la immensa responsabilità nel guidare le anime loro assegnate. Li esortava incessantemente ad essere di esempio, non solo con le parole, ma anzitutto con le opere, a far trasparire la loro santità sottolineando che tutto in loro, «la conversazione, il portamento, il tratto, e fin l’abito» avrebbe dovuto far trasparire «il soave odor della virtù».

Li incoraggiava a curare lo spirito con la preghiera, la meditazione, la celebrazione dei Divini Misteri, la recita devota dell’Ufficio divino, gli esercizi spirituali e con sano realismo aggiungeva: «Questa cultura poi spirituale che io raccomando assai, non vada separata dalla cultura dell’intelletto mediante i buoni studî ed assidui», perché oltre alla santità è necessaria la dottrina per «spezzare al popolo il pane della Divina parola, nel combattere il vizio, nel confutare le false dottrine, per rispondere ai sofismi degli empi».

Zola riuscì a raggiungere questi obiettivi curando in particolar modo la formazione dei seminaristi nei quali «mirò a trasfondere le virtù sacerdotali […] con l’istruzione e con l’educazione» e una vita «satura di preghiera e di slanci purissimi verso Dio».

Ma chi era Salvatore Luigi Zola? Nato a Pozzuoli il 12 Aprile 1822 dal Conte Francesco Zola e da Donna Giuseppina di Fraia, rinunciò presto al titolo di Conte. Fu un uomo di profonda cultura avendo studiato lettere e scienze teologiche e morali e fu dedito anche alla musica. Entrò a far parte dell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi a Piedigrotta dove insegnò per ben venticinque anni lettere italiane, latine, greche, scienze fisiche e matematiche, sacra eloquenza e teologia, dopo essere stato ordinato sacerdote il 9 febbraio 1845.

Il 7 luglio 1870 fu nominato Abate, avendo dato prova di «prudenza singolare nel governo e di virtù conciliative» ed in seguito, l’Abate Zola verrà ricordato dai fedeli come un «sacerdote Santo, come un oratore zelante, pio». La sua giornata aveva un preciso svolgimento: «la mattina scendeva in chiesa verso le otto e rimaneva in confessionale fino alle sedici. Nel pranzo era parco, si accontentava di ciò che gli portavano e non si preoccupava se non gli portavano nulla». Narra, secondo stilema, la ricostruzione agiografica.

La stima nei suoi confronti crebbe e nel 1873 fu creato vescovo di Ugento, in provincia di Lecce, perché «occorreva un Vescovo santo per ricostruirla e ravvivare nelle anime la vita soprannaturale». Lì non trovò una facile situazione poiché tale Diocesi era vacante dal 1863, quando «Ugento vide […] disperse e chiuse le Case Religiose, arrestata, o sospettata, o vigilata l’azione del Clero. La nomina dello Zola a Vescovo di Ugento giunse in buon punto […]. Nella Diocesi rinacque la vita. Ben presto ritornò l’ordine e la pace».

Ad Ugento rimase pochi anni poiché il suo breve governo «fu sufficiente a richiamare l’attenzione delle più alte Autorità ecclesiastiche e farlo destinare a mansioni più onorifiche e di maggiore responsabilità».

Così fu traslato nel 1877 a Lecce dove. compresa subito la situazione in cui versavano la Diocesi e la città, scrisse una lettera in cui invocava l’aiuto della Divina Provvidenza e dei suoi nuovi coadiutori «nei tristi tempi nei quali è combattuta espressamente la Chiesa, impugnata la fede, diffuso e onorato il vizio, insegnato anche dalle Cattedre l’errore, scosse le basi della civile convivenza, che non può reggersi senza giustizia».

Immediatamente sembrò che tutti intuissero che lui sarebbe stato «il vero Padre, il vero Pastore, capace a sollevare tutte le miserie, capace a restaurare le sorti di Lecce» come già era avvenuto a Napoli dove «tutti lo conoscevano, tutti volevano parlargli, baciargli la mano, farsi benedire e poi intorno a lui era un affollarsi di poveri, di fanciulli, di sventurati d’ogni genere».

Egli divenne «senza dubbio il Vescovo più popolare e amato tra quelli di Lecce dell’ultimo secolo perché alla nobiltà dei natali e alle elette qualità di cuore e di mente, unì la santità della vita».

La fede che “Converte in dolcezza tutte le amarezze”

Il vescovo Zola negli ultimi anni della sua vita

Nella sua analisi dei mali della società dell’epoca Zola partiva dalla considerazione che la società era ammalata perché «non crede, non spera, non ama».

In effetti trionfava l’incredulità più ostinata, ogni dogma veniva impugnato e deriso ed «è tutto dire che in mezzo al secolo XIX, secolo, come vogliamo chiamarlo, di luce, di progresso, di civiltà, un Concilio siasi trovato costretto a stabilir la Fede nella esistenza di Dio!». Egli, quindi, proponeva tre riforme da introdursi nella società: riaffermare la fede, la speranza, la carità.

Rilevava, inoltre, che esse erano completamente distrutte dallo scandalo della bestemmia, contro la quale Mons. Zola levò il proprio grido, tanto da dedicare a questo argomento un’intera lettera pastorale. In effetti la bestemmia rovina la fede, chiude il cuore alla speranza in Dio e all’intercessione della Madonna e dei Santi che oltraggia «con il suo linguaggio blasfemo», distruggendo anche la carità, perché colui che bestemmia «ferisce [Dio] nel suo cuore», propaga la ribellione, calpesta l’autorità ecclesiastica e quella civile che da Lui è voluta, distrugge la morale cattolica e la civiltà dando scandalo. Per questo, Zola auspicava il ritorno alla religione dell’Italia che è «una terra cattolica, una terra civilissima e che perciò [vuole] punita la bestemmia che, col suo propagarsi, distrugge [quanto ha di] bello».

Per far ciò, Zola raccomandava ai cattolici di ravvivare lo spirito della fede e di confermarla con le opere, senza vergognarsi di confessarla pubblicamente, di accettare qualsiasi sacrificio, di impegnarsi a diffonderla con ogni mezzo, di «credere con umile sottomissione di cuore», senza superbia e con umiltà, sottomettendo la propria ragione a Dio. Diceva, infatti: «Umiliati – Inchina, o uomo la tua finita ragione alla ragione infinita; dì a Dio nella umiltà del cuor tuo: Per quel velo, di cui la Fede si ammanta, Tu richiedi, o Padre celeste, la mia sottomissione».

Egli ricordava che la fede ci permette di sopportare tutte le contraddizioni umane e le tribolazioni e «converte in dolcezza tutte le amarezze» permettendoci di abbracciare volentieri la Croce.

Per questo bisogna rimuovere gli ostacoli che sono di impedimento alla fede quali: l’infedeltà che nasce dalla superbia ed è il massimo degli impedimenti e dei peccati; l’eresia che nel XIX secolo è il razionalismo che attacca ogni dogma cattolico e deifica la ragione umana; l’apostasia per cui molti cristiani, trovando troppo dure le dottrine evangeliche, si allontanano da Cristo; il libertinaggio, cioè i piaceri sensuali che oscurano la mente; la lettura dei libri proibiti che insinuano l’errore e la corruzione nel cuore, l’empietà nelle dottrine e la depravazione nei costumi.

Estremamente attuali sono le parole del Vescovo riguardo alla virtù teologale della speranza: egli rilevava che non si sperava più ciò che si doveva sperare: «Ahimè! All’opposto io veggo tanti e tanti, forse la più parte, che sperano non altro, se non una totale emancipazione da ogni legge Divina e umana; una libertà che si risolve nella più illecita e ributtante sfrenatezza; un progresso, che innalza il materialismo, una civiltà che conduce alla barbarie».

Proprio alla mancanza della speranza, Zola attribuiva l’incremento del fenomeno del suicidio, un tempo rarissimo in Italia, perché l’uomo «vittima di un misterioso abbattimento […], giunge infine ad attentar puranco alla esistenza di se medesimo con gravissima ingiuria di Dio. E per qual motivo? Spesse volte per un nonnulla; per un interesse fallito, per un capriccio, per un disgusto, per un’offesa ricevuta a torto; e la disperazione si spinge al passo fatale del suicidio».

Riguardo, infine, alla carità, egli scriveva: «È un fatto, che non si ama più quello che deve essere amato. La Carità verso Dio non ha più luogo sulla terra, mentre regna ovunque un vergognoso indifferentismo e al dolce nome della carità cristiana verso il prossimo è subentrata un’arida filantropia, ed una fredda e sterile fratellanza. […] Chè mai oggi si ama? La materia, e si applaude al suo trionfo: la carne, e se ne desidera il più vituperevole commercio, il mondo, le ricchezze, i piaceri, la fama, e di tutte queste cose si formano tanti idoli al cuore» lasciando Dio «nella più assoluta e indecorosa dimenticanza».

Con sapiente umorismo criticava la “carità” laicista: «Ma come si solleva il poverello che giace nello squallore e nella miseria? Con quale animo si accorre a spezzargli il tozzo di pane? Se la tanto decantata Filantropia e Fraternità del secolo fosse qualche cosa […] di buono, le nostre contrade dovrebbero essere ormai spoglie di poveri. Ma in cambio la povertà cresce e si rende ogni dì più sensibile e straziante. Che indizio è mai questo? Appunto che in tanti cuori manca il sentimento della vera carità».

La carità doveva, invece, essere considerata fonte di autentici vantaggi. Innanzitutto individuali, quali «la pace della coscienza, la tranquillità dello spirito, il gaudio in mezzo alle lagrime di questa vita», poi religiosi perché la Chiesa non avrebbe travagli, non sarebbe perseguitata, non si vedrebbero eresie e scismi, e ci sarebbero vantaggi sociali quali la concordia tra gli individui, nelle famiglie che formano lo Stato e da esso dipendono, e il rispetto da parte del popolo delle autorità stabilite dal Cielo per governare la terra.

Con una religione alla moda e una morale umana, non si educano i figli

Per restaurare la società, Zola puntava poi, ineludibilmente «sul ruolo esercitato in essa dalla famiglia e sull’opera di educazione che l’istituto familiare può svolgere». Come, infatti, auspicava Leone XIII, egli esortava i cattolici a «ricomporre sopra tutto con le massime del Vangelo e della morale cristiana la famiglia» perché è da essa «che deve prender le mosse la sociale riforma, perché questa ben composta e riformata sarà pure tutto il corpo sociale che dalle private famiglie appunto assorge […]. Datemi famiglie veramente cattoliche e io vi do per sicura la pace e la prosperità della Chiesa e della società civile».

Leone XIII

Egli sottolineava l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che è legge di natura, e la sacralità della sua istituzione. Per questo motivo rammentava la pericolosità del divorzio poiché «oggi grazie ad una nuova religione non già edificatrice ma distruggitrice di tutto ciò che è santo si vuol ritenere il matrimonio un contratto qualunque» e quindi auspicava il ritorno alla concezione cattolica del matrimonio mentre «l’unione puramente legale è uno scandalo inaudito dato dai cristiani in mezzo alla fulgida luce del Vangelo». Con questo Zola non condannava il matrimonio civile inteso come «civile cerimonia imposta ai novelli sposi dalle odierne leggi, di regolarizzare cioè anche dinanzi allo Stato la propria posizione […] per attestare civilmente la legittimità della prole, […] per assicurare i diritti di successione», ma ammoniva gli sposi cristiani a non fermarsi al solo matrimonio civile perché quello religioso è l’unico che ne contiene la vera essenza.

Inoltre esortava i genitori a non trascurare l’educazione cattolica dei propri figli. Scriveva, infatti: «Con una religione alla moda e con una morale puramente umana non si potrà giammai né formare lo spirito, né educare il cuore del piccolo fanciulletto; non si potranno moderare i giovanili suoi affetti, non porre un freno alle sue passioni, non dirigere la sua ragione al bene, non difendere da tanti pericoli la sua innocenza, né prepararlo per un felice avvenire».

Inoltre auspicava la recita comune del Santo Rosario almeno la sera, come era raccomandato dal Pontefice, e ribadiva l’importanza della santificazione del giorno festivo perché esso rinvigorisce la «fiamma celeste che sola è capace di alimentare nei nostri cuori l’amore di Dio». Per questo scrisse una lettera pastorale sul giorno di festa in cui denunciava il «doloroso spettacolo» della profanazione del giorno festivo poiché «i disprezzatori del dì festivo contradicono apertamente a Dio e antepongono i propri capricci alle sovrane intenzioni di Lui» e nello stesso tempo insultano la Chiesa.

La “riforma satannica” della società. Contro le ideologie

Lecce, piazza Sant'Oronzo durante la festa del patrono. Come appariva più o meno ai tempi dell'episcopato zoliano e dello strapotere massonico

Zola non si stancò mai di denunciare quei «falsi profeti, eredi di quel protestantesimo che aveva lacerato la Chiesa di Cristo e del paganesimo della Rivoluzione francese». Questi, nel suo secolo, disprezzavano l’autorità e la legge di Dio, rifiutando il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le monache, volendo attuare una riforma laica della società che, per il nostro Vescovo, era una «riforma infernale», una «riforma satannica».

La fede era minacciata in un contesto in cui si subiva l’influenza di dottrine come quella dello «scellerato Proudhon», secondo il quale era dovere dell’uomo libero cancellare dalla propria mente la nozione della divinità in quanto, se Dio c’è, egli stesso è il male. Anche la massoneria incideva negativamente nella società perché mirava alla negazione di Dio che diveniva una «parola vuota di senso». Alla fede in Dio e alla Rivelazione divina veniva, poi, contrapposto un empio Razionalismo, a cui si aggiungevano gli articoli di «certi sozzi giornali, le bestemmie orribili e continue che si ascoltano». Così Zola scriveva: «Non si crede più ai Sacramenti, non all’intercessione di Maria Santissima, non alla esistenza di una vita futura, non al premio di una virtù, non al castigo del vizio. Molto meno poi si crede alla Chiesa, e niuna fede si presta alla parola infallibile del Vicario di Gesù Cristo. […] Questa […] è la cancrena che rode la povera società, cancrena terribile e funesta! […] Ma e non è la incredulità il peggiore stato in cui può cadere la umanità?»

Purtroppo c’era anche un «fatale indifferentismo» che, «partorito dall’orgoglio e dalla corruzione del cuore, dà morte a tutti i nobili affetti», c’era un «freddo razionalismo» che proponeva la «individuale ragione» come guida esclusiva del credere e dell’operare. Di fatto, i razionalisti erano dei «miscredenti e nemici della ragione stessa», in quanto la divinizzavano, le attribuivano un valore che non ha. Erano, quindi, «fabbri di menzogna e sostenitori di dottrine false e perverse». Essi sostenevano fermamente che fosse contrario alla ragione credere all’incomprensibile, ma Zola ribadiva che è contro ragione il non crederlo perché sarebbe come se il cieco non credesse ai colori sol perché non li vede.

Allo stesso modo, era sopraggiunto anche un «lurido sensualismo, che getta la umanità nella più sozza abiezione, rendendola simile ai bruti che non hanno intelletto. È venuta una incredulità generale che ti spaventa, che non ammette differenza alcuna tra vizio e virtù […] che ammette per legittimo tutto quello che può farsi impunemente, che chiama la coscienza pregiudizio, una debolezza il rimorso, che dichiara unici moventi dell’essere ragionevole l’interesse e il piacere […]. E stabilisce uguale dinanzi alla morte tanto l’uomo dabbene che lo scellerato». Era un secolo che predicava una stolta filosofia e divinizzava la ribellione dell’uomo a qualsiasi autorità divina e umana.

Inoltre, commentando l’enciclica Quod Apostolici muneris di Leone XIII, il Vescovo metteva in evidenza l’esistenza della «Triplice setta» formata da socialismo, comunismo, e nichilismo che trasformava la società in un «nome vuoto di senso» perché considerava nulla il regio potere, la proprietà privata, i Sacramenti, la patria potestà e le leggi, portando alla formazione di Stati completamente privi di Dio e di scuole e università laiche, alla pretesa della sovranità da parte della moltitudine e alla bramosia dei soli beni terreni. Negando Dio, fonte e origine di ogni autorità, si nega difatti l’autorità medesima e quindi quella paterna, quella religiosa della Chiesa, del Pontefice e dei Vescovi e la stessa autorità politica. Poiché Dio ad alcuni ha dato l’autorità di comandare e ad altri l’obbligo di obbedire, come nella Chiesa i laici, i sacerdoti e i Vescovi devono obbedire al Papa, così anche nello Stato i popoli devono obbedire a chi li governa, auspicando sempre una collaborazione tra Chiesa e Stato. La Chiesa, infatti, proprio perché suggerisce al popolo l’obbedienza, favorisce il benessere sociale e non le rivoluzioni.

Certamente, il Vescovo era anche ben consapevole che la cospicua presenza di una stampa anticattolica influenzava negativamente le masse, una stampa completamente anticlericale e che assumeva un carattere sempre più aggressivo creando «un clima di stato d’assedio un po’ dovunque, anche nel governo centrale della Chiesa. […] Si esercita un minuto e rigoroso controllo sulla vita delle singole diocesi, sul governo dei singoli Vescovi».

Anche nell’ambito dell’istruzione, l’amministrazione liberal-massonica compiva ogni sforzo per istituire o per potenziare scuole di vario tipo con l’obiettivo di sottrarre le nuove generazioni all’influenza della Chiesa cattolica. Per questo Zola, per contrastare quest’orientamento, si impegnò con ogni mezzo a sua disposizione a fornire al Seminario leccese scuole organizzate secondo le disposizioni governative «affinché i giovani non chiamati al sacerdozio potessero continuare la carriera di studi senza alcun ritardo» e si adoperò affinché le Suore appartenenti all’ordine delle Marcelline accettassero la proposta di far nascere anche a Lecce un educandato femminile. Riuscì a coinvolgere in quest’impresa la cofondatrice Madre Marina Videmari, inizialmente del tutto contraria, convincendola finalmente ad aprire nella città salentina un Istituto nel 1882. L’istituto ebbe un enorme successo, tanto da essere frequentato dalle figlie degli stessi politici leccesi, perfino di stampo liberal-massonico. Ancora oggi, questa scuola è punto di riferimento dell’istruzione cittadina.

“Con gli occhi fissi all’altare”

La Salette

L’intenso impegno pastorale di Zola scaturiva da un costante dialogo con il Signore: era uomo di preghiera totale.

«Da giovinetto mostrò subito svegliatissimo ingegno, da sorpassare tutti i suoi compagni e dedicarsi con amore speciale alle lettere ed alle scienze teologiche […]. Quanto a morale fu edificantissimo, quantunque di carattere impetuoso, che seppe frenare con virtù, che ebbe tutto l’aspetto di un eroismo». A prima vista Zola sembrava avere un carattere «bollente, quasi impetuoso»; quando, però, lo si avvicinava e se ne approfondiva la conoscenza, «bisognava convincersi del contrario», cioè che fosse estremamente mite. «Era martire del proprio carattere. […] Aveva lampi di sdegno e fulgori di maestà uniti a celesti sprazzi di santità».

Mons. Zola fu «l’Angelo della preghiera», durante la notte passava molte ore in ginocchio «con gli occhi fissi all’Altare» e, a volte, lo si doveva scuotere e chiamare a gran voce, per quanto egli fosse intensamente assorbito nella sua estasi. Un giorno fu sorpreso immobile, steso bocconi per terra nella cappella dell’episcopio, dinnanzi al tabernacolo, così immerso nella preghiera tanto da rivolgere un paterno rimprovero a coloro che lo avevano distratto da quel suo intimo colloquio con Dio. La sua preghiera si prolungava spesso fino all’alba, specialmente nei giorni che precedevano le sacre ordinazioni dei novelli sacerdoti.

Spesso anche le preghiere liturgiche erano «intersecate da pianti e sospiri, pregava Dio con le sue lacrime». Quando «discendeva dall’Altare per la Comunione portando il suo Dio tra le mani, la sua andatura grave e raccolta gli dava l’aspetto di un Angelo». Ancora qui si notano i toni un po’ troppo carichi tipici dell’agiografia e delle rappresentazioni edificanti ottocentesche.

Dalla preghiera Zola attinse sempre forza e conforto per affrontare le avversità della vita. La preghiera e la mortificazione furono le vie percorse dal servo di Dio; egli le esercitò durante tutta la sua vita».

«Ogni suo apparire era sempre salutato da entusiastiche dimostrazioni di affetto. I suoi seminaristi lo amavano e «facevano a gara a chi dovesse servirgli la Santa Messa ogni mattina». In città, tutti accorrevano ad assistere alle sue funzioni, terminate le quali «era un esclamare generale: “Beato lui!. Che santo abbiamo in Lecce!” E si correa con tanta calca a baciargli la mano, chiamandosi fortunati quei che potevano arrivarvi».

Come Leone XIII, Zola dimostrò sempre di possedere un acuto spirito profetico. Infatti, come il Papa aveva denunciato i mali della società e precorso i tempi additando una strada verso la quale indirizzare gli animi degli individui e dei popoli, anche il Vescovo denunciò «i mali che si vanno di giorno in giorno aumentando, e annunziano alla società una catastrofe che sarà la più terribile fra tutte le altre narrate nella storia». Egli, infatti, reputava imminente lo scoppio di una guerra mondiale a causa dei mali che divenivano sempre più evidenti, e lo palesava scrivendo: «Guardate l’odierno atteggiamento delle Fronti coronate; guardate gli eserciti permanenti; ascoltate il convulso moto delle nazioni; oh Dio! I sintomi di una guerra terribile e mondiale si fan pur troppo manifesti».

Come rimedi proponeva il ritorno alla devozione verso la Madonna, il Sacro Cuore di Gesù e i Santi. In particolare insisteva nel proporre il Santo Rosario come «mezzo efficacissimo per conservar sempre ardente nel nostro cuore la Speranza cristiana» ricordando che già Leone XIII ne aveva «ripetutamente consigliato la recita». Infatti Zola fu devotissimo della Vergine Maria ed esortò costantemente i cattolici a deporre le proprie preghiere «nelle mani di Colei che si chiama piena di grazia» poiché, in questo modo, sarebbero salite «più spedite al trono dell’Altissimo».

Bastava che fosse pronunciato il nome della Madonna, che lui si entusiasmava, i suoi occhi brillavano di gioia e «si elevavano in alto quasi cercasse tra l’azzurro dei Cieli la sua Mamma bella». Egli diceva che, dopo Dio e Gesù Cristo, il più valido sostegno della nostra speranza è la Vergine Maria «come in causa secondaria e istrumentale, ond’esser da essa soccorsi per ottenere il bene ordinato all’eterna beatitudine». Ella, «per eterno consiglio dell’augustissima Triade, è destinata a compiere in Cielo l’amorevole ufficio di mediatrice fra la giustizia e la misericordia e perorar con buon esito ogni causa dei travagliati mortali». Per questo motivo «taccia lo sciagurato apostata Lutero e con esso tutti gli antichi e moderni eretici, che lo sperar nella Vergine Maria hanno in conto di gravissima ingiuria a Dio, ed a Gesù Cristo».

Zola fu soprattutto il «Vescovo dell’Eucaristia» per la sua ardente devozione verso il SS. Sacramento: «Per lui l’Eucaristia è più che una sublime dottrina […], è Gesù con tutte le attrattive stupende della sua Santissima Umanità». Egli ebbe anche un amore particolarissimo per le Anime abbandonate del Purgatorio. Infatti, «bastava vederlo durante la Messa nel Memento dei Defunti. I suoi occhi si imperlavano di lacrime, i suoi sospiri, le sue preghiere si accendevano di fervore più intimo. Pareva che dinanzi a lui falangi di anime si presentassero a domandargli il pane della carità, il suffragio tanto desiderato. Qualche cosa di sovrumano parea che volesse sprigionarsi dalla sua anima impetrante dal Signore la liberazione, non risparmiando d’offrirsi vittima d’espiazione per le anime che tanto gli stavano a cuore, e per le quali offriva in quel momento tutte le sue pene, tutte le sue insonnie, tutte le trafitture del suo cuore».

La pietà di Zola

Lapide commemorativa di Zola, a Lecce

Monsignor Zola visse sacrificando sempre le sostanze di cui disponeva. Quando era vescovo ad Ugento, per la particolare devozione per la Madonna, si occupò del Santuario di Santa Maria di Leuca, si adoperò affinché fossero restituiti al Santuario i fabbricati facenti parte dell’antica Mensa Vescovile e dell’Ospizio che erano stati incamerati dal Governo. Da Vescovo di Lecce, invece, restaurò il Seminario spendendo ingenti somme e molto spesso mantenne, a proprie spese, numerosi studenti che per insufficienza dei mezzi non avrebbero potuto frequentare gli studi.

Diede un così grande prestigio al nuovo Seminario che fu frequentato da molti che venivano da altre Diocesi. Nel 1887 dettò un corpo di Regole che resero il Seminario leccese il primo della Puglia per disciplina, studio e pietà, tanto che molti Vescovi vicini vi mandarono i propri giovani affinché si perfezionassero e altrettanti, fra quelli lontani, adottarono le stesse Regole.

La sua carità, oltre ad indirizzarsi a vantaggio del clero, si estese al popolo «che in lui vedeva sempre il proprio benefattore. Erano centinaia di lire che distribuivansi settimanalmente ai numerosi poveri che piovevano all’Episcopio, come all’asilo sicuro del soccorso».

Un sacerdote scriveva: «I poverelli, conosciuto il cuore di questo Padre caritatevole, venivano a fiumane presso la sua porta per chiedere e per chiedere ancora oltre il necessario. Più volte egli mi diceva con tutta semplicità: “Oggi non tengo proprio un soldo!” Ed io che sapea ciò anche prima, mi facea di fuoco, impedendo che altri poveri venissero». Era un continuo pellegrinaggio sull’Episcopio «di accattoni, di famiglie erubescenti, di studenti privi di libri e mancanti di mezzi per pagare le tasse, di chierici poveri aspiranti al sacerdozio, di fanciulle bisognose di dote, di operai senza lavoro, di uno sterminato numero di diseredati e proletari, cui mancava qualche cosa».

Istituì anche “la visita dei poveri a domicilio”, spronando le associazioni laiche a compierla abitualmente. Lui stesso, senza alcuna ostentazione metteva il necessario a disposizione dei bisognosi, perfino a costo di umiliazioni tanto da farlo esclamare: «Io mi sono ridotto lacero e sono sempre ricambiato con ingratitudine». Se ne accorsero bene le Figlie di san Vincenzo de’ Paoli quando videro che il loro vescovo aveva le vesti lacere e provvidero alla donazione di nuovi abiti.

Famose restarono nella memoria collettiva le visite che fece nel 1886 a Torchiarolo (in provincia di Brindisi) colpito, come altri comuni limitrofi, da una gravissima epidemia di colera che, solo in questo piccolo paese di 1800 anime aveva già causato in un mese la morte di 74 persone. Mons. Zola, incurante del pericolo, lo si vide aggirarsi da solo nelle case, nei tuguri, ovunque si trovava un coleroso. Quasi tutti i giorni vi si recava prendendo a nolo una carrozza e intimando al cocchiere di lasciarlo alle porte del paese. Così, con mille premure lo si trovava al capezzale dei moribondi, per dispensare loro quel che poteva per il loro sostentamento e per spronarli a ricevere i sacramenti.

«La carità fu il suo ideale […]. Finché avea soldi visitava i poveri; quando non ne aveva, visitava i ricchi» e la sua «carità sconfinata […] non poteva lasciarlo insensibile verso i bambini che, nati sordomuti, rimangono come fuori dal consorzio umano crescendo senza potere apprendere dalla viva voce della mamma o dei maestri i principi della religione e della istruzione». Ma «la Provvidenza gli aprì la via». Infatti nel 1882 arrivò a Lecce un sacerdote napoletano, Filippo Smaldone, che gli manifestò la volontà di dedicarsi all’educazione dei sordomuti. Così fu fondata nel 1888 una piccola comunità di suore che furono poste sotto la protezione di San Francesco di Sales e dei SS. Cuori di Gesù e Maria.

Zola diede forte impulso alla nascita di associazioni devozionali, con fini di promozione spirituale ed assistenziale, affiancando il clero che diveniva meno numeroso. Istituì il primo Oratorio domenicale per i giovani nel 1888, un Comitato per gli Interessi Cattolici di Lecce nel 1892, l’organizzazione delle Donne cristiane, l’Opera dei Tabernacoli e delle Chiese povere e l’Assistenza ai malati poveri.

Consigliò costantemente l’adesione alle Associazioni cattoliche quali la Propagazione della Fede e la Santa Infanzia, quella delle Buone Opere, della Buona Stampa, delle Madri Cristiane ed altre ancora.

Zola non ignorò la presenza e lo sviluppo delle antiche Confraternite presenti nel territorio, sollecitandole a puntare su un ruolo sociale e su «un’azione di contrasto nei confronti di organizzazioni laiche “contrarie alle istituzioni della Chiesa”, per cristianizzare la società e provvedere al decoro del sacro culto». Il ruolo delle Confraternite doveva essere quello di opporsi alle associazioni anticattoliche al fine di «promuovere la carità verso Dio e verso il prossimo, dare ospitalità ai pellegrini, dare assistenza agli infermi, «vestire i nudi», seppellire i poveri gratuitamente, «accompagnare i condannati all’estremo supplizio».

Tra le opere attuate da Zola ci fu anche il riordino della liturgia. Infatti egli «ordinò e volle disciplinate le funzioni religiose, e fu severo nello svolgimento delle cerimonie liturgiche, inculcando lo studio tra i giovani leviti e togliendo degli abusi che deformavano i sacri riti». Inoltre impedì che «si continuassero le vecchie cantilene nella salmodia liturgica, contrarie alla disciplina della Chiesa, ed incoraggiò, benedisse, premiò l’introduzione del canto gregoriano, istituendo nel Seminario non solo la scuola di Sacre cerimonie, ma anche quella per il canto liturgico». Nella notificazione del 2 dicembre 1894 scriveva: «Noi dichiariamo obbligatoria per i Seminaristi e i Chierici la scuola di canto, […] niuno sia promosso agli Ordini Sacri senza l’attestato di profitto nel detto canto».

“Questa è la mia ultima messa”. La salma insepolta

Il sarcofago di mons. Zola, nella cattedrale di Lecce

Mons. Zola aveva addirittura preconizzato la sua morte, tanto che il suo segretario scriveva: «Per me sta che a Mons. Zola l’ora della morte era stata rivelata». Infatti, quando da Lecce andò a Cavallino, un paese poco distante, nove giorni prima della sua dipartita, disse agli abitanti: «Me ne vado, figli miei, a Cavallino, per ritornare morto alla mia Lecce […]. Son sicuro che la fine di questo mese non la vedrò certo». Infine, tre giorni prima della sua morte, disse di aver celebrato la sua ultima Messa. Quando morì tutti «lo piansero amaramente ed a ragione, perché avean perduto in Lui, il Padre, il benefattore, l’amico!». I suoi funerali furono una vera apoteosi, la folla mesta e raccolta bene, senza sosta, per sfilare e inginocchiarsi davanti al Padre tanto amato».

Anche quattordici anni dopo la sua morte, quando la sua salma fu riesumata per essere, poi, trasportata nel Duomo dal cimitero, ci fu un’imponente dimostrazione di affetto da parte dei fedeli provenienti da tutta la Provincia: più di sessantamila persone, una folla immensa per una piccola città come era Lecce all’epoca, assistettero alla traslazione della salma. La gente si era riversata da tutto il Salento, dalle provincie limitrofe e da altre parti d’Italia, con i mezzi più disparati. Folle che volevano attestare il loro affetto per la santità di questo semplice vescovo, la cui bontà aveva travalicato la propria Diocesi, grazie alle innumerevoli amicizie e atti di carità che aveva prodigato con il suo cuore. Paradossalmente, «dopo l’apoteosi tributata alla salma incorrotta del Servo di Dio, questa rimase per 22 anni insepolta nello stanzino retrostante al monumento erettogli in Cattedrale» fino a quando non avvenne la sepoltura canonica il 27 aprile 1935, giorno dell’anniversario della sua morte. Anche in questa circostanza «non fu possibile allontanare l’immensa calca di popolo che aveva invaso il Duomo fin dalle primissime ore del giorno».

Il suo elogio fu sulla bocca di tutti perché era venerato non solo come un dotto ma «ancora, e sopratutto, come un santo». Infatti, furono raccolte innumerevoli firme per promuovere la causa di Beatificazione di questo perfetto discepolo di Cristo.

Il segreto di Melanie Calvat

La Madonna de La Salette. Statua in cartapesta lecce, risalente all'epoca del vescovo di Lecce, Zola, che ne fu devoto e difensore

Certamente degno di nota è l’interesse che il Vescovo Zola dimostrò per l’apparizione della Madonna avvenuta a La Salette, in Francia, nel 1846, tanto da poter facilmente intuire la stretta assonanza tra alcune sue lettere pastorali come quelle sulla bestemmia e sulla domenica giorno del Signore e le fondamentali ammonizioni rivolte dalla Vergine Maria nell’apparizione. Determinante fu l’incarico affidato a mons. Zola di dirigere spiritualmente la veggente Mélanie Calvat che lo portò ad assumerne la difesa in seguito ai molteplici attacchi da lei subiti, il più grave dei quali fu quello di voler dimostrare l’inattendibilità di una parte del segreto che la Madonna le avrebbe rivelato.

A tal proposito emblematica è la corrispondenza che si sviluppò nel corso degli eventi e di cui riporto solo alcuni stralci, che potranno dare un’idea di ciò che è avvenuto, specie in seguito all’imprimatur che il vescovo Zola diede alla pubblicazione del famoso “segreto” di Melanie.

Il 29 gennaio 1872 Zola scrive a nome di Monsignor Petagna al Vescovo Emerito di Luçon,: «[…] Abbiamo appreso che si osa far giungere voci menzognere sulla condotta di quella povera figliola fino al nostro Santo Padre, il Papa […]. Monsignor Petagna è desolato nell’apprendere questa triste notizia e […] vi prega anche di parlarne col Sommo Pontefice, perché il suo cuore paterno non abbia a soffrirne oltre. […] Melania in tutto si è dimostrata sottomessa al suo vescovo ed a quanti esercitano autorità su di lei. Ecco, Monsignore, la verità che esprimo con piena sincerità davanti a Dio e che certifico davanti a voi […]. Si vede che questa guerra è suscitata dal demonio, non tanto contro quella povera cara figliola, quanto contro le celesti rivelazioni de La Salette, allo scopo di distruggerle, o quanto meno di affievolirle, onde impedire, se fosse possibile, il bene delle anime e la conversione del mondo».

Una forte polemica investì, poi, anche lo stesso Zola in seguito, come già detto, alla concessione dell’imprimatur per la pubblicazione del segreto, ma egli ne aveva dato il nulla osta solo dopo aver appurato che le norme stabilite a riguardo dalla Costituzione Dominici Gregis di Pio IV erano state perfettamente rispettate e dopo che il segreto «tutto intero» era già stato reso noto a Leone XIII nell’edizione di Napoli. Il Pontefice aveva incaricato un tale Avv. Nicolas di comporre un libro capace di spiegare l’intero segreto, affinché fosse compreso dal pubblico. La notizia dell’incarico riempì di gioia il Vescovo Zola, il quale rispose all’avvocato: «Ho ricevuto la vostra buona lettera […], la quale mi ha fatto molto piacere per le notizie che mi donate. […] Mi felicito del vostro zelo nel difendere, propagare e far meglio comprendere il segreto de La Salette. Continuate a lavorare per la gloria di Dio e della Divina Maria; le anime pie resteranno edificate del vostro buon libro; i nemici de La Salette rimarranno confusi; io benedico voi ed il vostro pio lavoro. Vi seguirò con le mie preghiere. Poiché la lotta si svolge alla luce del sole ed attinge la sfera religiosa, nella questione del segreto de La Salette, non c’è motivo che io mi opponga al desiderio che mi avete espresso di pubblicare la mia lettera […] se giudicate che la sua lettura possa apportare qualche frutto. […] Nostra Signora de La Salette, che ha cominciato la sua opera, la compia!»

Importante è quanto attestò l’abbé Rigaux, parroco di Argoeuvres, che conosceva Melanié da moltissimi anni: «Ho 28 edizioni del Segreto con imprimatur di Cardinali Vescovi, ne ho anche diverse edizioni ornate da sigilli di vescovi francesi, ed il vescovo di Lecce ha dato il suo visto solo dopo aver visitato Leone XIII, che, dal 1878 possedeva il manoscritto di Melania. Ne fanno fede le mie lettere da Roma di quell’epoca, e Mons. Zola ha proceduto canonicamente, con il consenso del Papa. Posseggo la sua lettera autografa». E ancora: «Quand Léon XIII avait reçu Mélanie le 3 décembre 1878, il avait une belle occasion de la bâillonner s’il eut voulu rejeter le Secret destiné au public à partir de 1858». Questo conferma quanto dichiarato dalla veggente e cioè che Roma aveva esaminato il Segreto per ben quattro mesi senza rilevare nulla di contrario alla dottrina.

Mons. Zola da parte sua scrisse: «Tutti i prelati ed altri dignitari ecclesiastici di mia conoscenza che hanno conosciuto il Segreto, tutti, senza nessuna eccezione, hanno emesso un giudizio interamente favorevole a detto Segreto, sia in rapporto alla sua autenticità, sia per la sua origine divina, vagliata con le s. Scritture, ciò che dà al segreto un carattere di verità da cui d’ora in poi è inseparabile. Tra questi prelati basta nominare il Card. Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli; Ricciardi, arcivescovo di Sorrento; Mons. Petagna, vescovo di Castellamare, ed altri prelati…».

Pio IX, letti i segreti, disse: «Devo rileggermi queste lettere con più calma. Sono flagelli che minacciano la Francia, ma la Germania, l’Italia e l’Europa tutta sono colpevoli e meritano castighi. Ho meno di temere per l’empietà dichiarata che per l’indifferenza ed il rispetto umano. Non è senza ragione che la Chiesa è chiamata militante e ne vedete qui il capitano».

Mons. Cortet Vescovo di Troyes, nel 1880 chiese che l’opuscolo fosse messo all’Indice, altrimenti non avrebbe mandato il cosiddetto obolo di San Pietro. Il pretesto era che il Segreto “causava disordine in Francia”. Il Card. Prospero Caterini, segretario del S. Uffizio, rispose con due lettere, di carattere privato, a mons. Cortet e al P. Archier, superiore dei Missionari di N. S. de La Salette dicendo loro che «con dispiacere la S. Sede ha visto comparire in pubblico il suddetto opuscolo. Per cui è suo volere che gli esemplari del medesimo, nella misura del possibile, vengano ritirati dalle mani dei fedeli, ma lasciati ai sacerdoti perché ne profittino».

È da notare che tale “provvedimento”, dunque, non aveva carattere di condanna, ma di consiglio, per evitare scandalo nei fedeli.

Il Vescovo di Tryes, però, non osando pubblicare questa lettera, la inviò al Vescovo di Nimes che la pubblicò omettendo la parte, oltremodo significativa: “ma lasciati ai sacerdoti perché ne profittino” e sostituendola con dei punti di sospensione.

Melanie Calvat, ormai matura, "esiliata" in Puglia, dove morì

Nonostante tuttto ciò, e sebbene le numerosissime attestazioni di bontà sul contenuto del segreto accompagnate dal silenzio-assenzo di ben due pontefici – Pio IX e Leone XIII –, nel 1923 la Santa Sede condannò con un decreto il libro di Mélanie iscrivendolo nell’Indice dei libri proibiti. Va soltanto precisato che la Chiesa non ha mai condannato il segreto in sé, ma solo la versione pubblicata da Mélanie nel 1879. Un documento del Santo Uffizio, datato 4 giugno 1936 (Prot. 28/1910), attesta che la pubblicazione del segreto costituì un grande ostacolo alla causa di beatificazione di Monsignor Zola «perché si darebbe occasione con essa di riparlare del famoso Segreto de La Salette. E ciò anche se nulla sia da osservare sul modo di trattare usato dal medesimo Mgr. Zola con la serva di Dio Melania Calvat de La Salette».

Finisce qui, per ora, la storia di mons. Zola. Chissà, forse un giorno la causa di beatificazione sarà riaperta oppure il suo ricordo finirà definitivamente nel dimenticatoio

Sappiamo che non sempre i santi vengono riconosciuti tali, non perché non lo siano, ma a volte la Provvidenza ha altri piani a noi sconosciuti. Possiamo solo umanamente rattristarci, ben sapendo che ci sono in Cielo più santi di quanti ne possiamo immaginare, e magari anche più grandi e immensamente più intercessori di quelli canonizzati. Per me Mons. Zola è uno di questi! E sorrido di cuore al pensiero di aver visto un giorno d’estate, con i miei stessi occhi, una torma di turisti, che ignari di chi fosse sepolto in quella tomba, la più anonima di tutte, la più semplice del Duomo di Lecce, impolverata e quasi abbandonata, si sono fermati davanti ad essa per fare delle foto all’altare prospiciente e iniziare a dire sorpresi tra di loro di aver sentito l’inaspettato rumore di uno scroscio di acqua, come di un fiume proveniente da quella tomba. E so che non è la prima volta che il fenomeno si ripete. Mah, tante volte, la Provvidenza fa sentire a noi ignari spettatori di questa fulgida santità, il rumore del Mistero che vorrebbe inondarci della sua grazia.

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