Prontezza!

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Vangelo di Luca 12,35-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «35 Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
37
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!»

Pronti e beati

Siate pronti. Cioè svegli, scaltri, agili, leggeri. Siate pronti significa siate ininterrottamente, sempre centrati nella gratuità del cuore, rispettosamente sempre consapevoli, serenamente connessi, umilmente intelligenti, esistenzialmente preparati, capaci, affidabili.
Con le vesti strette ai fianchi
. Cioè infaticabilmente ed efficacemente operativi nella gratuità. Con le vesti strette ai fianchi significa vigorosi nel servire umilmente e irrimediabilmente tenaci nel seminare il bene e la condivisione per la felicità di tutti. Significa essere inesauribilmente resistenti nel seminare ispirazione, pace, perdono, compassione e comprensione per il benessere di tutti.
E le lampade accese
. La lampada rappresenta l’individuale essenza divina fornita a tutti gli uomini e le donne della terra. Individuale essenza divina che raccoglie in sé tutti i doni, la potenza spirituale, le capacità intellettuali, gli strumenti e i mezzi offerti all’uomo per vivere pienamente e felicemente la sua vita. Lampade accese significa che l’essenza spirituale e intellettuale dell’uomo, per dare veramente i suoi frutti in benessere e felicità, deve essere accesa, accesa nella fede. Fede che è essenzialmente non pensare mai male di Dio e della vita, non giudicare mai, mai, mai. La fede che permette all’uomo di sviluppare la propria essenza divina, mantenendo in ogni circostanza della vita uno sguardo interiore pieno di amore, tanto risvegliato nella consapevolezza, quanto immerso nella semplicità, tranquillamente e gioiosamente centrato, orientato, connesso a Dio, senza mai entrare in lotta e in sfida con la vita. Per evitare che la mente scivoli nel giudizio e nel pensare male di Dio è indispensabile la preghiera incessante.
L’invito di Gesù siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, si potrebbe tradurre oggi per questa generazione: tenete l’intelligenza allenata nella gratitudine, lo spirito pronto e forte, il corpo atletico, energetico, sano, per seminare benessere e seguire il vangelo.

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Arruolati anche tu contro queste vergogne! Sei su Apotàsso e d’ora in poi molto cambierà nella tua vita! Ti senti Pronto a mollare tutto e cominciare da capo, facendoti prendere per mano? Sei in Prontezza, Gratuità e Degnità? Il resto va bene a Mammona!

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Vangelo di Luca 10,17-24

In quel tempo, 17 i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
18
Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20 Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
21
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22 Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
23
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24 Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Commento del 5 ottobre 2013 di Don Paolo Spaladore

Settantadue

Anche quando tutti, per comodo, interesse, convinzione, paura, tradiranno il vangelo e il nome del Signore, i settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, non tradiranno mai il vangelo e non abbandoneranno mai il Signore per seguire altre dottrine e divinità. I settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, non tradiranno il nome del Signore per amore di quel nome e per l’intelligenza, la liberazione, la salvezza che scaturiscono da quel nome. Anche quando nazioni e popoli saranno persuasi a unirsi nella spirale satanica di un’unica, sola religione, compiendo un atto di separazione da Dio, da Gesù e dal suo vangelo, i settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, non smetteranno di seguire il nome del Signore e di cercare di realizzare le procedure del vangelo per il benessere di tutti. Anche quando i settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, avranno tutti contro, e da tutti saranno derisi, emarginati, calunniati, perseguitati, condannati, non si spingeranno nelle paludi dell’odio e della vendetta, ma useranno misericordia e perdono, compassione e pazienza come altra guancia da offrire all’ira e alla collera violenta dei loro nemici. Anche quando imperverserà l’inganno che allagherà anche le intelligenze più sottili, l’inganno che affermerà che Gesù è il vero nemico dell’umanità, del vero progresso, della vera evoluzione, della vera civiltà, i settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, non smetteranno di seminare il bene nel nome del Signore, di guarire gli ammalati nel nome del Signore, di cacciare i demoni dal cuore della gente nel nome del Signore e, in nome del Signore, di insegnare e realizzare il perdono, la gratitudine, la gratuità, la condivisione. Anche quando ovunque nel pianeta pioveranno dal cielo distruzione e morte, e la terra vomiterà ogni forma di presenza maligna, e il terrore si respirerà come l’aria e la gente avrà negli occhi solo disperazione e vuoto, i settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, continueranno a seminare il bene, la pace, senza mai perdere un solo secondo a combattere il male.
I settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, sono un piccolo numero di uomini e donne che amano il nome del Signore, che hanno fatto del vangelo la loro procedura di vita e che sono sempre pieni di gioia, perché il Signore Gesù li accompagna con la potenza invincibile e inafferrabile del Paraclito Spirito. Come non si può chiedere a un uomo di rinnegare il sole così non si può chiedere a uno dei settantadue di rinnegare Gesù e la santità del suo nome. Come non si può chiedere a un uomo di non respirare l’aria, così non si può chiedere a uno dei settantadue di non respirare Gesù nel proprio cuore, nella propria intelligenza. I settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, sono un piccolo numero di uomini e donne, che, ovunque, in ogni angolo della terra e della storia, non potranno mai rinnegare il Signore Gesù e tradire il vangelo, perché i settantadue seguono Gesù per amore della gioia e per la gioia dell’amore che viene da lui, e per l’intelligenza perfetta che si sprigiona dalle procedure del suo vangelo. I settantadue, la vera comunità di Gesù sulla terra, sono un piccolo numero di uomini e donne, di cui Gesù afferma: Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.

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Basta “chiacchere”! A noi son sufficienti lo Scapolare e Opere di Bene. Abbiamo un Arcieriprogetto e desiderio di santificazione perchè vogliamo vivere il Vangelo sopra ogni cosa. Indossa lo Scapolare montfortiano e percorri le strade del mondo. Richiedilo quanto prima e potrai dire di essere Cattolico Resiliente. Poi ti forniamo tutto il know how per una autonomia ed indipendenza totale dal denaro, per cominciare!

Impegnamoci con Maria, la Madre di Dio, per la costruzione del Regno e per affrontare la Grande Tribolazione. Molti avranno bisogno anche di te, dei tuoi consigli, della tua forza d’animo, del tuo spirito combattivo, della tua testimonianza. Dobbiamo aiutare la gente a vincere la paura senza mettergli paura. Chi conosce lo stato delle cose, gli inganni, il Vangelo, ha tutte le armi per essere rassicurante e concentrarsi sulle cose che contano davvero!

I Discepoli di Nostra Signora della Tenda – figli Montfortiani di Don Bosco o comunemente noti come Arcieri, si danno come proposito di andare per le strade del mondo esponendo lo Scapolare (che rappresenta il Rivestimento Regale di Nostra Signora per gli Ultimi Tempi) per accompagnare gli “ultimi” verso una equilibrata Conversione in Gesù Unico Salvatore e Redentore in conformità al Vangelo e per la riconquista della Felicità perduta; anche secondo la nostra singolare follia, nel nostro anticonformismo, nella nostra ignoranza imbarazzante ed infantile, ma anche, rispetto alla nostra rettitudine, buon pensiero, talenti specifici e irripetibili.

scapolareInfatti, quel che importa è essere certi che sia una vera Conversione in Gesù per la nostra Felicità, capace di:

– resistere ai fuochi di paglia, ai facili entusiasmi iniziali, alle sfide esoteriche e anti-apologetiche, alle tentazioni di “mollare tutto” dopo essersi scoraggiati;

– sfuggire alla tentazione di “partire a spron battuto per convincere” e adattarLa ai nostri vizi, ai nostri temperamenti e persino se possibile alla nostra smodata ignoranza;

– sottrarci ai richiami di Mammona che domina il nostro Tempo, le Strutture di Peccato e di Inganno, i sistemi Matriciali e che ci fa pensare sia l’unica “realtà”;

– aiutarci a sfuggire dalla sottomissione alla Menzogna, all’Empio, ai Figli della Perdizione, all’Iniquo e a tutto ciò che ci spacciano per “Normale” e “Giusto”;

e con ciò, fortificando l’anima e creando un castello interiore per lo spirito e la nobilitazione del nostro corpo, tempio sacro dell’Anima. E’ una battaglia dura che in questo mondo si combatte quotidianamente e prima di tutto contro noi stessi.

La Conversione accelera questa consapevolezza e per questo richiede un sano discernimento. Un Padre Spirituale, se ha consolidato queste certezze, può essere di grandissimo aiuto. Purtroppo nutriamo seri dubbi sia sempre così con il lassismo che è entrato nell’intera struttura ecclesiastica. E per capire di che tempra è questi dovrebbe suggerire l’accostamento frequente al Confessionale, la riparazione dei Vizi che inducono al Peccato e la fortificazione nei buoni propositi nella Santa Eucaristia Quotidiana che va sempre ricevuta in stato di Grazia ed in ginocchio (perchè Gesù discende, non sale verso la nostra bocca); e per cominciare dovrebbe suggerire anche i Primi 9 Venerdì del Mese ed i Primi 5 Sabati del Mese e un minimo di Adorazione Eucaristica quotidiana oltre alla recita quotidiana del Rosario (possibilmente in latino, così che possiamo dirlo con uomini e donne di ogni parte del mondo). In questa maniera si determina la griglia per la nostra santificazione. Contemporaneamente suggeriamo la partecipazione e formazione di Comunità di Cattolici Resilienti e di CAERP (Cappellette di Adorazione Eucaristica e del Rosario Perpetuo); e quindi, a percorso concluso, l’adozione dell’Abito Nuovo e poi, attorno ad una CAERP alla partecipazione e la fondazione di Borghi Eucaristici ed Agricoli di Xenobia.

Noi di fatto siamo comuni mortali che hanno aderito alla proposta santificartrice di Gesù di dire: Ciao Ciao a Mammona! Apotàsso. Abbiamo fatto nostri gli effetti del Battesimo, della Riparazione (Confessione) e della Cresima, ma anche le Grazie ricevute dall’Eucaristia, dai Sacramenti, dal I Venerdì (9 mesi) e dal I Sabato (5 mesi) e dalla Protezione della Recita Quotidiana del Santo Rosario che in questo modo ci induce, naturalmente, a cambiare Abito (la nostra armatura santificatrice per gli Ultimi Tempi), facendoci apprezzare giorno dopo giorno l’esigenza di recuperare tutto il Tempo che finora abbiato dato a Mammona.

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RIVESTITI DELLA REGALITA’ DI MARIA

NOVENA per l’ASSUNZIONE della B.V. MARIA

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella tua Assunzione trionfale in anima e corpo al Cielo, dove sei acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi; ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore che Ti ha esaltata sopra tutte le creature e offrirti il nostro omaggio ed il nostro amore.

Ave Maria…

O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi sappiamo che il tuo sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia ora in Cielo alla vista dell’umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell’anima tua, nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità, fa sussultare il tuo cuore di beatificante tenerezza; noi, poveri peccatori a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, Ti supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo fin da questa nostra vita terrena a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.
Ave Maria…

O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi confidiamo che le tue pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le tue labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che tu senta la voce di Gesù dirti di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: «Ecco il tuo figlio»; noi, che Ti invochiamo nostra Madre, Ti prendiamo come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

Ave Maria…

O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi abbiamo la vivificante certezza che i tuoi occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgano ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, all’oppressione dei giusti e dei deboli; noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal tuo celeste lume e dalla tua dolce pietà, sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

Ave Maria…

O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi crediamo infine che nella gloria dove regni vestita di sole e coronata di stelle Tu sia, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi; da questa terra dove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di Te, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza. Attiraci con la soavità della tua voce per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Ave Maria…

O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.
Salve, o Regina..

NOVENA per l’ASSUNZIONE della B.V. MARIA

(Piccola corona di dodici salutazioni angeliche ed altrettante benedizioni)

* I. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale foste invitata dal vostro Signore al cielo.
Ave Maria

* II. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale foste assunta dagli Angeli santi in cielo.
Ave Maria

* III. Sia benedetta, o Maria, l’ora in cui tutta la corte celeste vi venne incontro.
Ave Maria

* IV. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale foste ricevuta con tanto onore in cielo.
Ave Maria

* V. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale sedeste alla destra del vostro Figlio in cielo.
Ave Maria

* VI. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale foste coronata con tanta gloria in cielo.
Ave Maria

* VII. Sia benedetta, o Maria, l’ora in cui vi fu dato il titolo di Figlia, Madre e Sposa del Re del cielo.
Ave Maria

* VIII. Sia benedetta, MMrria, l’ora nella quale foste riconosciuta Regina suprema di tutto il cielo.
Ave Maria

* IX. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale tutti gli Spiriti e Beati del cielo vi acclamarono.
Ave Maria

* X. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale foste costituita Avvocata nostra in cielo.
Ave Maria

* XI. Sia benedetta, o Maria, l’ora nella quale cominciaste a intercedere per noi in cielo.
Ave Maria

* XII. Sia benedetta. o Maria, l’ora nella quale vi degnerete di ricevere tutti in cielo.
Ave Maria

Preghiamo:
O Dio, che volgendo lo sguardo all’umiltà della Vergine Maria l’hai innalzata alla sublime dignità di madre del tuo unico Figlio fatto uomo e oggi l’hai coronata di gloria incomparabile, fa’ che, inseriti nel mistero di salvezza, anche noi possiamo per sua intercessione giungere fino a te nella gloria del cielo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

PREGHIERA per l’ASSUNZIONE della B.V. MARIA

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini,

noi crediamo nella tua assunzione in anima e corpo al cielo,

ove sei acclamata da tutti i cori degli angeli e da tutte le schiere dei santi.

E noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore che ti ha esaltata sopra

tutte le creature e per offrirti l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.

Noi confidiamo che i tuoi occhi misericordiosi si abbassino sulle nostre miserie

e sulle nostre sofferenze; che le tue labbra sorridano alle nostre gioie

e alle nostre vittorie; che tu senta la voce di Gesù ripeterti per ciascuno di noi:

Ecco tuo figlio.

E noi ti invochiamo nostra madre e ti prendiamo, come Giovanni, per guida,

forza e consolazione della nostra vita mortale.

Noi crediamo che nella gloria, dove regni vestita di sole e coronata di stelle,

sei la gioia e la letizia degli angeli e dei santi.

E noi in questa terra, ove passiamo pellegrini, guardiamo verso di te,

nostra speranza; attiraci con la soavità della tua voce per mostrarci un giorno,

dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo seno, o clemente,

o pia, o dolce Vergine Maria.

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Manuale per la Resilienza Cattolica

LA MIA CONVIVENZA

(dal romanzo storico autobiografico di Frà Giuseppe Mercuri già eremita del Santuario del Santissimo Crocifisso e di Nostra Signora Mediatrice di Grazie a Vallerano-VT)

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IL VOTO DI VERGINITA’ DI MARIA E DI GIUSEPPE. IL FIDANZAMENTO

I santi Padri, da San Girolamo a Sant’Agostino, seguiti poi dagli esegeti e dai teologi quasi all’unanimità, ritengono che Mari abbia fatto voto di verginitá. La stessa cosa si ritiene oggi di San Giuseppe.(1) Ma quando Maria e Giuseppe avrebbero emesso questo voto? I Vangeli non ne parlano ma questa lacuna puó essere riempita con ipotesi verosimili. Il sottoscritto ha in proposito la sua convinzione: ai biblisti il giudizio, per quanto discorde o favorevole che sia. Certamente Maria aveva fatto voto di verginità prima che l’angelo le dicesse che era stata scelta come madre del Salvatore, perché rispose all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”, risposta che non avrebbe senso se Maria non avesse promesso a Dio di non voler conoscere uomo (Le 1,34).

Continuando sullo stile del mio romanzo (abbiamo iniziato il racconto dall’ottavo capitolo), nella convivenza con la Santa Famiglia ho chiesto a Maria come sono andate le cose. A questa domanda Maria è rimasta pensierosa, poi mi ha detto: “Ero perplessa perché si tratta di svelarti la mia anima, ma ho pensato che ma lia risposta possa essere una testimonianza da fare per la gloria di Dio. Qualcuno potrebbe pensare che io abbia fatto voto di verginità per una avversione patologica ai matrimonio, lo escludo nel modo più assoluto. Le maestre e i sacerdoti del tempio erano tutti sposati e ci parlavano del matrimoniocome di un vincolo santo tra l’uomo e la donna: avere figli era ritenuta una grande benedizione di Dio. Ma nel Tempio si maturó in me la convinzione che il Signore mi chiedeva la consacrazione totale a Lui. In Israele si pregava molto perché Dio facesse presto a mandare il Salvatore promesso, e molte donne in Israele nutrivano il pensiero di poter essere scelte da Dio per dare alla luce il Messia, es­sendo maturi i tempi della sua venuta. A me questo pensiero non venne, perché sentivo che il Signore mi chiedeva soltanto la preghiera e un grande amore verso il Messia che sarebbe venuto, insieme alla consacrazione a Lui dell’anima e del corpo. Così, all’età di undici anni, mi consacrai al Signore facendo voto di verginitá.”

La interrompo: “Non ti consigliasti con le maestre e i sacerdoti? Non pensavi che quel voto era in contrasto con le tradizioni d’Israele e avrebbe potuto crearti dei problemi?

Non mi consiglia con nessuno. Soltanto dopo aver fatto il voto mi sono confidata con zio Zaccaria, che era sacerdote nel Tempio. Mi disse che non capiva se era stato Dio o il demonio a ispirarmi quella promessa; ma ne avrebbe parlato al sommo sacerdote. Che cosa sia avvenuto tra loro, non lo so. Anch’io pensavo che quel voto avrebbe potuto crearmi dei problemi, ma se era stato Dio ad ispirarmelo, come pensavo, Lui avrebbe provveduto. Poi fu eletto sommo sacerdote zio Zaccaria.

Quando compii dodici anni e dovevo essere dimessa dal tempio, zio Zaccaria convocò i sacerdoti e disse: “Maria di Gioacchino non è più una bambina, deve essere dimessa perché non le accada nel tempio ciò che accade alle ragazze di una certa età(2), come vuole la consuetudine dobbiamo trovarle uno sposo (un fidanzato) ma c’è un problema serio da risolvere: Maria ha fatto voto di verginità pensando di consacrarsi al Signore in modo più perfetto che con il matrimonio. Che cosa facciamo?”

Le opinioni dei sacerdoti furono diverse. Alcuni dissero che quel voto era invalido perché contrario alle tradizioni d’Israele; altri esortarono Zaccaria a convincermi di recedere da quella promessa o di accettare di esserne dispensata; altri dissero che si poteva procedere ugual- mente perché il problema si sarebbe posto quando si doveva passare al secondo rito delle nozze, alla convivenza. Fu accettata l’ultima pro- posta. Allora Zaccaria inviò i banditori per invitare i pretendenti alla mia mano, della casa di Davide, ad essere presenti nella sala delle ce­rimonie nel giorno e nell’ora stabiliti.

Quel giorno la sala delle cerimonie era piena. Zaccaria si alzò e disse: “Tra voi devo scegliere chi sarà lo sposo di Maria, ma non posso procedere secondo la consuetudine, perché Maria l’ha rotta fa­cendo voto di verginitá; potrà fidanzarsi ma non potrà procedere al se­condo rito se nel frattempo non recederà dal voto o non vorrà esserne dispensata; chi non vorrà fidanzarsi con lei a queste condizioni può uscire dalla sala, quelli che restano pregheranno con me affinché il Si­gnore ci dia un segno, perché soltanto Dio sa se in questa sala c’è qualcuno in grado di rispettare il voto di questa ragazza.”

Molti – prosegue Maria – uscirono dalla sala, pochi restarono. Mentre quelli che erano restati stavano pregando con il sommo sa­cerdote, si udì un brusio nella sala: sul bastone di Giuseppe, figlio di Giacobbe, era fiorito un giglio. Il sommo sacerdote disse a Giuseppe di portargli il bastone e gli disse: “Come vedi, il Signore ha dato il segno, sarai sposo di Maria e custode del suo voto, prometti?” E disse a me: “Maria, vuoi prendere in tuo sposo Giuseppe, figlio di Gia­cobbe?”. Io e Giuseppe ci siamo guardati e abbiamo detto “Sì”. Il sommo sacerdote ci ha benedetti e, rivolto all’assemblea, ha detto: “E’ la prima volta che accade questo in Israele”. E a noi: “Credo che non tornerete qui per il secondo rito…”. “Domando a Maria: “Anche Giuseppe aveva fatto voto di vergi­nità?”.

Mi risponde: “E’ meglio che te lo dica lui, adesso lo vado a chia­mare”. Maria va a chiamare Giuseppe che sta nel suo laboratorio e gli dice che il sacerdote desidera un chiarimento da lui. Giuseppe viene e mi chiede che cosa desidero sapere. Gli dico: “Mettiti seduto. Vor­rei sapere se anche tu avevi fatto voto di verginità come Maria.”

Risponde: “Le cose sono andate così: io ero molto innamorato di Maria; quando il sommo sacerdote disse di uscire dalla sala delle ce­rimonie a coloro che non erano disposti a sposare Maria a quelle con­dizioni, io restai. Quando ci disse di pregare per chiedere un segno, anche io, per non perdere Maria, ho fatto voto di verginità nel mio cuore ed è fiorito il giglio sul mio bastone. Io e Maria ci eravamo conosciuti fin da bambini, qualche volta ero andato a trovarla nel tem­pio insieme a Gioacchino e quando Gioacchino morì seguitai ad an­dare a trovarla con mio padre. Il mio amore per lei cresceva… Si vede che fin da allora era scritto in cielo che Maria doveva essere la mia sposa.”

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MARIA EREDITA LA CASA NUOVA DI NAZARETH. L’ANNUNCIO DELL’ANGELO

Secondo la tradizione, l’annuncio dell’angelo a Maria avvenne a Nazareth. Dunque, Maria, uscendo dal tempio a dodici anni, non tornò nella casa di Gerusalemme dove era nata,(3) i suoi genitori si erano trasferiti a Nazareth. Occorre riempire questa lacuna perché i Vangeli non parlano di questo trasferimento.

Chiedo a Maria di dirmi come andarono le cose e mi risponde: “Dopo la mia presentazione al tempio, i miei genitori pensarono di ri­tornare a Nazareth, la loro patria di origine dove avevano ancora molti parenti: avrebbero venduto la casa di Gerusalemme e il gregge e avrebbero costruito una casa nuova accanto a quella di Giacobbe, padre di Giuseppe e di Alfeo. Mi fecero la proposta di seguirli, ma se preferivo potevo restare nel tempio fino all’età di dodici anni, quando le ragazze venivano dimesse. Risposi che preferivo restare nel tem­pio e mi dissero: “Figlia, anche noi pensiamo che questa sia la volontà di Dio per te e per noi. Verremo a trovarti, restiamo uniti nelle pre­ghiere.” Mi scrissero dicendo che per il momento erano ospiti in casa di Giacobbe ma stavano costruendo la casa nuova. Vennero a tro­varmi due volte e mi dissero che forse l’età avanzata non glie­l’avrebbe più permesso. Un giorno, Giacobbe venne a trovarmi da solo, perché mamma e papà erano andati in cielo, a distanza di due giorni l’uno dall’altra. Mi dissero che la casa nuova era terminata e lui con i figli Alfeo e Giuseppe la custodivano; intanto stavano co­struendo un tempietto nel giardino dove riposavano i loro resti.(4) Dissi a Giacobbe che la morte dei miei genitori non mi rattristava perché il Signore mi aveva concesso di assisterli senza uscire dal tem­pio: «la loro morte non era stata morte, perché si erano spenti come dolcemente si spengono le stelle quando il sole sorge all’aurora».(5)

Quando a dodici anni fui dimessa dal tempio, dopo essere stata fidanzata a Giuseppe dal sommo sacerdote, presi possesso della nuova casa. Tutti i parenti mi aiutavano nelle faccende di casa, nella cura del giardino e nella manutenzione del tempietto dove non solo i parenti ma anche molti nazaretani venivano a pregare con me e a riempirlo di fiori. Intanto i parenti mi sollecitavano di fare presto a passare al secondo rito delle nozze essendo sola in casa.

Ero in preghiera in questa stanza quando improvvisamente la stanza si illuminò. La tenda della finestra si muoveva come se dietro vi soffiasse un venticello. Senza che la finestra si aprisse entrò un giovane vestito di bianco. Pensai subito che fosse un angelo ma poi pensai che poteva essere l’angelo delle tenebre travestito da angelo di luce. Mi sorrise e mi disse: “Rallegrati, Maria,(6) perché hai trovato grazia presso Dio. Concepirai e darai alla luce un figlio che chiame­rai Gesù (= Dio salva). Egli sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore gli darà il trono di Davide e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe: il suo regno non avrà mai fine”.

Al pensiero che, come diceva quel giovane, dovevo essere madre e non avrei potuto osservare la promessa che avevo fatto al Signore, io mi sentii confermata nell’idea che quel giovane fosse davvero l’an­gelo delle tenebre; tuttavia le sue parole suonavano al mio orecchio e al mio cuore come una dolce melodia che mi rassicurava e mi dava gioia. Gli risposi: “Come è possibile se ho promesso al Signore di non conoscere uomo?” L’angelo mi rispose: “Concepirai il Messia non per opera dell’uomo ma dello Spirito Santo; tua cugina Elisa­betta è al sesto mese di gravidanza nonostante la sua età avanzata, e tutti sanno che era sterile: nulla è impossibile a Dio.” Allora gli ho detto: “Sono la serva del Signore, si faccia di me come hai detto”. (Lc 1,26-38)

Pensai di andare a trovare subito Elisabetta ma intanto una grande luce era entrata in me: ero certa che mi aveva parlato l’angelo del Signore. Ebbi anche un’altra certezza, che alle parole con le quali avevo detto il mio “sì”, il Verbo di Dio aveva preso carne in me, mi misi in ginocchio e adorai il Messia che avevo concepito. Ho sba­gliato? Dovevo adorarlo soltanto dopo che fosse passato qualche tempo perché potesse diventare un uomo?”

Le rispondo: “No Maria, non hai sbagliato: il Figlio di Dio si era incarnato in te nello stesso momento che hai dato il tuo assenso, si era fatto uomo perché era stata infusa in l’anima umana immortale. In un certo modo si potrebbe dire che hai concepito il Messia con l’amore che avevi nel cuore per Lui, prima di concepirlo nella tua carne: le anime che si consacrano al Signore non Lo concepiscono forse nel loro cuore con il loro amore? Dunque, Maria, l’annuncio dell’angelo è avvenuto a Nazareth ma non nel luogo che chiamiamo la Sacra Grotta?”

Risponde: “La Sacra Grotta era lo scantinato della casa dove preferivo ritirarmi a pregare, ma l’angelo mi apparve in casa.(7)”

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MARIA SI RECA IN FRETTA DA ELISABETTA

L’angelo –racconta Maria- mi aveva detto che Elisabetta era al sesto mese di gravidanza; era vecchia e pensavo che avesse bisgono della mia assistenza. D’altra parte sentivo un forte desiderio di comunicarle l’annuncio dell’angelo e il concepimento del Messiá nel mio grembo. Ma non potevo rivelare a Giuseppe la mia maternitá per opera dello Spirito Santo perché lo Spirito stesso me lo aveva proibito; Giuseppe avrebbe pensato che era una favola inventata da me per nascondergli il mio peccato. Avrebbe pensato Dio a giustificarmi di fronte a Giuseppe. Pregai il Signore di farmi trovare le pa­role giuste e dissi a Giuseppe:

“Ho tanto desiderio di rivedere Elisabetta e Zaccaria. Ci hanno chiesto preghiere per avere un figlio, abbiamo pregato tanto ma non li abbiamo più visti. Verso Zaccaria abbiamo molti doveri di ricono­scenza: mi ha fatto entrare nel tempio a tre anni, mi è stato sempre vi­cino nell’educandato, ci ha sposati… Posso andare?”.

“Non solo puoi andare — mi ha risposto Giuseppe — ma devi an­dare; io però non posso accompagnarti fino ad Ain-Karim (8) perché ho alcuni lavori urgenti da fare; potrei accompagnarti fino a Gerusa­lemme ed un mio amico, un vecchietto che è stato giardiniere nella villa di Zaccaria, potrebbe accompagnarti fino alla casa di Zaccaria: conosce bene la strada, ti puoi fidare.”

Accolsi subito la proposta. Giuseppe chiese l’asino ad Alfeo ed io lo avrei seguito sul nostro asinello. Mi aiutò a caricare sull’asino un bauletto (arca) con alcuni effetti personali e partimmo verso la montagna (Lc 1,39). Facemmo una sosta per mangiare e ripartimmo; prima del tramonto del sole eravamo davanti alla casa dell’amico di Giuseppe. Il vecchietto e sua moglie, quando videro Giuseppe, ci accolsero con gioia e Giuseppe mi presentò: “Si chiama Maria, è la mia sposa, la cugina di Elisabetta. Deve andare a trovare Elisabetta e Zaccaria che ci ha sposati nel tempio, ma io non posso accompagnarla fino ad Ain-Karim perché ho lavori urgenti per le mani, puoi accompagnarla tu?”. Il vecchietto rispose: “Come no? Sei un caro amico ma ho anche piacere di rivedere i miei padroni e i vecchi amici che sono ancora a loro servizio.”

Abbiamo mangiato e pernottato; l’ indomani all’aurora siamo partiti su due asinelli, mentre Giuseppe è tornato a casa. Nel tardo pomeriggio eravamo davanti alla casa di Zaccaria. Il vecchietto ha suonato la campanella ed un servo è venuto al cancello. Non appena si sono riconosciuti, si sono abbracciati e il vecchietto mi ha presen­tata: “Si chiama Maria, è la cugina di Elisabetta, Zaccaria l’ha spo­sata a Giuseppe, il falegname di Nazareth che mi ha chiesto di accompagnarla; mi fai il favore di chiamare Elisabetta?”.

Elisabetta, alla notizia che ero giunta, è scesa di corsa dalle scale esterne della casa; io le ho detto di fermarsi perché non doveva scen­dere di corsa in quelle condizioni; sono corsa su per le scale e ci siamo abbracciate; lei ha cominciato a singhiozzare per la gioia di rivedermi. Mi ha portato nella sua stanza e mi ha detto: “Non ti presento subito a Zaccaria perché potrebbe venirgli un malore, prima lo devo prepa­rare a questo incontro.”

“Dunque — le ho detto — il Signore ha ascoltato le vostre e le no­stre preghiere, come sono contenta! Sai chi mi ha detto che eri al sesto mese? Indovina… Me lo ha detto un angelo del Signore. Mi ha detto anche che il Messia sarebbe nato da me, lo porto in grembo da pochi giorni…”

“Cosa mi dici? Zaccaria mi ha detto che hai fatto voto di vergi­nità..”

“E’ vero, ma l’angelo mi ha detto che avrei concepito per opera dello Spirito Santo.” Elisabetta è rimasta per qualche attimo a pen­sare, poi mi ha detto: “Ti credo, non solo perché sei sincera ma anche perché, quando ci siamo abbracciati, il mio bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo, i due bambini si sono riconosciuti… Vieni con me, io vado a preparare Zaccaria e tu resta dietro la sua porta ori­gliando e guardando dal buco della serratura.”

Elisabetta ha bussato alla porta di Zaccaria e questi ha risposto con due colpetti sul tavolo che poteva entrare. Tutta giuliva, Elisabetta ha detto al marito: “Zaccaria, vuoi sapere che cosa ho sognato que­sta notte? Ho sognato che Maria di Nazareth stava venendo da noi sopra un asinello.” Zaccaria sorride e allarga le braccia come per dire: è un bel sogno ma purtroppo è un sogno!

“Zaccaria, non abbiamo forse pregato perché il Signore ispirasse Maria a venire da noi? Se un angelo ti dicesse che il Signore ha ascol­tato anche questa nostra preghiera, crederesti all’angelo?”. Zaccaria si tocca la bocca, come per dire: gli crederei, perché non mi accada di peggio.

“Zaccaria, questa volta l’angelo sono io: ti annuncio una grande gioia, Maria di Nazareth è qui!”. Apre la porta, io entro e Zaccaria scatta in piedi ed esclama singhiozzando: “Maria!”. Elisabetta pensa che zio ha riacquistato la favella ma io le dico: “Questo è il segno che Zaccaria parlerà presto ma non è ancora il momento.” Abbraccio lo zio ma sento che gli tremano le gambe e lo aiuto a sedersi sulla poltrona. Lo abbraccio ancora mentre continua a singhiozzare e mi accarezza sul viso, forse per sentire se sono davvero io, non un fan­tasma. Vorrebbe dirmi tante cose ma non può. Gliele dico io:

“Zio, ricordi quando ero piccina e tu mi davi la mano per aiu­tarmi a salire la gradinata del tempio? Ricordi quando pensavi che il sommo sacerdote non mi avrebbe accettato perché avevo soltanto tre anni, ma tu gli parlasti e lui mi accettò? Ricordi quando ogni tanto mi venivi a trovare per vedere se ero contenta di stare nel tempio? E quando mi fidanzasti con Giuseppe e sul suo bastone fiorì un gi­glio?”. Ad ogni domanda risponde con il capo: “Sì, sì, sì…”. “Zio, presto io e Giuseppe perfezioneremo le nostre nozze con il secondo rito, verrai anche tu alla festa?”

Zaccaria si turba, sta pensando al mio voto. Allora proseguo: “Zio, vuoi sapere una cosa grande grande? Il Signore mi ha inviato il suo angelo, mi ha detto che sarei diventata madre per opera dello Spi­rito Santo… e sai perché? Perché mi ha scelta come madre del Mes­sia, lo porto già nel mio grembo.”

Zaccaria mi ha guardato negli occhi, poi singhiozzando ancora ha posato il capo sul mio petto. Lo aiuto a stendersi sul letto e gli dico: “Ora riposati, io ed Elisabetta torniamo nella sua stanza, avrò tempo di raccontarti tante cose belle.”

Elisabetta, mentre io parlavo a Zaccaria, è restata sempre silen­ziosa ad ascoltarmi con gli occhi lucidi; mi ha preso per mano e siamo rientrate nella sua stanza. Le ho chiesto io stilo e il favore di mandare un servo a chiamare il corriere, volevo scrivere a Giuseppe. Gli ho scritto:

«Giuseppe, Elisabetta è al sesto mese di gravidanza, le loro pre­ghiere e le nostre sono state esaudite. Penso di rimanere fino a quando Elisabetta partorirà e il bambino sarà circonciso. Sono certa che tutto andrà bene. Ti riscriverò quando il bambino sarà nato e ti farò sapere quando sarà circonciso. È bene che quel giorno anche tu sarai con noi alla festa. Adesso non ti muovere e non preoccuparti. Shalom! Maria».”

Mi dice che, nonostante queste parole rassicuranti per Giuseppe, lei sentiva nel cuore qualche apprensione. “Vedremo, preghiamo” ha detto ad Elisabetta.

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LA NASCITA DI GIOVANNI, ZACCARIA RIACQUISTA LA FAVELLA, LA NOTTE OSCURA DI GIUSEPPE

Maria trascorse tre mesi con Elisabetta. E’ facile immaginare gli argomenti dei loro colloqui: il Bambino di Maria che era il Messia, il bambino di Elisabetta che lo avrebbe preceduto per prepa­rargli la strada. Chiedo a Maria di parlarmi degli ultimi giorni della gravidanza di Elisabetta e della nascita del suo bambino.

“Per Elisabetta – dice – cominciavano le doglie del parto. Tutto procedeva normalmente, eppure vedevo in lei e in Zaccaria tanta ap- prensione, sembrava che non ricordassero più l’intervento miraco­loso di Dio perché avessero un figlio: se Dio era stato con loro fino a quel momento, forse li avrebbe abbandonati? Il mio servizio in quei giorni consisteva soprattutto nel mantenerli sereni. Dalla finestra di Elisabetta vedevo Zaccaria irrequieto che passeggiava su e giù nel viale del giardino. Gli dicevo: “Perché ti agiti Zaccaria? Perché non vai nella tua stanza a riposare?”. Elisabetta da parte sua mi voleva sempre accanto e teneva continuamente una mano poggiata sul mio seno. Le dicevo: “Non occorre, prega, il Bambino non è soltanto nel mio grembo, è anche accanto a te e al bambino che darai alla luce.”

Anche Sara, la donna di servizio preferita da Elisabetta, faceva la sua parte per tenere serena la sua padrona e aveva sempre l’acqua calda a portata di mano. Anche lei le ricordava l’intervento di Dio nel concepire il figlio che ora stava per nascere; le ripeteva con me che sarebbe stato un bimbo sano e bello, le chiedevamo se voleva pre- sente anche Zaccaria ma rispondeva: “No, glielo metterete tra le brac­cia quando sarà nato.” Intanto il bimbo premeva, voleva uscire dal grembo. Poi un grido della mamma e il bambino mi scivolò tra le mani.

Lo lavammo, lo fasciammo, lo ponemmo sul petto di Elisabetta e poi lo portammo a Zaccaria. Piangendo, Zaccaria stringeva forte il bambino tra le braccia, aveva paura che gli cadesse, non sapeva come tenerlo; lo baciò più volte e lo restituì a me perché lo riportassi alla madre. Nel villaggio si diffuse subito la notizia: Elisabetta, la donna sterile e vecchia ha partorito un maschio! La casa si riempì di parenti e di curiosi. “Come lo chiamerete?” Elisabetta rispondeva: “Gio­vanni, perché è dono di Dio”. “Ma nel vostro casato non c’è nessuno con questo nome!” (Lc 1,61). “Non importa, è dono di Dio!”.

Venne l’ottavo giorno, il bambino doveva essere circonciso e i parenti discutevano ancora sul nome. Zaccaria doveva dire l’ultima parola ma era muto; prese lo stilo e la tavoletta cerata e scrisse: “Il suo nome è Giovanni”. In quel momento si sciolse il nodo della sua lin­gua e lodando Dio profetò: “Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele che ha visitato il suo popolo; e tu, bambino, sarai il profeta dell’Al­tissimo perché andrai davanti al Signore a preparargli le strade…” (Lc 1,63-64; 1,68ss).

Zaccaria stava lodando il Signore quando entrò Giuseppe. Si scusò per non essere riuscito a venire prima, ma era contento perché il rito della circoncisione non era ancora iniziato. Abbracciò Elisa­betta e Zaccaria e prese il bambino tra le braccia guardandosi intorno: cercava me ma non mi vedeva. “Io – dice Maria – vedendo entrare Giuseppe sono corsa nella mia stanza per mettermi un vestito che co­prisse meglio la mia maternità, ma non lo trovavo, ero agitata.

Mi sono coperta con un manto e sono rientrata in sala. Giuseppe è venuto ad abbracciarmi e il manto mi è scivolato dalle spalle. Rac­cogliendolo, Giuseppe mi ha dato uno sguardo dal basso in alto e si è turbato. Ha visto che anch’io ero turbata. Non potendo giustificarmi, mi sono fatta rossa in viso e ho capito che per Giuseppe e per me la festa era terminata. I presenti capirono dal nostro turbamento che Giu­seppe non sapeva ancora che io ero incinta. Mi disse che voleva par­larmi e lo invitai nella mia stanza. Indicò con lo sguardo la mia maternità ma io tacevo. Allora mi disse: “Prendi le tue cose e an­diamo”.

Lo seguii nella sala dove si stava preparando la cerimonia della circoncisione, si avvicinò a Zaccaria, impasticciò qualche scusa e disse che doveva partire d’urgenza per Nazareth con me. Zaccaria cercava di dissuaderlo: “Sta calando il sole, la strada è lunga, re­state…”, ma Giuseppe era irremovibile. Chiesi ad Elisabetta di dire a qualche servo di prepararci gli asini; Elisabetta lo disse a Sara perché lo dicesse al servo incaricato della stalla, poi mi prese per mano e mi condusse nella sua stanza. Mi abbracciò piangendo, io le dissi: “Non preoccuparti, penserà il Signore a giustificarmi davanti a Giuseppe.” L’abbracciai forte e dissi a Giuseppe che ero pronta. Sa­limmo sugli asini e partimmo.

Il viaggio di ritorno a Nazareth andò così: lui muto sul suo asino, io muta sul mio. C’era la luna piena. Attraverso scorciatoie e per­dendo la nozione del tempo giungemmo finalmente a Nazareth affa­mati e stanchi. Giuseppe si fermò davanti alla casa di Alfeo, lo chiamò e gli disse: “Domani ti spiegherò, ora sono tanto stanco, non, mi sento bene, vado a stendermi; Maria andrà a casa sua.” Alfeo ri- mase impressionato, io lo salutai con la mano e andai a casa. Entrai e mi prostrai sul pavimento implorando: “Signore, sto facendo la tua volontà, fai presto, mandagli un angelo…”. Mi sembrava di vedere Giuseppe che non riusciva a dormire e diceva: “Signore, che cosa devo fare? Se la rimando con il libello del ripudio sarà lapidata… ma se avesse subìto violenza? Perché non parla? Al vederla mi sembra ancora un angelo, la respingerò in segreto”.

“Giuseppe era caduto in depressione. Con profondo senso di colpa diceva: “Signore, me l’hai affidata ma io non sono stato capace di proteggerla… Signore, sono tanto stanco, fammi addormentare e non svegliarmi più…”.

“A questo punto — prosegue Maria — mi è parso di vedere un an­gelo che è andato da lui e gli ha detto: “Giuseppe, coraggio, non te­mere di prendere con te Maria, tua sposa, perché Colui che è stato generato in lei è opera dello Spirito Santo: darà alla luce un Figlio e tu lo chiamerai Gesù.” (Mt 1,18-21)

Giuseppe si è subito levato dalla branda ed è uscito da casa. Poco dopo ho sentito bussare alla porta, ho aperto e Giuseppe è caduto in ginocchio davanti a me dicendo: “Maria, perdonami, ho peccato, ti ho giudicata…” e piangeva. L’ho afferrato per un braccio e l’ho messo in piedi ma lui ha ripetuto: “Sì, ho peccato, ti ho giudicata… ma l’angelo mi ha detto di prenderti con me perché Colui che è stato generato in te è opera dello Spirito Santo…”.

Gli ho risposto: “Giuseppe, perdonami se ti ho fatto soffrire ma lo Spirito mi aveva imposto di non giustificarmi con te, avrebbe pen­sato Lui a giustificarmi. Se ti avessi detto che ero incinta per opera dello Spirito, mi avresti creduto? Poiché l’angelo ti ha detto di pren- dermi con te, perfezioneremo subito le nostre nozze.”

“Sì, sì. Mentre tu eri da Elisabetta, io ti ho preparato il regalo di nozze… ma perché il Signore ha voluto che soffrissi tanto?”

“Non lo so, Giuseppe, ma penso che dovevi soffrire le doglie del parto che a me saranno risparmiate… sarai il suo papà e anche tu lo chiamerai Gesù”.

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GIUSEPPE MOSTRA IL REGALO DI NOZZE A MARIA E AGLI AMICI

Passata la notte oscura, Giuseppe e Maria decidono di perfezionare le nozze ma prima Giuseppe vuole mostrare il regalo di nozze a Maria e agli amici invitandoli ad un pranzo in casa della sposa. Maria racconta:

“Il giorno stabilito, questa stanza era piena di invitati. Vicino a Giuseppe e a me sedeva Luca, il nostro medico di famiglia che ogni tanto veniva a documentarsi da me perché aveva intenzione di scri­vere il Vangelo. Il pranzo fu preparato da Maria di Alfeo e da altre donne. Terminato il pranzo, Giuseppe ha chiesto la parola e ha detto: “Fratelli, sorelle, ascoltatemi. Prima di mostrarvi il regalo di nozze che ho preparato per Maria, desidero dirvi alcune cose importanti, anche se qualcuno di voi le conosce già. Tre mesi orsono l’angelo del Signore ha parlato a Maria. Le ha detto che il Signore l’aveva scelta per essere la madre del Messia che tutti in Israele aspettiamo. Dovete sapere che quando Maria era nel tempio si consacrò al Signore fa­cendo voto di verginità, perciò ha risposto all’angelo che aveva pro­messo al Signore di non conoscere uomo; l’angelo le ha risposto che avrebbe concepito per opera dello Spirito Santo, allora lei ha accettato rispondendo: “Sono la serva del Signore, avvenga in me come hai detto.” Siccome l’angelo l’aveva informata che sua cugina Elisabetta era al sesto mese di gravidanza, pur essendo sterile e vecchia, Maria si è recata subito da Elisabetta per servirla ed è rimasta con lei tre mesi, cioè fino a quando Elisabetta ha partorito. Naturalmente Maria ha confidato alla cugina l’annuncio ricevuto dall’angelo mentre a me non aveva detto nulla di questo fatto perché lo Spirito le aveva imposto di non giustificarsi con me circa la sua gravidanza: avrebbe pensato Lui, lo Spirito stesso, a giustificarla. Infatti quando Maria è tornata a casa, un angelo mi è apparso e mi ha detto: “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché Colui che porta in grembo non è opera dell’uomo ma dello Spirito Santo”. Così abbiamo deciso di perfezionare le nozze ed ora sono qui per mostrare a Maria e a voi il regalo di nozze che ho preparato per lei mentre era da Eli­sabetta. Mi sono spiegato?”

Un brusio ha riempito la sala, si è capito subito che era un bru­sio di approvazione. Si è alzato il medico Luca e ha confermato le parole di Giuseppe dicendo: “Io sto scrivendo il Vangelo, Maria mi ha detto le stesse cose che ora ci ha detto Giuseppe.” Si è alzato Alfeo e ha detto: “Mio fratello mi ha già raccontato quello che ora ha detto a tutti e mio fratello non mente, tutti sappiamo che è un uomo giusto.” Un altro ha detto: “Lo sappiamo tutti che a Maria e a Giuseppe parlano gli angeli.” Rivolgendosi a Giuseppe, un altro ha detto: “Hai fatto bene a dire pubblicamente queste cose perché a Nazareth girano chiacchiere sulla gravidanza di Maria.” Giuseppe sorride e dice: “Sarà lo Spirito Santo a giustificarla anche davanti alla gente. Ma ora, fratelli, seguitemi, vi mostrerò il regalo di nozze che ho prepa- rato per Maria e ringrazio mio fratello Alfeo che mi ha aiutato nei la­vori che vi mostrerò.”

Giuseppe — prosegue Maria — mi ha preso per mano e ci ha con­dotti nella grotta dell’asino e della capretta. Sorridendo ha detto: “Non sono queste bestiole il regalo di nozze per Maria, seguitemi in fondo alla grotta.” In fondo alla grotta ha acceso una lucerna mostrando una grotticella laterale e dicendo: “Facciamo silenzio, ditemi se sentite qualche rumore.” Alcuni hanno detto di sentire un fruscio, come di acqua che scende. “Precisamente — ha detto Giuseppe — è una piccola sorgente: l’acqua scendeva dalla roccia e si disperdeva nel terreno sabbioso, ora non più, perché sotto la sorgente io e Alfeo ab­biamo costruito una vaschetta; l’acqua è limpida e fresca, Maria può usarla per la mensa, per la cucina e per abbeverare le bestiole senza dover recarsi al ruscello o tirarla su da qualche pozzo. Ma non finisce qui, seguitemi nel giardino.”

Nel giardino — prosegue Maria — Giuseppe ci ha mostrato una vasca più grande e ha detto: Attraverso un canale scavato a circa mezzo metro di profondità, l’acqua scende dalla vaschetta della sorgente in questa vasca: Maria può lavare i panni senza dover recarsi al ruscello. Come potete vedere, io e Alfeo abbiamo piantato le viti intorno alla vasca, quando le viti saranno cresciute, faremo una pergola affinché Maria sia riparata dal sole quando lava. L’acqua della vasca può essere utilizzata per il giardino e per le pulizie della casa. Attra­verso un canale come il precedente l’acqua scende nella cunetta della strada e si disperde.” Segue un lungo applauso.”

Maria prosegue il racconto: “Giuseppe si è seduto sopra una grossa pietra e ha invitato tutti intorno a sé; a me ha detto di mettermi seduta accanto a lui. Ha tirato fuori dalla tasca una pergamena e ha detto: “Questa pergamena è il documento della donazione dei lavori da me eseguiti per Maria ma prima di leggerlo permettetemi di rac­contarvi un episodio:

«Un giorno ero seduto su questa pietra e vidi Maria che tornava dal ruscello portando sul capo la conca dei panni lavati e l’anfora dell’ acqua poggiata sul fianco. Le dissi: “Maria, riposati, metti giù la conca e l’anfora, come sei sudata!” Si sedette e mi rispose: “Giu­seppe, perché ti preoccupi? Sono giovane e forte!” Le dissi: “Quanto vorrei renderti la vita meno difficile!” E lei sorridendo: “A Dio tutto è possibile, potrebbe far scaturire una sorgente tutta per noi!” ».

Quando io ho scoperto la sorgente nella grotta, ho pensato che Dio aveva preso sul serio le parole di Maria e ha fatto scaturire la sorgente. Sì, fratelli, perché prima la sorgente non c’era, altrimenti Gioacchino l’avrebbe vista e utilizzata. Penso che quest’acqua sia miracolosa, io ne bevo un bicchiere ogni mattina.”

A questo punto Giuseppe ha srotolato la pergamena e ha letto ad alta voce: “Io, Giuseppe fu Giacobbe, dono a Maria, mia sposa, come regali di nozze, i seguenti lavori da me eseguiti con la collaborazione di mio fratello Alfeo: a) la vaschetta costruita sotto la sorgente della grotta dove scaturisce; b) il canale scavato a circa mezzo metro di profondità che porta l’acqua dalla vaschetta della sorgente alla vasca del giardino; c) la vasca costruita nel giardino circondata da viti per fare la pergola sopra la vasca medesima; d) il canale scavato sotto terra che fa scendere l’acqua dalla vasca del giardino alla cunetta della strada dove si disperde.

Firme: Giuseppe fu Giacobbe, donatore

Maria fu Gioacchino, donataria

Luca medico e pittore, testimonio

Alfeo fu Giacobbe, fratello di Giuseppe, testimonio.”

Maria prosegue la sua narrazione: “Mentre ascoltavo la lettura del documento, ero commossa, non tanto per la donazione quanto per l’amore di Giuseppe che voleva dimostrarmelo anche in questo modo davanti a tutti. Dopo avermi consegnato la pergamena, Giuseppe mi ha baciata sulla fronte e anch’io l’ho baciato sulla fronte tra gli ap­plausi dei presenti. Poi Giuseppe ha detto: “Io vado a bere alla sor­gente miracolosa, la seduta è sciolta”. Tutti l’abbiamo seguito e abbiamo bevuto, ma non sembrava che la seduta fosse sciolta perché tutti si erano fermati a fare commenti e a felicitarsi con me. Luca ha abbracciato Giuseppe e sorridendo gli ha detto: “Caro, non c’era bi­sogno che tu stilassi la scrittura della donazione, perché a rigor di legge il documento è invalido, i lavori sono stati eseguiti sulla pro­prietà di Maria, sono di Maria per legge.” Giuseppe l’ha fissato negli occhi e gli ha risposto: “Caro il mio dottor sottile, io non ho donato a Maria le opere che ho fatto ma il mio lavoro, il mio sudore.” Luca lo ha abbracciato di nuovo dicendo: “E tu mi chiami dottor sottile?”.

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L’INGRESSO DELLO SPOSO IN CASA DELLA SPOSA

Il secondo rito delle nozze tra gli israeliti era l’ingresso della sposa in casa dello sposo o viceversa, quando aveva inizio la convivenza. Nel nostro caso, lo sposo sarebbe andato a vivere in casa della sposa, da lei ereditata a Nazareth alla morte dei genitori. Gli storici, in ge­nere, sono dell’opinione che Maria e Giuseppe non celebrarono il secondo rito delle nozze perché Maria era incinta e il secondo rito avrebbe alimentato le chiacchiere vedendoli celebrare quel rito so­lenne; poi, umanamente parlando, per quelli che sapevano o avreb­bero saputo dei voto di verginità degli sposi sarebbe stato uno scandalo. Dico umanamente parlando perché qui siamo davanti ad un caso soprannaturale e perciò non si può procedere soltanto con ra­gionamenti umani. Domando a Maria se nel loro caso c’è stato il se­condo rito delle nozze. Mi risponde:

“C’è stato e come! L’abbiamo organizzato in modo che fosse il più possibile festoso e bello: come un profondo ringraziamento a Dio che ci aveva scelto e, soprattutto, una festa per il Bambino che por­tavo in seno e che faceva l’ingresso solenne in casa della sposa che era la sua mamma. D’altra parte, Giuseppe era il mio sposo davanti alla legge e davanti a Dio, avevamo il diritto di compiere il secondo rito, non potevamo farci influenzare da condizionamenti umani, come erano le chiacchiere di chi non sapeva come stavano le cose. Del resto, i commenti negativi delle comari furono biasimati subito dalle persone di buon senso che dicevano: “Gli sposi hanno le carte in re­gola per fare la festa, sono stati fidanzati dal sommo sacerdote nel tempio.”

“E’ molto bello, Maria, che offrivate la festa a Gesù! Ma ve­nendo Giuseppe a convivere con te, era normale pensare che mette­vate a rischio il vostro voto per quelli che lo conoscevano.”

“Era normale per quelli che sapevano del voto ma non era nor­male per quelli che conoscevano i prodigi che Dio aveva operato e stava operando in noi. Io e Giuseppe sapevamo bene che Dio ci aveva ispirato il voto e quindi ci avrebbe dato la grazia di restare fedeli alla promessa. D’altra parte, l’angelo aveva detto a Giuseppe da parte di Dio: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa.” (Mt 1,20) “Raccontami della festa.”

“Giuseppe è venuto da me sul carro addobbato in casa del fra­tello, Alfeo guidava il carro, Giuseppe era alla sua destra, la sposa di Alfeo era nel sedile posteriore con i figli Giacomino e Giuseppe, i due paggetti. Quando il carro è spuntato sulla strada, si è levato il grido “Ecco lo sposo, andategli incontro” (cfr Mt 25,6). Le ragazze vestite di bianco che attendevano sulla strada davanti al cancello, hanno acceso le lampade e sono andate incontro allo sposo. Io, vestita di raso bianco, ero sulla porta di casa e attendevo che il carro giun­gesse davanti al cancello. Quando il carro giunse, io, avendo una fan­ciulla alla mia destra e una alla mia sinistra, ho percorso il viale e sono andata a ricevere lo sposo. Giuseppe mi ha presa per mano e, se­guiti dal corteo delle ragazze con le lampade accese, abbiamo per­corso il viale fino alla porta di casa mentre i paggetti spargevano petali davanti a noi. Io e Giuseppe abbiamo salito i tre gradini da­vanti alla porta di casa e abbiamo fatto accoglienza alle persone che entravano in sala; dopo siamo entrati anche noi e Giuseppe ha detto due parole di ringraziamento ai presenti tenendomi per mano.”

“Penso che il Bambino gioiva dentro di te.”

“Lo pensavo anch’io. Dopo Giuseppe ha parlato Alfeo che era il cerimoniere e il maestro di tavola. Ha letto una lettera inviata agli sposi da Elisabetta e Zaccaria e consegnata dal corriere. Quando io e Giuseppe sentimmo che la lettera era stata inviata da Elisabetta e Zac­caria, ci siamo alzati in piedi commossi: si scusavano per non essere potuti venire, data la loro età; ci auguravano tanta gioia nel Signore, ci abbracciavano dalla loro dimora insieme a Giovannino, il loro bambino che cresceva sano e bello. Dissi ai presenti che l’indomani stesso io e Giuseppe avremmo consegnato al corriere una lettera di ringraziamento per Elisabetta e Zaccaria che ci erano tanto cari, pro­mettendo che al più presto saremmo andati a trovarli.”

“Maria — dico io — quanto avrei voluto essere presente anch’io alla festa!” “Eri presente anche tu — mi ha risposto Maria — perché sapevamo che un giorno saresti venuto in casa nostra a fare convivenza con noi e, tra l’altro, ti avremmo parlato anche di quella festa ”

Maria prosegue: “La festa del secondo rito delle nozze fu grande.

Alfeo teneva d’occhio i commensali perché, si sa, in queste occasioni c’é sempre qualcuno che alza il gomito senza contare i bic­chieri. Poi chiesi agli invitati di fare un applauso a due signori che sedevano uno alla mia destra ed uno alla sinistra di Giuseppe: rap presentavano i poveri di Nazareth per i quali era stato programmato un pranzo dopo qualche giorno.”

Maria ha saltato il resto ed é passata a raccontarmi della fine del banchetto. “Dopo che Alfeo ebbe ringraziato i presenti a nome degli sposi e rinnovato gli auguri a noi, le persone cominciarono ad uscire dalla sala facendo un inchino davanti a me e a Giuseppe che ci mettemmo in piedi. Stringendoci la mano e rinnovandoci gli auguri, il medico Luca mi chiese di poter venire da me in futuro ogni volta che desiderava informazioni sull’infanzia del Bambino che stava per nascere. Naturalmente gli risposi che poteva venire quando voleva.

Quando tutti furono usciti dalla sala –prosegue Maria- Giuseppe sorridendo mi ha detto: “Finalmente soli!”. Rimanemmo a scambiarci le impressioni e a lodare il Signore. Poi accesi due lampade, una per Giuseppe ed una per me, ma le ponemmo sopra un tavolo perché chiesi a Giuseppe di aiutarmi a sistemare la mia branda che era stata tolta dall’angolo dove io andavo a riposare: mi aiutò ma non si decideva a riprendere la sua lampada per salire al piano rialzato. Mi guardò e mi disse: “La nostra preghiera prima di andare a ri­posare non può essere che una: ringraziamo lo Spirito che ha programmato per noi un matrimonio così fantastico, ispirandoci a fare quel voto che ci sta dando tanta gioia…”. Ci guardammo nuovamente negli occhi e ci abbracciammo. Nessuno di noi sa dire quanto duró quell’abbraccio perché fu un’estasi dove lo Spirito ci parlò ancora una volta al cuore. In quel momento io compresi il senso pro­fondo delle parole che mi aveva detto l’angelo: “Piena di grazia”. Giuseppe comprese la profondità delle parole dette a lui: “Prendi Maria con te, anche tu Lo chiamerai Gesù.” (Mt 1,21)

Con quell’abbraccio il Signore diede compimento al secondo rito delle nostre nozze operando dentro di noi una trasformazione che nessun rito sulla terra avrebbe potuto operare. Ci sentimmo veri sposi, mamma e papà di Gesù, anche se Giuseppe non secondo la carne. Con questi sentimenti nel cuore riprendemmo le nostre lampade e andammo a riposare: io a pianterreno, Giuseppe al piano rialzato.”

….

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IL RITORNO IN ISRAELE

Esprimo a Maria il desiderio di conoscere in sintesi la vita della Santa Famiglia in Egitto: “Come passavate le giornate? Vi siete fatti degli amici? Per quanto tempo avete dimorato in quella terra straniera?”.

Maria ha accolto volentieri il mio desiderio, è stata particolarmente contenta di parlarmi del tempo trascorso in Egitto. Forse qualche storico-biblista potrebbe essere incuriosito dall’argomento e indotto a fare delle ricerche per sapere se il racconto che sto per narrare è soltanto frutto della mia fantasia, a parte i riferimenti storici dei Vangeli. Maria mi racconta:

“Entrati in terra d’Egitto, l’angelo apparve a Giuseppe e gli disse di non procedere oltre perché Erode non avrebbe potuto attraversare il confine. Alla fine della nostra permanenza in Egitto l’angelo disse a Giuseppe: “Alzati, prendi con te il Bambino e Sua Madre e va nella terra d’Israele, perché sono morti qualli che insidiavano la vita del bambino.” (Mt 2,20). Gesù aveva circa 4 anni quando l’angelo disse a Giuseppe di ritornare in Israele; ne erano passati tre dalla morte di Erode ma Dio fece passare ancora qualche tempo prima di mandare l’angelo, perché morissero anche quelli che, come Erode, insidiavani la vita del bambino: se non tutti, almeno quelli più pericolosi. Dunque dinorammo in Egitto circa quattro anni.

Sul campo in cui eravamo entrati facemmo subito conoscenza con il padreone del campo. Era un ebreo ed il Signore gli ispirò fiducia verso di noi: prima ci permise di costruire una capannella sul suo campo, poi, vedendo che la capannella che costruiva Giuseppe era troppo piccola, ha cominciato a farne costruire una più grande. Vedendo che io ero molto devota e quasi ogni giorno mi recavo con il bambino sopra una collina vicina per pregare, lo disse a sua moglie, anch’essa ebrea, e lei gli chiese di invitarci a pranzo. Volle sapere da me e da Giuseppe il racconto della nostra vita e per le sue insistenze seppe che da Nazareth eravamo andati a Betlemme per farci registrare nel libro del censimento ordinato da Cesare Augusto. A Betlemme era nato il nostro Bambino ma un angelo disse a Giuseppe di fuggire in Egitto perché Erode, Re della Giudea, venuto a sapere che era nato a Betlemme “il Re dei Giudei”, voleva venire a Betlemme per ucciderlo. Per questo eravamo andati in Egitto. Forse avevano saputo della strage dei bambini ordinata da Erode a Betlemme e nei dintorni ai suoi soldati, non avendo potuto sapere dove ci eravamo rifugiati.

La moglie del padrone del campo credette alla nostra sincerità, il padrone del campo, invece, chiese un segno e disse: “Se le cose stanno davvero così, pregate perché mia moglie mi dia un figlio, è sterile e le nostre preghiere non sono state ancora ascoltate. “Io dissi alla donna che tra qualche giorno avrebbe concepito, ne fu certa quando per la prima volta si arrestò il flusso del suo sangue (le mestruazioni). Allora anche suo marito ha creduto e con i suoi operai ha costruito una capanna ancora più grande nel suo campo, a sue spese.

È interessante notare che il nome di “Osiride” (Ausar) nei geroglifici contiene la sagoma di un uomo barbuto con i capelli lunghi, la stessa immagine incisa sui sarcofaghi antropomorfi! Qual è il significato di questo affascinante enigma? Guardando a questa antica usanza funeraria egizia attraverso occhi moderni sembra quasi come se Osiride rappresentasse la “prima venuta” di Cristo sulla Terra. Gli egiziani furono chiaramente i primi cristiani, nel senso che credevano nella “vita” dopo la morte, seguendo le orme del loro Salvatore risorto. Incredibilmente, questa “vita” dopo la morte veniva espressa dalla croce ankh, un altro simbolo che ha una significativa controparte nel cristianesimo!

La capanna era dotata di tutti i conforti, molti ebrei dei villaggi vicini venivano a vederla. Ci venne l’idea di utilizzarla anche come un centro di preghiera per una comunità giudeo-cristiana, perché il Cristo-Messia promesso da Dio e del quale avevano parlato i profeti, ormai stava per venire nel mondo ma non dicemmo che era nato ed era il nostro Bambino: questo lo sapevano soltando il padrone del campo e sua moglie che su questo punto ci avevano promesso il silenzio perché il Messia si sarebbe manifestato a suo tempo.

Nacque così la prima comunità giudeo-cristiana d’Egitto. Alcuni ebrei facevano difficoltà ad entrare in questa comunità ma l’esempio della nostra famiglia convincevano quasi tutti: io ero ebrea, Giuseppe era ebreo, Gesù veniva educato da noi secondo le leggi e le tradizioni degli ebrei, le Scritture Sacre degli ebrei continuavano ad essere sacre per i membri della nuova comunità che è stata la nostra più grande consolazione in Egitto.

Quando siamo tornati in Israele, l’abbiamo seguita con le preghiere e siamo rimasti in corrispondenza con il padrone del campo, il quale ci diceva che le comunità giudeo-cristiane si stavano diffondendo in Egitto ed in altre nazioni, su iniziativa di ebrei che emigravano da un paese all’altro.

Dunque venne il giorno del ritorno in Israele. In cielo brillava la stella del mattino quando partimmo: io seduta sull’asino con Gesù sulle ginocchia, Giuseppe a piedi tenendo per mano la cavezza dell’asino. Avevo raccontato più volte a Gesù la “fiaba” della donna e dell’uomo poverelli che in una grotta ebbero in dono dagli angeli un bel bambino; Gesù mi disse di raccontargliela ancora. Raccontata ancora una volta questa “fiaba”, dissi a Gesù: “Quando saremo in Israele, faremo sosta nella grotta dove la donna e l’uomo poverelli ebbero in dono il bambino dagli angeli: “Gesù mi chiese: “Mamma, allora non è una fiaba?” Gli risposi: “E’ una fiaba vera”. Non mi chiese altro e proseguimmo il cammino: forse Gesù si chiedeva cosa volesse dire una fiaba vera.

Giuseppe fermò l’asinello davanti alla grotta della fiaba e ci disse di scendere perché eravamo giunti alla grotta. Io mi sono diretta con Gesù nell’angolo dove nacque e baciai quella terra, così fece anche Giuseppe. Dissi a Gesù di fare altrettanto ed anche Lui baciò la terra. Poi mi diressi verso la mangiatoia e la baciai, così fece ancvhe Giuseppe e così fece anche Gesù che mi domandò: “Mamma, perché abbiamo baciato la terra e la mangiatoia?”. Gli ho risposto: “Perché in quell’angolo la donna e l’uomo poverelli hanno ricvuto in dono dagli angeli il Bambino e l’hanno messo a dormire nella mangiatoia”. “Nella mangiatoia –mi chiese Gesù- c’era la paglia come adesso? La paglia non lo pungeva? Perché non mi metti nella mangiatoia per vedere se la paglia mi punge?”

Mi sono commossa, ho preso Gesù e l’ho posto nella mangiatoia. Mi ha detto: “Mamma, la paglia non punge, perché non mi canti la ninna-nanna che cantarono gli angeli al Bambino che avevano donato alla donna e all’uomo poverelli?” “Caro, non la ricordo bene ma ricordo la ninna nanna che canta sempre una mamma in cielo quando nasce un bambino sulla terra. Vuoi sentirla? Dice così:

Nuvolette tutte l’oro – paion greggi del Signore,

sopra un prato tutto in fiore – un altro gregge sta a guardar.

Ma se avessi tutti i greggi – che ci sono sulla terra,

l’agnellino a me più caro – saresti solo tu!

Dormi dormi… dormi dormi” (è una strofetta de “la ninna-nanna della Vergine” dal Poema dell’Uomo-Dio di Maria Valtorta, vol. I)

Al canto della ninna-nanna Gesù si è addormentato. Io e Giuseppe siamo rimasti a guardarlo con gli occhi lucidi, sembrava che sognasse gli angeli. Dopo poco si è destato e ha detto: “Ho visto gli angeli, hanno cantato e poi sono partiti, stavano entrando i pastori…”.

“Su, su, fate presto –ha detto Giuseppe- dobbiamo andare a salutare la famiglia del pastore”. Siamo usciti dalla grotta, Giuseppe mi ha aiutato a sedermi sull’asino, mi ha messo Gesù sulle ginocchia e ci ha condotto alla casa del pastore. Ha bussato e la moglie del pastore ha aperto la porta. Ci ha subito riconosciuti, ha preso in braccio Gesù e gli ha detto: “Gesù, quanto sei cresciuto!”.

Il figlio del pastore, che oramai aveva sette anni, ha detto a Gesù: “Ricordi quando eri piccolino e dormivi nella mia culla? Conservi ancora la tunicella che ti regalai?”

L’incantesimo era rotto –dice Maria- Gesù aveva capito che mamma gli aveva raccontato una fiaba vera. Aveva capito che la donna e l’uomo poverelli erano mamma e papà ed il bambino regalato loro dagli angeli era lui!

Dopo aver pernottato in casa del pastore –mi ha detto Maria- ci siamo messi in viaggio per Nazareth in Galilea: non solo perché in Giudea regnava Archelao, figlio di Erode, e non ci sentivamo sicuri (Matteo 2, 19-23), ma anche perché a Nazareth vivevano tanti nostri parenti e avremmo abitato la casa da me ereditata dai miei genitori. Ma sul momento non pensammo che era stato scritto che il Messia sarebbe stato chiamato il Nazareno (Matteo 2,23; Luca 2, 39; cfr. Gdc 13,5.7; Is 42, 6 e 49,8).

….

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LA TUNICA TESSUTA DA MARIA. GESU’ VA A PREDICARE IL REGNO

I Vangeli non parlano del momento in cui Gesù lasciò la Madre per iniziare la vita pubblica del profeta. Chiedo a Maria di parlarmene. Mi dice: “Fu un momento di grande sofferenza per me e per Gesù. Capivo che per Lui stava per cominciare la Passione, perché tutti i profeti erano stati incompresi, perseguitati e persino uccisi. Per me cominciava la solitudine totale: Giuseppe era tornato alla casa del Padre ed ora anche Gesù mi lasciava. Confidai la mia pena a Maria di Alfeo e mi promise che mi sarebbe stata vicina; avrebbe voluto venire a vivere con me, ma aveva il marito ed i figli. Mi confidò un pensiero che stava sbocciando nel suo cuore: perché non seguire Gesù insieme ad altre donne, come era avvenuto per molti profeti? (18)

Le dissi che questo pensiero era venuto anche a me, ma Gesù mi aveva risposto: “Mamma, mi seguirai più tardi”. “più tardi seppi che alcune donne lo seguivanop insieme ai suoi discepoli e chiesi di nuovo a Gesù se potevo seguirlo anch’io, mi ripetè le stesse parole: “Mi seguirai più tardi”.

Allora pensai di tessergli una tunica nuova e glielo dissi: pemsavo che con una tunica nuova si sarebbe presentato meglio come profeta e avrebbe pensato a me quando la indossava. Lo dissi a Gesù, mi ringraziò del pensiero e mi rispose: “Mamma, non occorre una tunica nuova per pensare a te perché ti porterò sempre nel mio cuore; se però mi tesseraiuna tunica, la indosserò nelle grandi occasioni; la prima grande occasione è questa, l’inizio della mia predicazione”.

Mi misi subito al telaio, giorno e notte, ed in tre giorni la tunica fu pronta. Quando gliela presentai, mi disse: “Vedo che l’hai tessuta tutta intera, senza cuciture, grazie. Adesso andrò a ricevere il Battesimo da Giovanni nel Giordano, farò un Ritiro poi ritornerò da te, indosserò la tunica e partirò.

Gesù seguì questo programma. Il giorno della partenza indossò la tunica e preparò la bisaccia. Poi mi disse: “Mamma, siediti accanto a Me”. Mi sedetti, mi prese il capo fra le mani e lo strinse al Suo peto. Gli dissi: “Figlio, dove andrai?”. Mi rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi…” (Matteo 9,20). Gli chiesi: “Perché non mi porti con te?”. Rispose: “Non ti ho detto che mi seguirai più tardi?” Mi fece due carezze sul viso, si commosse e si mise in ginocchio chiedendomi la benedizione. Mi misi in ginocchio anch’io e ci benedicemmo. Lo aiutai a mettersi la bisaccia sulla spalla e partì”.

Le chiedo: “Di che cosa parlava Gesù quando predicava?”

“Parlava del Padre e del Regno. Diceva che era venuto per fare la volontà del Padre e che il Padre e Lui erano una cosa sola (Giovanni 10,30), e parlavamolto del Regno. Molti pensavano che Gesù avrebbe restaurato il regno di Israele liberando la Palestina dal dominio di Roma, ma Lui dicave chiaramente che il Suo Regno non era di questo mondo, ma nei cuori (Giovanni 18,36). Esortava tutti a convertirsi e a credere alla Buona notizia che il Messia promesso era venuto”.

“Maria, come si spiega che Gesù era seguito dalle folle nonostante predicasse una dottrina molto esigente?”

“Perché parlava con autorità, in prima persona e diceva: “Vi fu detto di non uccidere ma io vi dico: chi dice al fratello ‘stupido’, brucerà nel fuoco della geenna; vi fu detto di non commettere adulterio, ma io vi dico: chi guarda la donna di un altro e la desidera, ha già commesso adulterio nel suo cuore; fu detto ‘occhio per occhio e dente per dente’, ma io vi dico di non resistere al malvagio e se uno ti colpisce sulla guancia destra, tu presentagli anche la guancia sinistra”.

“Come si spiega, Maria, che pur predicando l’amore e la fratellanza, Gesù ha portato la divisione in Israele ed è stato Crocifisso?” “Perché Gesù non è venuto a distruggere il ‘Misterio dell’Iniquità’ (2 Ts 2,7); con la morte, satana è stato sconfitto e condannato ma la sentenza non è stata ancora eseguita. Io sapevo questo fin da quando il vecchio Simone mi disse che il mio Bambino sarevve stato segno di contraddizione”. (Luca 2,34).

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LA VIA CRUCIS DI MARIA

Gesù Bambino è seduto sul gradino davanti alla porta di casa e parla con l’asinello di legno facendo la parte del maestro: Gesù gli parla e l’asinello gli risponde. Maria ha veduto la scenetta e mi conduce da Lui. Sembra che Gesù non si accorga nemmeno della presenza della mamma e mia, tanto è assorto nella conversazione con l’asinello. Intendiamoci, è sempre Gesù che parla e risponde, immaginando che cosa risponderebbe l’asinello alle sue domande se potesse parlare.

Maria mi fa rientrare in casa sorridendo, ma sul volto ha un velo di tristezza: capisco, oggi mi deve parlare della sua Via Crucis quando seguì Gesù fino al Calvario e lo vide morire sulla Croce. Le chiedo di continuare il racconto di ieri, perché sembra che non si decida. Le dico: “Dunque, Gesù ti lasciò e andò a predicare. Ti aveva detto che lo avresti seguito più tardi”.

“Sì, dopo circa tre anni ho sentito nel cuore la sua voce che diceva: Gerusalemme Gerusalemme che uccidi i profeti! (Matteo 23, 37; Luca 13, 34). Ho capito che per me era giunta l’ora di seguirlo. In preghiera ho detto a Giuseppe che venisse a prendermi con l’asinello e mi conducesse a Gerusalemme, in casa di Giovanni. Giuseppe è venuto subito, mi ha fatto sedere sull’asino e mi ha condotto in casa di Giovanni che mi stava attendendo. Giovanni mi ha raccontato che dopo la cattura nell’orto degli uilivi, Gesù fu condotto dal sommo sacerdote Anna, poi da sommo sacerdote Caifa, poi da Erode, poi da Pilato, perché soltanto Pilato aveva il potere di condannare a morte (cfr Vangeli).

Pilato aveva detto ai sacerdoti, agli scribi e al popolo radunato sulla piazza del pretorio che non trovava in quell’uomo nessuna colpa per condannarlo a morte, ma i sacerdoti e gli scribi continuavano a chiedere la morte di Gesù; allora aveva detto che avrebbe frustato Gesù alla colonna e poi l’avrebbe liberato.

Allora –prosegue Maria- io pregai Giovanni di condurmi sulla piazza del pretorio per vedere Gesù quando Pilato lo avrebbe mostrato al popolo, ma Giovanni si rifiutava. Allora dissi a Giovanni che Gesù mi stava parlando nel cuore e mi invitava a seguirlo. Malvolentieri Giovanni mi ha preso per mano e mi ha condotto sulla piazza, nel gruppo delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea.

Pilato –dice Maria- è uscito sulla loggia seguito da Gesù fra due soldati: aveva le mani legate, tra le mani gli avevano messo per burla una canna come scettro regale, sul capo una corona di spine, sulle spalle uno straccio di porpora e sotto questo straccio vedevo la tunica che io gli avevo tessuto, tutta intrisa di sangue. Presentando Gesù alla folla, Pilato ha deto: “Ecco l’uomo, l’uomo che avrebbe detto di essere il vostro re”. Ma i sacerdoti e gli scribi hanno ripreso a gridare: “Via, via! Crocifiggilo, altrimenti non sei amico di Cesare, il nostro re è Cesare!” Pilato capì che se non avesse condannato Gesù, i sacerdoti e gli scribi si sarebbero appellati a Cesare, e questa era comunque una rogna da evitare. Io intanto guardavo Gesù, sentii che le gambe mi tremavano, mi si annebbiò la vista e persi i sensi. Non so per quanto tempo persi la conoscenza. Quando mi ripresi, mi trovai accasciata sopra uno sgabello, sorretta da alcune donne che dicevano ad altre: “E’ la madre!” Intanto Pilato diceva alla folla: “Tra voi c’è la consuetudine di liberare a Pasquq un detenuto: volete che vi liberi Gesù o Barabba, il brigante omicida?” I sacerdoti, gli scribi ed una parte dle popolo sobillato da loro risposero: “Libera Barabba e crocifiggi Gesù!” Di nuovo mi tremavano le gambe e mi si annebbiava la vista, ma non persi i sensi: il Padre voleva che seguissi Gesù sino alla fine. Poi ho sentito Pilato che diceva: “Crocifiggetelo voi, io non trovo iun quest’uomo nessuna colpa per condannarlo a morte. “Si è fatto portare un catino d’acqua e lavandosi le mani ha detto: “Io ho le mani pulite! (Matteo 27,24)

A questo punto il centurione romano ha preso in mano la situazione: le ultime parole di Pilato equivalevano ad una condanna a morte perché i giudei non avevano il potere di condannare a morte e Pilato lo aveva. Perciò si è sentito in dovere di eseguire la sentenza.

Ha detto ai soldati di mettere sulle spalle di Gesù l’asta orizzontale della Croce ed ad altri di precederlo portando tre aste verticali sulle quali fissare le aste orizzontali per farne tre croci, una per Gesù e due per i ladri già condannati a morte. Poi si è sfilata la processione: davanti il centurione con un plotone di soldati, dietro Gesù con l’asta orizzontale della Croce sulle spalle avendo ai lati due soldati con la frusta. Poi le donne che piangevano, tra le quali ero anch’io, seguite da Giovanni e dal altri. Non sto a descriverti la mia Via Crucis perché la conosci dai Vangeli.

Giunti al calvario erano state già scavate l ebuche per fissarvi le croci. I due ladri sono stati legati sulle loro croci mentre Gesù l’hanno inchiodato in croce mani e piedi. Perché non sentisse troppo dolore, gli hanno offerto vino misto a mirra, ma lui l’ha rifiutato (Marco 15,23; Matteo 27,34). Io, sotto la Croce, ho ascoltato tutte le parole che Gesù diceva in quello strazio, tra le quali queste: ha detto a Giovanni che io sarei diventata sua madre e ha detto a me che Giovanni sarebbe diventato mio figlio; ho sentito che il ladro di destra diceva: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. E Gesù gli ha risposto: “Oggi sarai con me in Paradiso”. (Luca 23,43)

Gesù ha detto al Padre di perdonare i suoi crocifissori, poi ha dertto: “Padre, perché mi hai abbandonato?” Allora piangendo ho gridato: “Gesù, non è vero, io vedo il Padre accanto a Te che soffre con Te”. “Credo che in quel momento anche Gesù ha visto il Padre perché gli ha detto: “Padre, tutto è compiuto, accogli il mio spirito”. E dando un forte grido ha chinato il capo ed è spirato. (Marco 15,37)

Il centurione ha ordinato che fossero state spezzate le gambe ai ladroni che tardavano a morire, mentre a Gesù che era già morto, non hanno spezzato l egambe ma un soldato gli ha conficcato una lacia nel fianco. (Giovanni 19,34)

Io non piangevo più. In piedi, sotto la Croce, riflettevo al grande mistero di amore e di dolore di un dio che aveva voluto soffrire così tanto nellaSua carne e ne cuore per riscattare gli uomini. Assorta in questo pensiero, mi sono sentita toccare le spalle: era Giuseppe di Arimatea (19) che mi ha detto: “Ho ricevuto da Pilato il permesso di togliere dalla Corce il corpo di Gesù e di seppellirlo nel mio sepolcro nuovo, ma io e Giovanni vorremmo deporlo prima sulle tue ginocchia”. Con la testa ho detto sì. Maria Maddalena, Maria di Alfeo e Maria di Cleofa sono venute accanto a me e quando mi hanno messo sulle ginocchia il corpo di Gesù hanno pianto con me, mentre io facevo lamenti e accarezzando Gesù dicevo: “Gesù, figlio mio, i cattivi ti hanno portato via da me e i tuoi amici ti hanno riportato da me, così… Gesù, quando eri piccino ti cullavo sulle mie ginocchia e mi sorridevi, perché ora non mi sorridi?… Pietà di me Maddalena, pietà di me Giovanni, pietà di me angeli del Paradiso…”.

Giuseppe di Arimatea e Giovanni mi hanno tolto il corpo di Gesù e l’hanno portato verso il sepolcro nuovo, seguiti da me, sorretta dalle altre donne. Entrati nel sepolcro scavato nella roccia, Maria di Magdala ha tirato fuori gli olii profumati, ma Giovanni le ha detto: “Che cosa vuoi fare? E’ terminata la parasceve ed è entrato il sabato, non si può lavorare”.

Allora Maddalena mi ha abbracciata e mi ha detto piangendo: “Nemmeno questo posso fare per Gesù! Ritornerò quando sarà passato il sabato”.

Gli uomini hanno arrotolato una grossa pietra davanti al sepolcro, Giovanni mi ha preso per mano e mi ha condotto a casa sua”.

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GESU’ RISORTO APPARE ALLA MADRE, A GIOVANNI E ALLA MADDALENA. LA TUNICA GLORIOSA

Chiedo a Maria se Gesù risorto è apparso alla Maddalena, prima che a Lei. Mi risponde che è apparso anzitutto a lei in casa di Giovanni.

“Ma perché –le domando- gli evangelisti non hanno parlato di questa prima apparizione di Gesù fatta a te?”

Risponde: “Gli evangelisti non hanno parlato neanche delle altre apparizioni fatte a me. Perché le apparizioni fatte a me erano troppo importanti nel loro contenuto, non sarebbero state comprese subito dai cristiani e sarebbero state rivelate dallo Spirito della Chiesa progressivamente: a me e a Giovanni, Gesù ha parlato e parla ancora del mio ruolo nella Chiesa e nel mondo sino alla fine dei tempi. Pensa: dopo venti secoli molti cristiani e teologi fanno fatica a credere alla mia maternità divina, ai miei titoli di corredentrice e di mediatrice di tutte le grazie, alla mia regalità accanto a quella di Gesù, alla mia assunzione in Cielo in anima e corpo… Ma Giovanni ha accennato velatamente alla mia grandezza –per sola libera scelta di Dio- nel suo ultimo libro, l’Apocalisse, dicendo di aver veduto una donna vestita di sole, con la luna sottoi suoi piedi, sul capo una corona di stelle, ed un grosso dragone rosso che si pone di fronte alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato… (Ap 12,iss)

Vuoi che ti parli della prima apparizione di Gesù Risorto in casa di Giovanni? La stanza dove eravamo a pregare e a piangere il sabato seguante alla crocifissione di Gesù, appena spuntata l’alba si illuminò: Gesù era davanti a noi, bellissimo, con i segni della crocifissione che emanavano raggi di luce, vestito della tunica che io gli avevo tessuto, candida e trapuntata di fili d’oro. Ci ha salutati, poi tenendo la tunica con due dita, mi ha detto: “Mamma, questa è l’occasione più grande e più bella per indossarla ma continuerò ad indossarla in Cielo, perché questa tunica sei tu, tessuta da ta ma anche da Me, dal Padre e dallo Spirito Santo.

Io –prosegue Maria- ero fuori di me dalla gioia, mentre Giovanni era caduto in ginocchio e contemplava il volto di Gesù…

Uscendo da questa estasi, Gesù mi ha abbracciato: non era un fantasma, lo stringevo tra le mie braccia, il profumo della Sua Persona era lo stesso profumo cge emanava quando mi abbracciava a Nazareth. Poi ha abbracciato Giovanni che ha reclinato il capo sul suo petto come nell’ultima cena. Ci ha invitati a sederci accanto a Lui e tenendo le mie mani strette tra le Sue mi ha detto: “Mamma, ti annuncio cose grandi per te: tu sei la nuova Eva, da Me e da te sorgerà la nuova umanità, redenta dal mio sangue e dalle tue lacrime. Tu sarai per sempre la mia Regina. Lo Spirito che mi ha concepito nel tuo grembo sarà il tuo sposo per l’eternità: con Lui e con Me sconfiggerai l’antico serpente, il dragone che voleva divorarmi quando mi partoristi e tenta di farlo ancora, ma finalmente il tuo Cuore immacolato trionferà… comprendi? Sei la Regina vestita di sole e coronata di stelle…”.

A questo punto gli ho detto: “Figlio, come è possibile? Io ho promesso al Padre di restare sempre la Sua pover serva…”.

Mi ha risposto: “Lo sarai continuando a dire il tuo sì, tenendo Mamma con te… Ma ora devo correre al sepolcro vuoto, Maria di Magdala è già lì e piange credendo che hanno traffugato il mio corpo, poi ritornerò da voi e vi racconterò…”.

Detto questo –ha proseguito Maria- Gesù è partito come se non toccasse la terra con i piedi. Dopo qualche minuto è tornato e mi ha detto: “Maria di Magdala era seduta sulla grossa pietra che il terremoto (Matteo 28,2) aveva rotolato via dell’ingresso del sepolcro, teneva sulle ginocchia due vasetti di olio profumato per ungere il mio corpo e piangeva. Le ho chiesto: “Donna, perché piangi?” Credendo che fossi il custode del giardino, mi ha detto piangendo: “Se sei stato tu a portar via il corpo del mio signore, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Allora l’ho chiamata per nome: “Maria!”. Mi ha riconosciuto e si è lanciata verso di me chiamandomi: “Rabbunì!” (Maestro). Le ho detto: <<Non mi toccare perché non sono ancora salito al Padre ma va dai miei fratelli (gli apostoli) e dì loro che sono Risorto come avevo detto, mi vedranno anch’essi, alcuni qui in Giudea, altri in Galilea>>”.

Mentre Gesù parlava –prosegue Maria- io l’ascoltavo ma con gli occhi fissvo la Sua tunica e mi chiedevo se fosse veramente la tunica tessuta da me. Sorridendo Gesù mi ha chiesto: “Mamma, che cosa stai pensando? E’ veramente la tunica tessuta da te!” Gli ho risposto: “Figlio, è molto più bella!… E come hai fatto a riprenderla, quando fu tirata a sorte ed è stata vinta da un soldato romano?”. Allora mi ha spiegato: “E’ molto più bella perché ora è la tunica della Mia Gloria. E’ tornata a me perché il soldato romano che l’aveva vinta a sorte temeva che lasciandola in caserma, quando fu posto di guardia del sepolcro, poteva essere rubata e l’ha portata con sé. Quando Io sono Risorto e c’è stato il terremoto, il soldato romano è fuggito insieme all’altra guardia e per la paura ha dimenticato di riprendere la tunica. Gli angeli l’hanno mondata, l’hanno trapuntata di fili d’oro e me l’hanno indossata. Per me –ha ripetuto Gesù- la tunica che mi hai tessuto sei tu; insiemer a te l’ho tessuta anch’io con il Padre e lo Spirito Santo fin da quando sei stata creata. Sarai la mia gloria per sempre”.

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GESU’ CONFERMA IL PRIMATO DI PIETRO DAVANTI AI DISCEPOLI

Alcuni biblisti e teologi si sono chiesti dove dimorò Gesù nei quaranta giorni che rimase sulla terra dopo la Resurrezione. Alcuni pensano che Gesù ascese in Cielo subito dopo la Sua Resurrezione, perché “il Cielo” e “la destra del Padre” non sono luoghi ma indicano semplicemente la Gloria di Gesù, anche come uomo, conseguita con la Sua Morte e Resurrezione. Comunque, gli Atti degli Apostoli sono chiari parlando dei quaranta giorni durante i quali Gesù apparve ai discepoli, e chiari sono i Vangeli parlando della sua Ascensione (Marco 16,19; Luca 25,51; Giovanni 20,17; Atti 1,3).

E’ verosimile che Gesù risorto abbia dimorato nei quaranta giorni in casa di Giovanni con la Madre, abbia continuato a parlar loro del ruolo di Maria nella Chiesa e nel mondo, e dalla casa di Giovanni sia partito ogni volta che doveva recarsi dai discepoli. Come pure i Vangeli sono chiari nel riferire l’appuntamento in Galilea dato da Gesù ai discepoli. Ma l’Ascensione di Gesù è avvenuta verso Betania (Giovanni 21,1), a due chilometri da Gerusalemme, quindi in Giudea.

Subito dopo il rinnegamento di Gesù fatto da Pietro nel cortile di Caifa, Pietro pianse amaramente (Matteo 26,75), vedendo passare Gesù con le mani legate, lo guardò e nello stesso tempo il gallo cantò. Gesù fu crocifisso ed è probabile che Pietro si sia recato a piangere dal fratello Andrea che lo confermò nel proposito di recarsi dalla Madre di Gesù per chiederle perdono e perché intercedesse presso Gesù non appena le fosse apparso dopo la Sua Resurrezione, come aveva detto. Anche se Pietro si vergognava di andare a confessare il suo peccato a Maria, era certo che lo avrebbe perdonato e avrebbe interceduto presso Gesù. Andò subito a bussare alla porta di Giovanni alle prime luci del giorno di domenica e vide Gesù Risorto che era lì con Maria e Giovanni. Si gettò ai suoi piedi e singhiozzando gli chiese perdono. Gesù lo abbracciò e gli disse:

“Pietro, non hai ancora capito che ti ho già perdonato, quando vedendoMi passare nel cortile di Caifa sei uscito fuori e hai pianto amaramente? Adesso torna con i fratelli (gli apostoli) e vai con loro a pescare nel lago di Tiberiade: la terza volta che andrete insieme a pescare, sarò presente anch’io”.

Certamente Pietro si domandava perché Gesù non andava subito con lui dai fratelli per dire loro che lo aveva perdonato ma si è dato egli stesso la risposta: Gesù voleva da lui questa penitenza, voleva la sua riconciliazione con i fratelli che conoscevano bene i suoi tre rinnegamenti del Maestro. Si recò da quei fratelli, tra i quali c’era anche il fratello Andrea, con il timore che lo avrebbe respinto. Li ha salutati a testa bassa e ha pianto. Andrea lo prese per mano e lo presentò agli altri dicendo loro che era pentito al punto da essere nuovamente accolto da Gesù, ma Andrea disse che Gesù l’aveva già perdonato e l’aveva mandato a pescare con loro. Qualcuno tuttavia pensava che Pietro non era più degno di restare con Gesù ed in cuor suo non riusciva aperdonarlo.

La terza volta che Pietro andò con i fratelli a pescare, Gesù risorto era con loro. Ha chiamato Pietro e gli ha chiesto davanti agli altri: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Pietro gli rispose: “Sì, Signore, Tu sai che Ti amo”. “Gesù gli disse: “Pasci i Miei agnelli”.

Gli ha chiesto una seconda volta: “Simone di Giovanni, mi ami tu?”. Pietro gli ha risposto: “Sì, Signore, Tu sai che Ti amo”. Gesù gli ha detto: “Pasci le Mie pecore”.

Per la terza volta Gesù gli ha chiesto: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro si è rattristato perché per la terza volta gli ha chiesto se lo amava ed ha risposto: “ Signore, Tu sai tutto, Tu sai che ti amo” ed ha pianto. Gesù ha guardato gli altri discepoli presenti ed ha detto a Pietro: “Pasci le mie pecorelle”. Poi davanti a tutti ha profetizzato con quale morte Pietro avrebbe testimoniato la sua fedeltà (Giovanni 21,15-17). (20)

Poi Gesù ha invitato quei discepoli a sedersi intorno a lui sulla riva del lago ed ha detto: “Non tutti tra voi sanno discernere il vero peccato da una debolezza passeggera. Se dovete lavarvi i piedi tra voi, quale difficoltà avete a togliervi le polvere dai sandali? Dio guarda soprattutto il cuore, ed il cuore di Pietro è ricolmo di amore per Me. Per questo l’ho ocnfermato nell’incarico di pascere i miei agnelli e le mie pecore. Vi assicuro che saprà farlo, con l’aiuto dello Spirito Santo. Un giorno Pietro dovrà recarsi a Roma, centro dell’Impero che si è dato molte buone leggi, ma la legge suprema per lui e per i suoi successori dovrà essere il Mio Vangelo, il servizio della Carità”.

Così sarà anche di suo fratello Andrea. (21)

Poi Gesù si è rivolto ad Andrea e gli ha detto: “ Tu sei fratello di Pietrp secondo la carne ma lo sei molto di più secondo lo Spirito. Anche tu mi testimonierai come Pietro, lontano da Roma, ma intanto prega molto per i tuoi successori nella Chiesa che fonderai: con la Chiesa di Roma sarà un’unica Chiesa, con doni diversi esercitati nel servizio dell’unico amore”.

Detto questo, Gesù ha benedetto alcuni pani e alcuni pesci; ha mangiato con i discepoli, li ha benedetti, ha ordinato loro di salire sulla barca e di prendere il largo.

“Gesù, invece –conclude Maria- è tornato da me e mi ha raccontato queste cose, che poi sono state scritte nei Vangeli”.

1) Oggi i biblisti ritengono che Maria e Giuseppe abbiano fatto entrambi voto di verginità (cfr Enciclo­pedia Biblica alla voce Giuseppe, 5 e 6). Gli apocrifi ci presentano Giuseppe anziano, vedovo e con figli quando andò sposo a Maria; gli storici ritengono che si tratta di notizie inventate per rendere più vero­simile, razionalmente, la fede nella verginità di Maria, già presente nelle comunità cristiane. Oggi si ri­tiene che Giuseppe, quando sposò Maria (fidanzamento) avesse l’età dei giovani ebrei quando si fidanzavano, all’incirca 20-25 anni. D’altra parte, la fedeltà di Giuseppe al voto di verginità non può es­sere attribuita alla sua età avanzata ma alla grazia di Dio che gliel’aveva ispirato: cosa più ragionevole tenuto conto del livello soprannaturale in cui Dio conduceva Giuseppe accanto a Maria.

2) Le mestruazioni.

3) Anna e Gioacchino avevano la casa a Gerusalemme presso la piscina di Betsada. In quella casa Anna diede alla luce Maria (cfr Enciclopedia della Bibbia alla voce Gioacchino).

4) Subito dopo essere stato accolto in casa della Santa Famiglia, Giuseppe mi aveva portato a vedere il tempietto costruito sulle tombe di Anna e Gioacchino (cfr. cap. 6).

5) Parole di Gesù dette in visione a Maria Valtorta, riportate nel suo Poema dell’Uomo-Dio, vol. I, n. 15.

6) La traduzione esatta del saluto dell’angelo non è “Ave Maria” ma “Rallegrati Maria”, un invito alla gioia.

7) Cfr Enciclopedia della Bibbia alla voce Nazareth. Così anche Maria Valtorta, op. cit. vol. I, n. 23.

8) Ain-Karim: paese a meno di 6 Km. ad ovest di Gerusalemme, ritenuto patria di san Giovanni Battista.

….

18) Maria e Alfeo erano i genitori di Taddeo e Giacomo il minore, discepoli di Gesù. Più tardi anche essi

seguiranno Gesù.

19) Giuseppe di Arimatea come Nicodemo era membro del Sinedrio ma di nascosto era anche discepolo di Gesù.

20) Pietro è stato crocifisso a Roma sotto la persecuzione di Nerone. Secondo la tradizione, ha chiesto di essere crocifisso con la testa in giù reputandosi indegno di morire come è morto Gesù.

21) Andrea è stato crocifisso a Patrasso, nell’Acaia (Grecia), sopra una croce a forma di aspo, che da allora porta il nome di “croce di Sant’Andrea”.

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Sul “falso immaginario” rispetto la povertà di Gesù

Chiaramoci subito: Gesù non era povero. Tutt’altro! La sua scelta di povertà in spirito fu successiva secondo il nuovo stato che si era dato per le predicazioni

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Gesù era povero? – Don Mauro Agreste

1) Giuseppe, artigiano abbastanza benestante
2) La tunica inconsutile
3) La casa ebraica e le grotte
4) Povertà come distacco
5) Le cose sante vanno trattate con dignità
6) Non coltivare una falsa mentalità pauperistica
7) Realtà materiali che testimoniano valori spirituali
8) Spirito di povertà è apertura alle necessità altrui
9) L’egoismo e il male
10) Noi siamo stati salvati
11) La rivelazione biblica e verità di fede

1) GIUSEPPE, ARTIGIANO ABBASTANZA BENESTANTE

Gesù era povero? Essere poveri significa essere miseri?

Facciamo qualche breve considerazione.

Non è un dato di fede, ma è una considerazione: Giuseppe era falegname.

I falegnami facevano parte della categoria, che nella società ebraica era quella degli artigiani.

Gli artigiani, nella mentalità ebraica, occupavano un posto abbastanza elevato nella gerarchia, perché gli artigiani erano coloro che, in qualche modo, assomigliavano all’azione di Dio che crea il mondo: perché come Dio ha plasmato l’universo, ha plasmato l’uomo, così l’artigiano ha le capacità per plasmare la materia.

Quindi ha un modo particolare di assomigliare a Lui e, anche dal punto di vista culturale, l’artigiano era una persona molto considerata.

Non è pensabile che Giuseppe fosse una persona povera, non sarà stato ricco, ma non povero, diciamo abbastanza benestante.

2) LA TUNICA INCONSUTILE

Lo capiamo anche da un altro aspetto, per esempio dal fatto che Gesù, quando fu spogliato delle sue vesti, gli fu tolta la tunica inconsutile.

È strano che nei Vangeli si dica che Gesù avesse una tunica inconsutile, cioè tessuta tutta di un pezzo.

Curiosità inutile? Non si trova niente di inutile nella Bibbia.

La tunica inconsutile era la tunica che di solito usava il Sommo Sacerdote.

Quindi dal punto di vista spirituale uno può dire”: Certamente Lui era il Sommo Sacerdote, quindi era giusto che usasse la tunica inconsutile”.

Però avete idea di quanto potesse costare tale tunica?

Il fatto che i soldati non l’abbiano divisa, è perché sapevano quello che valeva.

Se Gesù si vestiva tutti i giorni con la tunica inconsutile, questo ci fa capire che non era povero in canna.

Il fatto che Gesù fosse nato in una stalla non significa che sia nato all’addiaccio, come fanno vedere i nostri presepi.

3) LA CASA EBRAICA E LE GROTTE

Vi ho già spiegato com’era la struttura della casa ebraica.

Nel Vangelo si dice che non c’era più posto nell’albergo.

Con albergo si possono identificare almeno due cose: il caravanserraglio e il luogo antistante della casa che era adibito all’abitazione degli uomini.

La casa soprattutto quella delle persone comuni (persone che avevano la casa al di fuori delle mura della città fortificata).

Dunque le case dovevano essere difese come si poteva.

Gli animali da cortile, essendo l’unica ricchezza delle famiglie, erano importanti, erano preziosi.

Dunque al calar del sole venivano protetti, non semplicemente in un recinto, in quanto, in tal caso, voleva dire che erano tanti e che quindi avevano bisogno di un pastore; ma se erano il fabbisogno di una famiglia questi animali venivano riposti in una grotta, che era scavata dietro la casa, adiacente alla casa; dalla casa si passava direttamente in questa grotta.

Queste grotte fra di loro erano comunicanti, per permettere la fuga, in caso di aggressione, in un’altra casa.

Tutti gli animali di queste famiglie erano conservati in queste grotte.

Tutto ciò significa che il luogo in cui Gesù nacque non era l’abitazione, perché in essa non c’era posto, perché era occupata dalla famiglia.

La grotta non era un luogo freddo, era un luogo chiuso, protetto.

Coloro che hanno potuto recarsi in Terra Santa vi potranno dire che a Betlemme, dove c’è la Basilica della Natività, c’è una grotta che gli Ortodossi dicono che lì è nato Gesù.

Però nella stessa grotta, dall’altra parte c’è la Basilica dei Francescani e Gesù potrebbe essere nato lì.

Questo ci fa capire che tutte le grotte erano comunicanti tra di loro.

Non sappiamo con esattezza quale fu esattamente la grotta in cui Gesù nacque, la tradizione ci dice lì, però potrebbe essere là, perché le grotte erano comunicanti tra loro.

È impensabile che Maria e Giuseppe prevedendo i giorni del parto, si mettessero in viaggio senza avere nulla.

Il fatto che siano andati in Egitto testimonia del fatto che potevano permettersi di andarci.

Avevano i soldi necessari per andarci, per starci, per trovare lavoro, per insediarsi li.

Dunque è da sfatare questa idea falsa secondo la quale Gesù fosse povero in canna.

4) POVERTÀ COME DISTACCO

Gesù era povero, ma nel senso di distaccato; una persona che ha pochissimi soldi, ma è attaccatissima ha tutte le cose che ha, sta vivendo nella povertà? No.

Una persona ricca che però è generosa, sta vivendo la virtù della povertà? Certo.

La povertà non va confusa con la miseria.

I tesori presunti del Vaticano sono possesso del Sommo Pontefice o sono possesso di tutti i Cattolici?

Della Chiesa, ma la Chiesa siamo noi.

Se ci fanno un dono, siamo ben contenti, mica li rifiutiamo, oltretutto offenderemmo la persona che ci ha fatto quel dono.

Se il dono è la rappresentazione di un legame affettivo, di rispetto, di stima, allora rifiutare quel dono significa rifiutare quella persona.

Intervento: e l’anello del Papa…?

L’anello del Papa si chiama: anello piscatorio, che vuol dire l’anello del pescatore.

Il pescatore è Pietro.

L’anello indica la sua appartenenza alla Chiesa, la sua dedizione totale, come un vincolo matrimoniale.

I coniugi che si sposano davanti a Dio, si scambiano le vera nuziale, che significa un attestato di fedeltà reciproca e di donazione totale reciproca.

L’anello episcopale, e dunque anche piscatorio, non è nient’altro che questa testimonianza.

L’anello può essere di materiale prezioso, ma può anche essere di materiale effimero.

5) LE COSE SANTE VANNO TRATTATE CON DIGNITÀ

Generalmente per ciò che comporta un significato spirituale ampio, sarebbe un po’ un insulto che venissero utilizzati dei materiali non nobili.

I calici di coccio non sono tanto liturgici, perché è un materiale deteriorabile e non nobile.

I materiali con cui si fanno i vasi sacri dovrebbe essere materiale nobile.

Generalmente, almeno la coppa dovrebbe essere d’argento ricoperta di oro zecchino, perché l’oro non si ossida, e quindi il vino che c’è dentro rimane vino e non viene condizionato dal materiale con cui è fatta la coppa.

Poi c’è il significato che le cose sante vanno trattate con un certo tipo di dignità, se noi non riconosciamo un certo tipo di dignità alle cose sante, è come dire che per noi non sono poi così sante.

Vi ricordo che i grandi santi, per tutto ciò che riguarda il culto, non hanno mai fatto economia, magari mangiavano pane e cipolla, ma per quello che riguarda le tovaglie dell’altare, i paramenti, i camici, i vasi sacri ecc… il meglio di quanto si potevano permettere.

6) NON COLTIVARE UNA FALSA MENTALITÀ PAUPERISTICA

Attenzione a non coltivare una falsa mentalità pauperistica.

Credo che il Signore si possa meritare il meglio di quello che noi possiamo offrirgli.

Possiamo offrirgli il meglio del nostro cuore, si merita che gli diamo il meglio del nostro cuore; il meglio delle nostre capacità, si merita che gliele diamo; sappiamo cantare, allora cantiamo con tutto il cuore e veramente con gioia e amore, perché questo è il massimo che possiamo offrire a Lui.

Se dobbiamo costruire un edificio dedicato al culto del Signore, io non sono d’accordo che sia un garage trasformato in chiesa, deve essere assolutamente il meglio che la nostra cultura e le nostre capacità sono in grado di esprimere.

Per Dio, che ha fatto tutto quello che ha fatto, penso che l’uomo debba scomodarsi un pochino per fare il meglio che può fare.

Nelle nostre case non manca nulla e non vedo perché debbano essere più eleganti i garage delle chiese, o eleganti pellicce, ma paramenti sacri che sembrano stracci.

Ci sono delle incongruenze che però debbono essere superate con l’equilibrio e la visione di certi valori.

Ci sono certe cose che superano il valore economico delle cose, ci sono dei valori, quelli spirituali, che le superano di gran lunga.

Per quello che riguarda gli oggetti sacri del culto che possono essere l’anello, i calici, gli ostensori, i paramenti ricamati questi non sono proprietà di chi li usa, ossia sono proprietà di chi li usa finché è vivo.

Quando io morirò il mio calice non lo lascio a mio figlio, non ho figli, cosa ne farò del mio calice?

Lo regalerò ad un altro sacerdote, oppure lo lascerò ad una persona che so che lo valuta; magari non è di materiale così prezioso, però è ricco di significati.

Tutto ciò che ci può essere di bello e prezioso che c’è nella nostra famiglia che è la Chiesa, rimane in famiglia, a beneficio di quelli che vengono dopo di noi.

Magari il materiale può avere un certo tipo di valore, ma la fattura ne moltiplica il valore.

Posso avere un calice di legno ma tutto scolpito, tutto istoriato, tutto lavorato.

Se io valutassi solo il legno avrebbe solo il valore del materiale, ma poiché è stato lavorato acquista un valore notevolmente superiore.

Attenzione quindi, non possiamo valutare esclusivamente con il valore economico le cose che fanno riferimento ai valori spirituali, perché altrimenti abbiamo un approccio materialistico alle realtà spirituali della Chiesa, mentre i valori dello spirito non sono valori valutabili.

Ora poiché noi siamo persone, cioè spirito, anima e corpo, è chiaro che noi esprimiamo le realtà spirituali anche attraverso le realtà materiali.

Se noi esprimiamo delle realtà materiali scialbe vuol dire che i nostri valori spirituali non sono così ampi e profondamente vissuti, perché, tutto sommato, reputiamo che non sia necessario offrire per la riflessione, o per il culto, qualche cosa che sia veramente degno di questo nome.

Ora non dico che dobbiamo cadere nel lusso, ma nella dignità si!

Nel significato di quello che si compie sì!

Qui c’è un Dio che si mette nelle tue mani e vorrai avere un minimo di riguardo, oppure tu vai a prendere la Comunione con le mani tutte sporche.

A me è capitato di non mettere la Comunione su certe mani e dovergliela mettere in bocca, perché erano talmente sporche che facevano vergogna.

Certi valori per noi sono fondamentali e tutto il resto viene di conseguenza.

7) REALTÀ MATERIALI CHE TESTIMONIANO VALORI SPIRITUALI

Se per noi Dio è importante, tutto ciò che riguarda Dio è importante.

Se tu hai, nella tua famiglia, una persona cara che ti viene a mancare, tutti i ricordi di quella persona cara per te sono intoccabili.

Magari non valgono niente, ma per te hanno un valore assoluto, perché ti richiamano quella persona.

Allora il nostro Dio è morto e risorto e ci ha lasciato un testamento ricchissimo, ci ha dato la sua stessa vita, ci ha dato la sua stessa presenza, la Chiesa, i Sacramenti, ci ha dato sua madre, lo Spirito Santo, più di così che cosa ci doveva dare?

Vi rendete conto che di fronte a queste cose tutto il resto non è niente altro che paglia.

Se noi vogliamo esprimere lo splendore, la maestà, la bellezza, la gloria e la potenza di Dio, con cosa lo possiamo esprimere, con la creta?

Sì, si può anche esprimere con la creta, ma la creta ha un valore effimero e se cade per terra si rompe subito.

Che significato si ha da una cosa che si rompe subito?

Attenzione ci sono delle realtà materiali che testimoniano dei valori spirituali, senza fare di queste realtà materiali un valore assoluto, ma semplicemente un significato.

Ricordo quando, quest’estate, assieme ad un seminarista andai a visitare la cupola di San Pietro, ricevendone un’impressione spaventosa, quasi terrificante, ricordo un commento: ” È proprio vero che tutto quello che c’è qui dentro non è stato costruito per gli uomini ma per Dio.”

Le dimensioni sono tali che se tu guardi sotto, dall’interno della cupola, ti sembra di essere nell’alto dei cieli e se cerchi di vedere in fondo gli uomini che cosa fanno, li vedi piccoli così.

Che cosa fa capire tutto questo:? Fa capire che ci sono dei valori spirituali che si esprimono anche attraverso delle realtà materiali, non solo con le realtà materiali, ma che invitano il cuore del credente ad aprirsi alla comprensione maggiore delle cose.

Se vuoi fare un regalo a tua madre, non le regalerai un anello di plastica.

Ho conosciute persone che sono diventati vescovi ed hanno ricevuto in dono l’anello episcopale.

Ma quale persona, meschina, nel regalare un anello al vescovo, glielo regala di latta?

Io sono diventato sacerdote.

I miei genitori hanno voluto regalarmi il mio calice, che ha la coppa d’argento, perché è il segno di una cosa importante del loro amore nei miei confronti.

Tutte le volte che celebro Messa con quel calice, ricordo che me lo hanno regalato con amore.

Voi vi siete sposati.

Vi hanno fatto dei doni che ricorderete per tutta la vostra vita, perché è un qualcosa che viene dal cuore.

Se anche fosse di materiale scadente, non vi importerebbe molto, però voi sapete che tutto quello che essi potevano fare per voi essi lo hanno fatto.

C’è da stupirsi che se uno diventa sacerdote, vescovo o papa riceva dai suoi amici il massimo che essi possono fare?

È un discorso populista, direi quasi marxista, che valuta tutte le cose semplicemente dal punto di vista economico.

Ma la vita non è solo economia, ci sono dei valori che superano di gran lunga i valori economici ed è un atteggiamento meschino misurare tutto in base al valore oggettivo della cosa.

8) SPIRITO DI POVERTÀ È APERTURA ALLE NECESSITÀ ALTRUI

Importante è coltivare lo spirito di povertà che significa apertura alle necessità del prossimo.

Il grave è quando le benedizioni del Signore per noi diventano esclusive, cioè diventiamo insensibili alle necessità del nostro prossimo.

Se il Signore ci concede di avere più intelligenza degli altri, quindi di avere una laurea, di avere un lavoro più remunerativo, non è per caso.

Il Signore si servirà delle mie capacità superiori (denaro ecc…) per aiutare una persona che ha una capacità minore.

Se il Signore ti dà due mani e due piedi per camminare, te li da perché tu puoi essere utile a Lui nel servire quei fratelli e quelle sorelle che non hanno questa fortuna.

Questo è un aspetto importante da considerare: bisogna considerare la Chiesa come ai vasi comunicanti dove chi ha di più dovrebbe occuparsi di chi ha di meno, non con superiorità, ma come condivisione.

Su questo aspetto non troverete spesso che tutti sono d’accordo anche perché il discorso che io vi ho fatto è un discorso adatto a persone che hanno percorso un cammino spirituale e che capiscono il valore delle cose spirituali.

Non tutti stanno facendo questo cammino.

Se una persona si attacca al valore dell’anello del papa significa che è una persona che controlla le spese degli altri, e allora dovrebbe cominciare ad esaminare come utilizza il proprio denaro e se non è di scandalo di fronte alle povertà del mondo.

Attenzione, certe volte, per sentirci giustificati nel nostro egoismo, cerchiamo di trovare l’egoismo o le incongruenze nella vita degli altri.

Ci sono dei valori che non si vedono ma che sono più fondamentali di quelli che si vedono.

9) L’EGOISMO E IL MALE

Nell’uomo, a causa della corruzione del peccato originale, c’è l’inclinazione al male.

Vi ricordate che vi avevo parlato di questo contagio di egoismo, secondo cui l’uomo è sempre portato ad appagare se stesso.

Quindi c’è questa inclinazione al male, che rende facile questa esecuzione al male.

Però dire che il male è dentro di noi è un po’ peggiore, significa dire che noi siamo costitutivamente male e ciò vorrebbe dire che non ci si può salvare.

È un problema talmente complesso che non si può risolvere dicendo che il male è dentro di noi, dentro di noi c’è, a parte l’inclinazione verso l’egoismo, c’è l’assenso al male; però ci può anche essere l’assenso al bene.

Dire che c’è l’assenso al male, è diverso dal dire che c’è il male dentro di noi.

Perché se io dico che c’è l’inclinazione o l’assenso, io dico che sono libero e posso decidere.

Se io, invece, dico che c’è il male dentro di me, vuol dire che io sono impastato di male e questo viene a negare, per esempio, tutto quello che fa parte della Creazione, dove, si dice nel secondo racconto che è il più antico, che Dio prese della saliva e l’impastò con della terra … questo ci vuol dire che l’uomo è impastato di Dio, non di male.

Noi, magari, abbiamo una certa consapevolezza che se diciamo che c’è il male dentro di noi ci capiamo subito, ma se lo diciamo ad una persona che non fa’ un cammino è gravissimo.

Non dobbiamo dire che il male è dentro di noi quando invece c’è l’essere perverso e pervertitore che ha la volontà di pervertire gli altri.

Perché una frase di questo genere produce talmente tanti compromessi e talmente tante confusioni che è già di per se stessa una frase cattiva.

Il peccato originale ha generato la corruzione non il male, il male non abita dentro di noi.

L’egoismo pone te al centro di tutto.

Il tendere sempre al meglio non è egoismo e non produce necessariamente atti cattivi a meno che sia un tendere al meglio solo per se stessi, questo è egoismo.

L’egoismo fa parte della storia di tutti, ma ognuno può decidere se seguire l’egoismo oppure no.

Per la capacità che ognuno ha di riconoscere il suggerimento di Dio c’è la possibilità di rispondere in una maniera più o meno libera; per fortuna Dio giudica della nostra capacità di libero arbitrio.

Dire che il male abiti dentro di noi non è una cosa giusta, dentro di noi può abitare l’inclinazione al male.

Una nave che ha dentro di sé una falla può affondare, però se si protegge, se in qualche modo tenta di arginare i danni la nave non affonderà e arriverà in porto, anche se imbarcherà dell’acqua.

Allora noi facciamo conto di essere delle navi che hanno subito uno speronamento, per cui abbiamo delle falle dentro di noi, che è simboleggiato dal peccato originale, noi possiamo salvarci e arrivare in porto nonostante filtri dentro di noi l’acqua, che può farci affondare.

Però abbiamo dentro di noi l’autore della vita che ci salva dalla nostra situazione rovinosa.

10) NOI SIAMO STATO SALVATI

L’uomo ha dentro di sé molecole del veleno, che sono in circolo.

Ora se questa persona non fa una trasfusione di sangue, non prende l’antidoto, questo veleno si stabilirà nel fegato e la persona morirà.

Ma noi siamo stati salvati, abbiamo ricevuto una trasfusione di sangue divino, ossia il nostro sangue è ammalato, ma ricevendo il sangue divino noi possiamo in qualche modo bloccare l’infezione, poter vivere una vita pressoché normale, fino alla pienezza di questa salvezza che si chiama risurrezione.

Quindi dentro di noi c’è il germe del peccato, il germe del male, ma noi non siamo costitutivamente male e peccato.

Dio non ha creato né il male né il peccato.

Il male e il peccato sono sorti nel cuore di questo essere angelico che ha voluto distaccarsi da Dio.

È lì l’origine del male e del peccato, ma non sappiamo il perché.

Nella nostra logica debole, piccola, limitata non riusciamo a capire come abbia fatto Lucifero a vedersi Dio di fronte agli occhi e a dire: ” Non me ne importa niente, non faccio come vuoi tu e faccio come voglio io”.

Io non lo so come possa nascere dentro il cuore di un essere che vede Dio in quel modo un pensiero di questo genere, però è capitato.

11) LA RIVELAZIONE BIBLICA E VERITÀ DI FEDE

Io non ho nessun diritto di dire che ciò che c’è scritto nella Bibbia non è vero.

Se io, per di più, sono un uomo di Chiesa non ho nessun diritto di salire su un pulpito, smentendo ciò che c’è scritto nella Rivelazione, non ho nessun diritto di dire che Gesù non è venuto a lottare contro Satana, quando nel Vangelo di Luca si dice: “Lo Spirito Santo lo condusse nel deserto per essere tentato da Satana”.

Non ho diritto di dire che questo essere non esiste, perché non mi fa comodo pensare che esiste; perché io non sono Dio e se fossi Papa sarei eretico.

Quindi tutti gli altri cristiani avrebbero il diritto di non credermi, perché ciò che è scritto sulla Rivelazione biblica non si discute: è una verità di fede, non una verità che dipende dalla mia capacità di accettarla o non accettarla.

Dio ci ha rivelato questo.

Ci credi o non ci credi che questo è quello che ti ha rivelato Dio, se non ci credi è un problema tuo, ma non puoi insegnare agli altri che ciò che scritto sulla Bibbia è falso.

Se insegni questo sei tu l’eretico.

Chi ha ragione: Dio che si è rivelato o tu che pensi di aver scoperto l’acqua bollita dicendo che quello che c’è scritto sulla Bibbia non è vero?

Prima di dire che una cosa che è scritta sulla Bibbia non è vera, ci penserei un miliardo di volte.

Prima di dire delle teorie umane al contrario di quelle che sono le rivelazioni bibliche, ci vuole un coraggio da leoni.

State attenti, nel Nuovo Testamento S. Paolo dice anche: ” Se qualcuno vi predicasse un vangelo, fosse anche un angelo del cielo, che fosse diverso da quello che avete ricevuto sia anatema”.

Cioè sconosciuto, eretico, una cosa che non ha senso.

Gesù nei suoi insegnamenti ha detto determinate cose.

O accetti Gesù e i suoi insegnamenti o, se non accetti i suoi insegnamenti, vuol dire che non credi a Gesù.

” È vero fino a un certo punto, però Socrate dice qualcosa di più importante di te, quindi per me è più importante Socrate che Gesù”.

Se porto le cose alle estreme conseguenze ci rendiamo conto dell’incongruenza, poiché non si chiama Socrate, ma il teologo dal del tali ha detto questo, allora il teologo è più importante di Dio; perché Dio ha detto una cosa scomoda e io credo al teologo piuttosto che a Dio.

La domanda di fondo è sempre questa: crediamo in Dio o crediamo a Dio?

Sia lodato Gesù Cristo.

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Piccolo errore di san Francesco. Gesù non era povero.

di Francesca Ribeiro

Racconta Tommaso da Celano nella Vita seconda, che san Francesco un giorno scoppiò in lacrime, e si allontanò dalla mensa, per mangiare il resto del pane sulla nuda terra, poiché un compagno gli aveva rammentato la povertà della beata Vergine e di Cristo suo Figlio. Stando ai vangeli però, Maria non era povera, e neppure il Cristo. Gesù era figlio di un carpentiere, ed egli certamente esercitò lo stesso mestiere nella giovinezza (Mc 6,3). Un falegname della Palestina era un uomo abile, utile, particolarmente stimato, e ben pagato. Gesù non soffrì la fame, tranne forse nei quaranta giorni passati nel deserto. E’ pur vero che durante il periodo della predicazione, non avesse dove reclinare il capo, ma non sembra si facesse mancare il cibo, a giudicare da tutte le volte che lo troviamo a tavola a casa di amici, e dalle sue stesse parole: «E’ venuto Giovanni che non mangiava né beveva, e si diceva: – E’ indemoniato -. E’ venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e si dice: – E’ un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori! -». Sicuramente non gli mancarono pane e pesce. Disponevano, lui e i suoi apostoli, di denaro, e facevano l’elemosina ai poveri (Gv 13,29). Infine, non era vestito di stracci, giacché i quattro soldati romani si divisero le sue vesti, e tirarono a sorte la tunica, essendo cucita tutta di un pezzo (Gv 19,23-24).
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Premesso che nella società dell’epoca di Gesù gli appartenentii allel classi sacerdotali ed i nobili potevano considerarsi ricchi, non abbiamo molti elementi per poter dedurre quale fosse la condizione economica di Gesù prima della sua predicazione e dopo.
Nella discussione sulla nascita verginale di Gesù, lo spunto è stato dato dall’offerta per la purificazione di due tortore, offerta soltiamente riservata alle famiglie più povere.
All’interno dei vangeli, ci sono però molti passaggi in cui Gesù critica apertamente il comportametno dei ricchi ma, al tempo stesso, prova una profonda compassione per i poveri, guardandoli però dall’esterno, come da una condizione diversa.
Mt 26,6 Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: “Perché questo spreco? 9Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!”. 10Ma Gesù, accortosene, disse loro: “Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. 11I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.
Lo stesso episodio viene riportato in maniera molto simile in Marco 14,6. Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; 7i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempreAnche in Gv 12,8.Sempre in Gv 19,23 c’è l’episodio della tunica che, oltre al valore simbolico, ci fa riflettere sul fatto che la tunica era preziosa, tanto che i soldti non vollero sciuparla 23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:..Per non parlare delle donne al seguito che mettevano i loro beni a disposizione. durante il periodo della predicazione.Per converso,l a tradizione Sufi, mistici musulmani che hanno una venerazione del tutto particolare per Gesù, parla di un Gesù poverissimo che aveva una sola tunica piena di rattoppi, ma il significato simbolico di quanto narrato sembra sueprare di gran lunga la ricostruzione storica.
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Quel passaggio del vangelo di Luca che abbiamo commentato, a parte l’attendibilità e le valutazioni storico-critiche, potrebbe anche nascondere un altro tipo di spiegazione, Maria e Giuseppe non volevano sacrificare un agnello per qualche motivo particolare, forse erano Esseni e non sacrificavano l’agnello. Certamente il fatto che gli Esseni celebravano una loro Pasqua in un giorno diverso dal 14 di Nisan precludeva loro la possibilità di disporre degli agnelli macellati al tempio. Giuseppe Flavio afferma che avevano dei loro riti particolari. Non è noto se macellassero l’agnello fuori del tempio, cosa facessero esattamente. Ma le spiegazioni potrebbero essere tante, forse in quel periodo Maria e Giuseppe non erano molti ricchi, forse fu solo in seguito che Gesù divenne benestante a causa di elargizioni della gente che lo seguiva, chissà!
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Finalmente un forum non confesssionale, apologetico o anticlericale sulle ricerche bibliche… Questa è quindi il mio primo intervento. Il caso vuole che la mia tesi di laurea la feci su quella che chiamai “teologia pauperistica” nelle fonti di Luca e nella letteratura del periodo del secondo tempio. La mia ricerca metteva in luce le forti tinte pauperistiche tanto delle fonti di Luca (predicazione di Nazaret con riferimento a Esaia 61, beatitudini e maledizioni, magnificat, benedictus) e la loro parentela con i manoscritti di Qumran e parti del libro di Enoc, specialemente l’epistola. Proponevo come ipotesi di lavoro di considerare il pauperismo come un tratto distintivo della comunità messianica gesuana, tratto in comune con gli enochici e i qumraniani. Quest’ultimi, tra l’altro, nella loro autodefinizione si chiamavano “i poveri”. Nei documenti che possiamo far risalire all’epoca palestinese ante 70, come la fonte Q, oppure alcuni materiali propri di Luca, abbiamo l’idea che sono i poveri che erideteranno il Regno di Dio, mentre i ricchi che si credono giusti, riceveranno una condanna eterna (con tutte le nuances del caso!). Arrivavo poi alla conclusione che la categoria “poveri” (anawim, anim/ ptochoi, tepeinoi) non è da considerare come una categroia portatrice di un’attitudine semplicemente umile (umiltà religiosa), ma nemmeno come una mera categoria sociale, portatrice di una rivendicazione di tipo “teologia della liberazione”, ma che il povero era una categoria messianica, oggetto delle attenzioni escatologiche da parte di Dio. Questa categoria assumeva un ruolo messianico di primo piano, sia a Qumrân che nella comunità enochica che in quella testimoniata dalle fonti propriamente lucane o da Q. E questa categoria “messianica” era da identificare coi poveri in senso sociale (di nascita o per scelta, cf. la critica del Siracide contro i profeti itineranti). Se Gesù era portatore di questa visione delle cose, egli, anche se di natali socialmente elevati, non poteva che fare una vita “povera”. Se i ricchi erano esclusi dalla salvezza offerta da Dio, secondo i movimenti dell’orbita essena di cui, secondo me quello di Gesù faceva parte, colui che aspettava la Salvezza di Israele non poteva che farsi povero. “Se vuoi essere perfetto, va, vendi i tuoi averi, dalli ai poveri, poi vieni e seguimi”. Frédéric Amsler emette l’ipotesi, addirittura, che, come a Qumrân, anche i discepoli di Gesù si facevano chiamare “i poveri”. Secondo alcune interpretazioni, abbastanza presto, forse anche vivente Gesù, la comunità era composta dai “poveri”, o “perfetti” e poi dai sostenitori, famiglie ricche che provvedevano al sostentamento della comunità dei perfetti e così facendo essi potevano avere parte alla Salvezza annunciata per i tempi escatologici. Quando la salvezza della comunità sarà assicurata dalla fede in “Gesù Cristo”, e non più dalle vecchie categorie messianiche palestinesi, tutto il pensiero paupersitico radicale sarà relativizzato. E’ a questo livello redazionale che possiamo far discendere l’impressione che Gesù parlasse dei poveri come di una categoria esterna a lui.
Comunque secondo me è abbastanza difficile determinare l’origine sociale della famiglia di Gesù dai dati in nostro possesso. Sono comunque del parere che, a prescindere dalla sua origine, Gesù abbia impostato la propria vita secondo le categorie messianiche di cui abbiamo testimonianza in Enoc e a Qumran e nelle fonti di Luca, categoria che danno alla povertà sociale un ruolo di primo piano.
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INDAGINI SU GESÙ

Fonte: Selezione del Reader’s Digest – Dicembre 2004

25 dicembre… è proprio vero

Volete conoscere la verità su Gesù? Gettate alle ortiche duecento anni di studio e ricerche dei più grandi teologi di tutto il mondo e tenetevi cari i racconti della nonna, del parroco e della suora che, magari, alla scuola materna, vi ha aiutato a crescere. La tradizione, insomma, non sbagliava: Gesù è nato proprio il 25 dicembre dell’anno zero. Tutto il resto sono dettagli, con un pizzico di mitologia presa dai Vangeli apocrifi, come ad esempio il bue e l’asinello, o San Gioacchino e

Sant’Anna, genitori di Maria, nonni, quindi, di Gesù. Altro fraintendimento è la povertà del Signore: l’ha aggiunta san Francesco, e certo male non fa, perché, se povero Gesù non era, per noi tutti si è comunque incarnato.

Ecco, è questo l’esito degli infiniti studi iniziati a partire dal Settecento, dal secolo dei Lumi, dal bisogno di montare e smontare i Vangeli. Una nuova scoperta, che cancella tutte le altre, vale a dire la dimostrazione che non c’era nulla da scoprire oltre ai Vangeli: sembra, oggi, una rivoluzione.

Non resta allora che far riemergere la tradizione e ripulirla dai mille luoghi comuni che si sono incrostati in questi duemila anni di cristianesimo. Per far ciò, siamo andati a trovare lo studioso che più di ogni altro (esclusi gli Apostoli, si intende) ha contribuito a divulgare, almeno con i libri, la figura di Gesù. Si tratta di Vittorio Messori, il giornalista che con il suo Ipotesi su Gesù, pubblicato nel 1976, ha avvicinato più giovani alla figura del Cristo di qualunque dotto teologo. Quel libro vendette alcuni milioni di copie, fu tradotto in 34 lingue (più le edizioni pirata). A quel volume ne seguirono molti altri, tra i quali uno scritto con Giovanni Paolo II che, in due mesi, vendette 2 milioni di copie: un’impresa

da Guinness dei primati. Ma Messori non ama usare i numeri quando si tratta di misurare il proprio lavoro.

Reader’s Digest: Vale davvero la pena di indagare sui tempi e sui luoghi che hanno visto nascere, predicare e morire Gesù?

Messori: Altro che, se ne vale la pena. Il Vangelo racconta un evento che sta nei piani di Dio e che porta suo figlio a incontrare la Storia. Non si discute il progetto di Dio, lo si accetta e, accettandolo, lo si deve comprendere e indagare anche a livello storico. Il Vangelo è sapienza incarnata. Nessun buddista si preoccuperebbe di verificare la veridicità storica del Buddha: che importa, è sapienza pura. Quanto all’Islam, Maometto non è che un semplice interprete, uno scrivano. E’ l’arcangelo Gabriele che detta a lui il Corano, la legge di Dio che sta scritta in cielo. Ma Gesù è il figlio di Dio che scende in terra: dimostra che non è mai esistito e cancelli, con un tratto,la fede cristiana.

RD: Allora, come si è giunti a questo ritorno alle origini?

Messori: Abbiamo tutti peccato di superficialità. Abbiamo messo in discussione la tradizione, pensando che la scelta di festeggiare la nascita di Cristo il 25 dicembre fosse una convenzione, una scelta arbitraria che andava incontro al bisogno di contrastare le feste pagane del Sol Invictus, a ridosso del solstizio d’inverno. Ma ci siamo sbagliati tutti, e la prova è venuta da un dettaglio su cui nessuno si era soffermato, ma che era lì, da cogliere, lasciato in bella vista da un evangelista. La scoperta è stata fatta dal professar Shemarjahu Talmon, dell’università di Gerusalemme, quindi non accusabile di voler dare man forte alla tradizione cristiana. Il ragionamento è complesso, andiamo per passi. Se Gesù è nato il 25 dicembre, il concepimento della Vergine è avvenuto 9 mesi prima, il 25 marzo.

Dai Vangeli sappiamo che altri 6 mesi prima era stato concepito il precursore di Cristo, Giovanni detto il Battista. I cattolici non festeggiano questo evento, ma gli ortodossi si, solennemente, tra il 23 e il 24 di settembre: vale a dire sei mesi esatti dal concepimento di Maria. Oggi abbiamo la prova che questa sequenza è storicamente autentica.

Il padre del Battista, Zaccaria, era un sacerdote e il Vangelo di Luca narra che l’arcangelo Gabriele gli annunciò la miracolosa nascita di un figlio, perché‚ sua moglie era sterile, un giorno in cui era di servizio liturgico al Tempio. Luca precisa, come se volesse aprirci la strada per giungere alla verità, che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia. Attenzione, questo è il passaggio chiave: i sacerdoti, nell’antico Israele, erano divisi in 24 classi e prestavano servizio al Tempio due volte l’anno; quella di Abia era l’ottava classe e, lavorando sui testi rinvenuti nella biblioteca essena di Qumran, i cosiddetti rotoli del Mar Morto, lo studioso di Gerusalemme ha scoperto che doveva svolgere il proprio impegno liturgico proprio l’ultima settimana di settembre. Dunque, se proviamo che la data di partenza di tutto il nostro ragionamento è davvero il 25 di settembre, risulta esatta, di conseguenza, anche la data di arrivo, quella della nascita di Gesù: il 25 dicembre. Dio perdoni gli esperti, me compreso.

RD: Tutto questo, basandosi su quanto dice Luca. Ma non è possibile avere dubbi sulle sequenze storiche proposte dai Vangeli?

Messori: Nessun dubbio sul Vangeli: sono rappresentazione storica, oculare, da cronista. Gli Apostoli sono, per definizione, una garanzia di verità. Negli Atti degli Apostoli si narra di come i discepoli di Gesù, che erano 12 ed erano diventati 11 perché uno aveva tradito, dovessero essere reintegrati. Dodici per ragioni simboliche, perché 12 sono le tribù di Israele. E allora cooptano un nuovo Apostolo, Mattia, avendo cura di scegliere un uomo che sia stato con Gesù dall’inizio alla fine, perché gli Apostoli devono essere testimoni oculari, sono loro le colonne della fede, appunto testimoni dell’evento storico. Sono loro che reggono il racconto dall’inizio alla fine.

RD: Gli esperti mettevano in dubbio anche l’anno di nascita. Come mai anche questo dilemma è stato sciolto definitivamente?

Messori: E’ un ragionamento matematico complicato. Cerco di spiegarlo senza addentrarmi in calcoli noiosi. Siccome Gesù era nato sotto Erode e i calcoli della morte dei re (è lui che ordina la strage degli innocenti a Betlemme) non consentivano al Cristo di essere nato nell’anno zero, noi tutti ci eravamo fatti la convinzione che, in realtà il Natale fosse avvenuto sei anni prima. Oggi, quindi, pensavamo di trovarci non nel 2003 bensì nel 2009. La datazione tradizionale era dovuta a Dionigi il Piccolo, bravo matematico ma che, avendo operato attorno all’anno Mille, aveva il diritto di commettere qualche errore. E invece no, chapeau a Dionigi, aveva ragione lui, siamo noi che abbiamo sbagliato la datazione della morte di Erode in realtà Gesù è nato davvero nell’anno zero.

RD: In una mangiatoia di Betlemme, dove la famiglia si era recata per il censimento…

Messori: Pare di no. Giuseppe non va a Betlemme per il censimento, ci va, in realtà per una sorta di dichiarazione dei redditi periodica che richiede la presenza dei proprietari sui loro beni immobili. Quest’operazione si faceva, di solito, in dicembre, periodo dell’anno tranquillo perché non disturbava né la semina né il raccolto.

E qui abbiamo una nuova prova che la nascita è avvenuta proprio in dicembre.

RD: Insomma, una famiglia benestante…

Messori: Che il Cristo fosse figlio della media borghesia lo si sa da sempre. Suo padre, Giuseppe, era un imprenditore affermato, titolare di un’azienda per la costruzione di serramenti e attrezzi in legno. Da San Giustino martire, palestinese e lontano parente di Giuseppe, sappiamo che aveva un laboratorio rinomato non solo a Nazareth ma in tutta la Galilea, soprattutto per la costruzione di aratri di legno e gioghi per buoi. Luca precisa che Maria e Giuseppe erano si, in una mangiatoia che fungeva da dependance del caravanserraglio, perché non c’era più posto in albergo, non perché‚ non se lo potevano permettere. Matteo, poi, ci informa degli enigmatici Magi venuti dall’Oriente con doni preziosi.

E i genitori di Gesù li accettano. Va ricordato anche che i carnefici del Cristo si stupiscono della bellezza dell’abito

indossato da Gesù (oggi diremmo firmato) tanto che non lo strappano ma se lo disputano ai dadi: era una tunica senza cucitura, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Molte cose dei Vangeli vanno lette come paradossi. “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, dice, ad esempio, il Signore. Questa frase non va presa alla lettera, va interpretata come la testimonianza di uno sradicamento, disumano in Oriente, dalla famiglia, dal clan, dal villaggio e non come segno di penuria di denaro. Tutta la storia narrata nei Vangeli è paradossale: parlano del Dio che si fa uomo e che invece di finire sul trono finisce a morte sulla croce.

RD: Paradossale tutto, il passato, il futuro di quei luoghi che non trovano pace. Perché?

Messori: Il giorno di Natale del 1974 assisto alla Messa di mezzanotte sui luoghi della natività, un altipiano desolato a quasi mille metri spazzato dal vento freddo del deserto. Penso a Luca quando dice: i pastori vegliavano all’aperto. Poi scendo giù, sul Mar Morto: tanto freddo c’era in alto, tanto caldo lì, dove la gente faceva il bagno, nel punto più basso del mondo. Il Mar Morto – era appena passata la guerra del ’73 – è zona di frontiera, ma non immaginavo che fosse anche una zona di confine dell’umanità intesa come pietà dell’uomo. Noleggiai un costume da bagno e mi tuffai in questo strano lago dove stai a galla anche senza nuotare. Dall’altra parte. d’un tratto, un cecchino giordano comincia a sparare con la mitragliatrice, mi acquatto e vedo che, da questa parte, il bagnino corre, con estrema naturalezza, a un mitragliatore che era coperto da un telone e risponde al fuoco. Questi sono i luoghi dove si è manifestato il più grande atto di amore per l’uomo.

RD: Ha citato il Mar Morto, anche a proposito della scoperta sulla datazione della nascita di Gesù. Quali misteri ancora racchiudono i rotoli di Qumran?

Messori: I rotoli non hanno rivoluzionato nulla. Ci hanno invece aiutato a capire. Del resto già sapevamo da Giuseppe Flavio e da Plinio dell’esistenza di una setta, gli esseni, che era andata a vivere in grotte vicino al Mar Morto. Abbiamo trovato dei documenti che assolutamente non contrastano il racconto dei Vangeli, anzi, completano la loro verità storica. Mostrano i fatti da diversi punti di vista: è come se domani trovassimo la biblioteca di Vercingetorige. Ci consentirebbe di integrare tutto ciò che sappiamo dal De Bello Gallico di Giulio Cesare. Ci sarà un diverso punto di vista, ma i fatti storici e il clima religioso e culturale coincidono.

RD: Dunque, Messori, quarant’anni sulle tracce di Gesù e mai un dubbio?

Messori: lo vengo dalla Torino più laica: ho fatto le elementari nella scuola in cui De Amicis ha ambientato Cuore e il liceo classico al D’Azeglio, che ha sfornato due cose, la Juventus e la Einaudi. Ho fatto studi storici, tesi con Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo e Norberto Bobbio. Ma un bel giorno dei 1964 ho incontrato il Vangelo e, in un mese, la mia vita è cambiata. Sono uno storico e vengo convertito dal Vangelo in senso storico. Sono stato talmente tanto sulle tracce di Gesù che quando scrivevo il mio libro le hostess del volo Milano-Tel Aviv mi davano del tu. Tutta la mia vita è una ricerca storica di Gesù attraverso i Vangeli. E ho imparato una cosa: bisogna crederci fino in fondo ma anche verificare, con la certezza che non si troveranno brutte sorprese.

Come diceva Jean Guitton, forse il maggior filosofo cattolico del secolo scorso: “L’intelligenza non è nemica ma alleata della fede”. Dopo una vita di ricerca senza pregiudizi è anche il mio bilancio.

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Gesù era povero… ma chi l’ha detto?

Il fatto che Gesù sia nato nella grotta o stalla non significa che era povero, ma come dice la bibbia gli alberghi erano pieni, quindi se erano pieni vuol dire che Giuseppe aveva cercato posto in albergo e quindi aveva i soldi per pagare.
Era figlio di un falegname, sì vero, ma i falegnami di allora non sono gli stessi di oggi, inoltre gli artigiani si sono sempre fatti pagare bene, e in nessun posto c’è scritto che Giuseppe fosse povero.
La famiglia di Gesù facevano pellegrinaggi a Gerusalemme. I pellegrinaggi costavano, sicuramente un povero non poteva permettersi di soggiornare per giorni a Gerusalemme in albergo e mangiare in osteria.
Gesù sapeva scrivere, a quei tempi solo le famiglie facoltose potevano portare i figli dai maestri, le scuole non esistevano, ma c’erano i maestri che offrivano istruzione a pagamento.
Gesù aveva un mantello, il mantello non era un capo per i povero, solo i facoltosi usavano i mantelli
Gesù aveva vestiti di valore, al momento della morte le guardie si spartiscono i vestiti, se questi fossero stati stracci di un povero li avrebbero buttati via, se li hanno spartiti vuol dire che avevano un qualche valore.
La tunica di Gesù era preziosa, le guardie romane si giocano a dadi la tunica di Gesù perché era di un sol pezzo e non poteva essere divisa, una tunica del genere costava molto, inoltre erano tuniche preferite dai rabbini.
Questi altri indizi fanno capire che Gesù non era povero.

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Gesù scelse come modello di vita un modello sobrio sebbene figlio di artigiano (che si presuppone, per l’ epoca, come benestante se non ricco). La storpiatura è mirata a far dire cose al Vangelo che non sono state dette. Gesù disse: beati i poveri (in spirito) non in moneta. A giovane ricco che gli chiedeva:”come faccio ad avere la vita eterna?”, Gesù rispose di osservare i comandamenti. Solo se voleva essere perfetto aggiunse di vendere tutto quello che aveva e di darlo ai poveri. La frase: “E’ più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli.” non condanna a priori il ricco ma l’ amore della ricchezza sopra ogni cosa.
Gesù non ha mai condannato la ricchezza in se stessa, perché può essere pure onesta, Egli condanna fermamente la ricchezza fraudolenta (vedi episodio dei mercanti del tempio) e l’ amore sviscerato per il denaro che acceca al punto di passare anche sui cadaveri.

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Infatti non sta scritto in nessun posto che fosse povero. La nascita nella mangiatoia fu perché Maria ebbe le doglie mentre erano in viaggio e non trovarono posto per dormire; del resto c’era il censimento e molti erano in viaggio, perché dovevano registrarsi nelle città di origine e non in quelle dove vivevano. Tuttavia sembra di capire che quando iniziò la predicazione lasciò tutto, compreso il lavoro di falegname nel quale sicuramente aiutava il padre. Sicuramente, insieme agli apostoli, che erano per la maggior parte pescatori, vivevano di questo, della pesca. Giuda era il “tesoriere”, come riferisce Giovanni nel Vangelo era lui che teneva in custodia “la borsa”. Anche se la nascita in un ricovero di animali è stata casuale (o no?), questo ha tuttavia un forte valore simbolico. Con una nascita così Dio si è fatto uomo (o meglio, bambino, in modo che proprio non si potesse aver paura di Lui!) vicino alle persone più povere, i pastori. I pastori allora erano considerati la feccia della società, non erano nemmeno ammessi alle cerimonie nel tempio, forse anche perché puzzavano, e proprio a loro, ai quali era inibito il culto religioso, è stato dato il primo annuncio della nascita del Signore. Non trovi che tutto questo sia bellissimo?

Anche Giovanni Battista non nacque povero: il padre, Zaccaria, apparteneva alla classe sacerdotale di Abia, e anche Elisabetta, cugina di Maria, discendeva da una classe sacerdotale. Poi però lasciò tutto e andò a predicare vivendo nel deserto.

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di certo non era Ricco..diciamo che era benestante visto che la provvidenza aiutò sempre lui e la sua famiglia.
C’è un fraintendimento sul giudizio che molte ideologie attribuiscono a Gesù nei confronti della povertà..il fatto che Gesù avesse detto al giovane ricco di lasciare tutto e seguirlo non era per disprezzo della ricchezza(un bene agli occhi di Dio e non il contrario) ma il fatto che con quella richiesta ha fatto capire al giovane quale posto occupava Dio nel suo cuore,ovvero che preferiva il denaro a Dio..
E’ quindi confutata l’idea che vorrebbe Gesù come primo comunista..in realtà Gesù parlava di amore mentre ,come sappiamo,il comunismo aveva ben altri fini/mezzi.

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Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».
Vangelo di Marco

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Considerazioni di escogitur
Gesù era nipote carnale di Gioacchino, terzo marito di Anna. Stiamo parlando di una delle persone più ricche della Palestina, proprietario terriero. Giuseppe, il padre putativo di Gesù era imprenditore edile che lavorava con il legname per la costruzione di case e non solo: era un benestante. Amici della famiglia di Gesù erano Giuseppe d’Arimatea, ricco mercante esseno ed i fedelissimi di Betania, in cui spiccano le figure di Lazzaro, Maria e Marta. Altri amici avevano messo a disposizione di Gesù e della Sua Comunità soldi, terreni, servi (poi convertitesi e divenuti discepoli). Gli Orti dei Getsemani ed il Sepolcro appartenevano agli amici di Gesù e altre disponibilità erano state trasformate in risorse per superare le difficoltà delle prodicazioni. Si pensi che Giuda era Tesoriere come poi lo sarà il Diacono Santo Stefano, il ProtoMartire.
La grotta di Betlemme era quello che rimaneva del Palazzo Regio di Davide, costruito nei luoghi della casa Natale del Re di Israele. Giuseppe l’aveva ereditata assieme alla residenza a Betlemme. Non a caso durante il censimento augusteo è lì che Giuseppe si reca con la famiglia. Ma visto come era ridotta la residenza, totalmente diroccata come una grotta, di cui rimanevano solo le cantine, va alla ricerca di un alberto, potendoselo permettere visto anche lo stato di gravidanza avanzata di Maria.
I Re Magi arrivano a Betlemme seguendo le indicazioni della Stella di Davide, ovvero il luogo ove il discendente del Re di Israele avrebbe potuto nascere, sebbene Michea sia stato chiaro nell’indicarne le coordinate. Re Erode lo scopre dai suoi scribi a nascita avvenuta. Infatto quando i Re Magi arrivarono a Betlemme Gesù non stava più nella grotta, ma in una casa che, dopo il censimento, alcuni parenti di Giuseppe mise loro a disposizione assieme ad un buon lavoro. Quindi la famiglia di Betlemme poteva permettersi qualunque cosa, sia per le risorse proprie che per le reti di amicizie ed estimatori.
Gesù crebbe in questo clima ed in un ambiente religioso ma dignitoso. Quando decise di cominciare la vita pubblica a 31 anni, vendette tutto e regalò i proventi ai poveri. E’ ovvio che Gesù non aveva interesse che i Vangeli raccontassero queste cose. La Madre andò a vivere con Gesù. Lo seguiva il più possibile e ne abbiamo testimonianza nel Rosario che è il Vangelo di Maria. Di certo non Gli fecero mancare appoggi e sostegni. In questo San Francesco aveva ragione: Gesù scelse di essere povero in spirito per dare anche l’esempio. Ecco perchè guarda con tristezza al giovane ricco che non è capace di fare umanamente quello che Gesù fece come un uomo qualunque: lasciare le proprie ricchezze non per disprezzo, ma perchè la missione a cui era chiamato non gli avrebbe consentito nemmeno la buona amministrazione ma solo l’affidamento alla Provvidenza.
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Terra Santa – L’apartheid che separa le famiglie palestinesi

banksy_in_palestine_2Segnalazione del Centro Studi Federici

L’articolo segnalato favorirà certamente la mobilitazione sia di coloro che si battono contro il razzismo e la discriminazione, sia di coloro che difendono i diritti della famiglia, dell’infanzia e della vita. Oppure no?

Quelle famiglie separate per legge, di Emma Mancini (da www.http://www.terrasanta.net del 9/5/2013)

Gerusalemme – Lei vestita di bianco con il bouquet tra le mani, lui in grigio con la cravatta azzurra. Il 9 marzo scorso un gruppo di attivisti palestinesi ha portato sulle spalle un giovane, prossimo a sposarsi con una ragazza che vive al di là del Muro di Separazione. Lui, Hazim, è di Abu Dis, villaggio palestinese vicino Ramallah; lei è di Nazaret, Stato di Israele. Si sono incontrati al check-point di Hizma, che divide la Cisgiordania dal resto della Palestina storica. Gli ospiti ballavano e cantavano, sventolando bandiere palestinesi nel giorno del loro matrimonio.

Ma l’amore non è stato coronato: i soldati israeliani hanno disperso i circa 200 partecipanti alla singolare cerimonia nuziale, lanciando gas lacrimogeni e bombe sonore. Era un matrimonio-protesta quello di Hazim: mostrare al mondo gli effetti delle leggi israeliane sulla vita quotidiana del popolo palestinese. Ad organizzare la manifestazione sono stati i ragazzi di Love in the time of apartheid. «L’amore al tempo dell’apartheid» è il nome con il quale un gruppo di attivisti palestinesi ha battezzato la campagna contro la legge di riunificazione familiare reiterata dal governo israeliano lo scorso 22 aprile.

Una legge controversa che da undici anni pesa sulle giovani coppie palestinesi separate dal Muro. Ratificata per la prima volta nel 2003, è stata costantemente riapprovata dal parlamento israeliano, ultima volta in ordine di tempo pochi giorni fa. La normativa nega a decine di migliaia di famiglie palestinesi il diritto di vivere sotto lo stesso tetto. Come? Impedendo ai coniugi residenti in Cisgiordania e Gaza e sposati con palestinesi residenti in Israele di entrare nel Paese, per vivere una vita normale, nella stessa casa.

In mezzo resta il Muro di separazione, impossibile da varcare anche solo per amore. A battersi contro la legge sulla riunificazione familiare è da mesi un gruppo di attivisti palestinesi, sulla base delle numerose risoluzioni e convenzioni firmate dalle Nazioni Unite che vietano simili normative. Tra questi, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani che dal 2003 ad oggi ha più volte chiesto al governo israeliano di stralciare una legge che nega il basilare diritto dei coniugi alla coabitazione.

A farne le spese sono 130 mila coppie palestinesi alle quali restano ben poche opzioni: restare divise o emigrare. Tenendo a mente che l’emigrazione si trasformerà in una trappola: una volta trasferitosi, il palestinese israeliano perderà tutti i diritti di residenza e cittadinanza in Israele, nella sua terra. Per questo non sono pochi quelli che decidono di vivere separati: uno di qua e uno di là, uno con in mano la carta d’identità verde dalla Cisgiordania e l’altro quella blu israeliana. Una necessità imposta dalle normative interne israeliane: nel caso la coppia abbia un bambino, questi potrà ricevere il passaporto israeliano solo se effettivamente residente all’interno dello Stato di Israele e potrà accedere a tutti i benefici, educativi, medici e sociali che alle comunità palestinesi che vivono in Cisgiordania sono preclusi.

La campagna Love in the time of apartheid prova a fare pressioni sul governo israeliano o almeno ad attirare l’attenzione su una palese forma di discriminazione: la stessa legge non si applica agli ebrei cittadini israeliani, ma solo agli arabi. E se un ebreo cittadino di un qualsiasi Stato del mondo ha diritto a diventare cittadino israeliano in qualsiasi momento della sua vita sotto l’ombrello della Legge del ritorno, a un palestinese rimasto al di là del Muro e nato su questa terra tale diritto è precluso.

«La nostra campagna è nata per combattere nello specifico la legge sulla riunificazione familiare – ci spiega Najwan Berekdar, palestinese di Nazaret e portavoce di Love in the time of apartheid –. Ma più in generale intendiamo sfidare le politiche israeliane contro i palestinesi. Questa è solo un’altra legge, che va ad aggiungersi alle oltre 60 normative discriminatorie all’interno dello Stato di Israele. È una legge razzista perché prende di mira solo i cittadini palestinesi e ha come obiettivo quello di allargare la divisione con i Territori Occupati, una divisione che è da tempo reale, concreta, a causa di check-point militari e muri di separazione».

Dopo il matrimonio al check-point di Hizma, i ragazzi palestinesi hanno proseguito tentando la via legale: «Abbiamo saputo che la Knesset avrebbe riapprovato la legge solo due giorni prima del voto. Abbiamo manifestato di fronte alla sede del parlamento e presentato petizioni. Ma non ci fermiamo: abbiamo in programma una serie di altre iniziative per attirare l’attenzione della comunità internazionale su una legge vergognosa».

«Dietro una legge come questa – conclude Najwan – c’è una battaglia demografia. Israele, per continuare a potersi definire uno Stato ebraico, deve controllare i livelli di crescita della popolazione palestinese, deve mantenerli il più bassi possibile. Non solo: l’altro obiettivo israeliano è quello di dividerci: separandoci in enclavi chiuse, senza alcun tipo di contatto, l’identità palestinese finirà per scomparire. Come può un popolo definirsi uno e unito, se viene disperso in mille diversi rivoli ed etichettato con quattro diverse carte d’identità?».

http://www.terrasanta.net/tsx/articolo.jsp?wi_number=5158&wi_codseq=%20%20%20%20%20%20&language=it

21 risposte a “Prontezza!

  1. Vangelo di Matteo 6,24-34

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 24 «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
    25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
    26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
    28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
    31 Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” 32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
    33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

    Mamonàs

    Il greco mamonàs riproduce lo stato enfatico mamòna del sostantivo aramaico di uso comune mamòn. L’etimologia della parola è incerta. La derivazione più probabile è la radice semitica ’mn, “ciò in cui si ripone la propria fiducia”; altri traducono: “ciò che è depositato”, “ciò che è posto al sicuro”. Questo vocabolo non è attestato nell’Antico Testamento, tuttavia faceva parte del linguaggio giudaico, poiché si trova in testi come il Talmud o nel linguaggio giuridico della Mishna. Mamòn è qui definito il “patrimonio”, non solo nel senso di denaro ma anche di tutto ciò che è possedimento e che può essere tradotto in denaro. È il possesso di oggetti, e spesso, nel mondo ebraico, si contrappone alla nefèsh,la vita. Mamòn era usato anche per indicare il denaro che si usava per corrompere il giudice nei processi, oppure il denaro dei ricatti. Quindi mamòn, presso i giudei, aveva un senso di biasimo, di critica, di disonorevole, abbietto. Mamòn era sempre in contrapposizione agli anawìm, cioè coloro che mettevano tutte le loro forze in Dio. Gli uomini di mamòn erano coloro che affidavano tutto di sé ai beni della terra, erano cioè i ricchi e i potenti, che ottenevano questa condizione di vita praticando l’ingiustizia e il sopruso come predatori violenti.
    Nel vangelo questo termine ricorre solo in bocca a Gesù che lo contrappone direttamente a Dio, definendo così, senza possibilità di fuorvianti interpretazioni, i due possibili padronisignori assoluti della vita dell’uomo. Dio, il non-possesso, che diventa dono e gratuità e mammona, il possesso che diventa attaccamento e trattenere.
    Indipendentemente da quale padrone-signore hai deciso di servire, una cosa è certa: questi due padroni non possono essere scelti ed essere serviti dallo stesso cuore, nello stesso momento. Sono entità opposte e generatrici di opposte energie, e uno esclude sempre l’altro. Perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. È possibile l’abbandono-sicurezza in Dio o la sicurezza in mammona, che a sua volta diventa dio.
    Quando servi qualcuno, appartieni al suo regno, aderisci alle sue regole, al suo regolamento, alle sue procedure, ai suoi obiettivi, ai suoi principi. In questo contesto, la realtà più devastante che possa esistere oggi sulla terra è che la stragrande maggioranza degli uomini, ridotti in miseria e mancanza di ogni bene indispensabile, si trovi a servire mammona e a odiare Dio senza nemmeno saperlo; questo è ad assoluto vantaggio dei poteri forti e dei predatori, del gruppo dei vantaggi. Quando i poveri saranno ispirati a riconoscere questo inganno a cui sono incatenati e si libereranno dal possesso e dalla paura di quel poco che potrebbe loro mancare, in pochi minuti i potenti della terra vedranno crollare il loro castello di ricchezze e potere.
    Agli uomini non servono guerre e proteste di piazza per ristabilire l’armonia e la giustizia, serve una nuova consapevolezza secondo l’ispirazione evangelica.

    Nota per il lettore
    La riflessione Mamonàs è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  2. Vangelo di Giovanni 6,1-15

    In quel tempo, 1 Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3 Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
    4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
    8 Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?» 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
    11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12 E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!» 15 Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

    Astinenza

    Diceva così per metterlo alla prova. Gesù prova a vedere se siamo capaci di cambiare il sistema di pensiero, se siamo in grado di lasciare le solite strade mentali e spirituali per intraprenderne delle altre.
    Ma cosa succede se decidiamo di cambiare la sequenza dei pensieri, se invece di pensieri di rabbia, vergogna, possesso, competizione decidiamo di pensare in un altro modo? Succede che la nostra mente, non seguendo più la stessa sequenza di pensieri, non produce più le stesse sostanze chimiche e cade in uno stato di astinenza. È un’astinenza chimica che la mente fa percepire nel fisico come stanchezza e nella psiche come instabilità, scompenso, inadeguatezza.
    La metànoia, che Gesù propone, l’inversione cioè della sequenza dei nostri pensieri secondo la sequenza delle procedure evangeliche, è fastidiosa per la nostra mente perché, se praticata, almeno all’inizio, crea astinenza chimica, disagio comportamentale, destabilizzazione psichica.
    Decidere di non fare più pensieri di rabbia è decidere, fondamentalmente, di non fornire più al nostro cervello e al palato dei suoi recettori quella particolare dose chimica, caratterizzata da quel gusto particolare che si accende con i pensieri di rabbia. È decidere di entrare in astinenza, decidere di far provare alla nostra mente uno stato di destabilizzazione, di assenza di controllo e giudizio. La mente reagirà trasformando i pensieri in urla psichiche, sotto forma di compulsioni ossessive, desideri martellanti, immaginazioni distorte, atte a ripristinare la situazione abituale. Solo se lo spirito, pregando e meditando la Parola di Dio, resta fermo nella decisione di cambiare la sequenza dei pensieri, un po’ alla volta cambierà anche la chimica, e la tensione dell’astinenza verrà sostituita dalla serenità della mente, dalla gioia dell’anima, dalla salute e dall’armonia del corpo.
    Gesù mette alla prova i suoi discepoli e li sospinge delicatamente a cambiare la sequenza dei pensieri di separazione da Dio, che li porta ad affrontare i problemi, ogni problema, da soli, nella tensione, nella divisione, nella paura, nella miseria, nella mancanza, nella sottomissione, nel conflitto. Li spinge a iniziare a considerare una sequenza di pensieri nuova, nella consapevolezza che con Lui e in Lui tutto, proprio tutto, è sempre veramente possibile, e senza di Lui nulla si può fare. Questo è il motivo per cui è sempre inutile e mortale aver paura.
    È una nuova impostazione spirituale, che produce nuovi tipi di pensieri, nuova chimica per il nostro cervello, nuova serenità per la mente e lo spirito, insieme a tutto il benessere possibile per tutti: sono dodici i canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Gesù ci svela che i pensieri sono energia e diventano materia nelle vene, nei circuiti neuronali, in ogni fibra del corpo e del cervello e, al tempo stesso, diventano materia nella miseria della mancanza e della povertà del pane e di ogni bene, o nel benessere pieno delle dodici ceste di pezzi avanzati.

    Nota per il lettore
    La riflessione Astinenza è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  3. Vangelo di Luca 18,9-14

    In quel tempo, Gesù 9 disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
    13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
    14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

    La seconda procedura

    Amerai il tuo prossimo come te stesso,ecco la seconda procedura del manuale divino. Si tratta di una comparazione: nella misura in cui riesci, sei disposto, sei capace d’amare te stesso, puoi riuscire, sei capace, sei disposto ad amare gli altri.
    Ecco perché non si può insegnare l’amore verso il prossimo e quando si prova a farlo il fallimento è completo. L’amore verso i fratelli è perfettamente bilanciato con l’amore verso se stessi. Si può insegnare e ispirare l’uomo all’amore verso se stessi, e solo allora l’amore verso gli altri sarà connaturale e armonioso.
    Il disprezzo di quegli alcuni della pagina evangelica che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri è disprezzo prima di tutto per se stessi. Prima che una profonda miseria cardiaca e affettiva nei confronti del prossimo, il disprezzo, come qualsiasi altra forma d’ingiustizia e maltrattamento del prossimo, manifesta una profonda miseria cardiaca e affettiva nei confronti di se stessi.
    Per imparare ad amare se stessi, che è perfettamente l’opposto dell’egocentrismo, dell’egoismo, della vanità, della presunzione, dell’orgoglio, del culto della propria immagine, non c’è procedura più funzionale che seguire con tutto il cuore, con paziente insistenza e amante gratitudine la prima procedura (vedi La prima procedura, venerdì 1 aprile 2011). Uno strumento potente per imparare ad amare il Signore è pregare, pregare con cuore umile e colmo di amore. Anche il fariseo, nominato in questa pagina del vangelo, prega, ma in verità non sta pregando l’Onnipotente e non lo sta pregando per imparare ad amarlo, e la prova è il disprezzo, il disprezzo verso i suoi fratelli.
    L’evangelista scrive letteralmente che il fariseo pregava verso se stesso:la traduzione è tra sé, ma in greco è verso se stesso. In realtà il fariseo non prega il Signore, ma si rivolge a se stesso, si compiace con se stesso. La sua lode non è rivolta a Dio, ma è una lode rivolta a se stesso.
    La sua non è preghiera, ma un compiaciuto vacuo soliloquio sulle proprie virtù, sui propri meriti, sulla propria santità, sul proprio rapporto con Dio, completamente inesistente. Una preghiera scollegata da Dio e dall’amore, piena di disprezzo, giudizio e condanna per i propri simili, un disprezzo che nasce prima di tutto dal disprezzo per sé, per la propria dignità e per la propria essenza spirituale.
    Le due procedure sono splendidamente legate e danno i loro frutti di gioia e benessere nella vita, solo se vengono sinergicamente vissute insieme. Non si può dire di amare Dio e disprezzare i fratelli, non si può dire di amare il prossimo senza un profondo amore per se stessi e per il Signore.

    Nota per il lettore
    La riflessione La seconda procedura è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  4. Vangelo di Matteo 16,13-19

    In quel tempo, 13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
    15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?» 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
    17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

    Le chiavi

    Gesù consegna a Pietro e alla chiesa le chiavi del regno dei cieli, e per regno dei cieli non s’intende unicamente l’eterno paradiso della luce, ma anche quel modo, quel certo modo di vivere sulla terra che Dio desidera offrirci attraverso le conoscenze evangeliche e la potenza dello Spirito. Se Gesù consegna delle chiavi a Pietro e alla chiesa, significa che per accedere a quel certo modo di vivere in felicità e nel benessere che Dio desidera per l’uomo ci sono delle porte da aprire, porte che hanno bisogno di quelle chiavi per essere aperte. Queste chiavi sono nel vangelo, sono il vangelo stesso, sono le chiavi della conoscenza, sono le nuove e innovative procedure spirituali e mentali di Gesù che, una volta conosciute e apprese, hanno il potere di modificare completamente la visione mentale e spirituale della vita. Il compito di custodire queste chiavi e di trasmetterle al cuore dell’uomo nella storia, il compito di essere i portinai della trasparenza divina dello Spirito sulla terra è stato consegnato alla chiesa a servizio di tutta l’umanità.
    Questa delega divina è un servizio preziosissimo e delicatissimo, la più gigantesca delle responsabilità, perché è in nome di Dio e per il nome del popolo di Dio.
    Sono due le tentazioni più velenose che il maligno può sferrare per coloro che hanno questo servizio e questo compito divino di custodire e rivelare agli uomini le chiavi del regno della felicità, della salute, della pace. La prima tentazione è quella di trasformare il servizio di ispirare l’umanità in un potere isterico e fanatico, ed è espressa in Luca 11,46: Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! La seconda e più terribile tentazione è di mantenere il monopolio di queste conoscenze e di questa potenza ispiratrice, per tenere l’umanità soggiogata nell’ignoranza, rendendola facile preda della tirannia e della magia; questa tentazione è espressa in Matteo 23,13: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
    Nell’istante in cui questo servizio primario, sotto il peso di queste due tentazioni, si trasforma in motivo di prestigio, vanagloria, potere, arroganza, ricchezza, prepotenza, Pietro e la chiesa perdono il loro sapore e la loro luce e non servono a null’altro che a essere calpestati e rigettati dagli uomini.

    Nota per il lettore
    La riflessione Le chiavi è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  5. Vangelo di Marco 7,14-23

    In quel tempo, Gesù, 14 chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15 Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [16] 17 Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18 E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19 perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?» Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20 E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21 Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22 adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23 Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

    Da dentro

    Per quello che sta spiegando, Gesù ora chiede molta attenzione, chiede tutta l’attenzione dell’uomo. Gesù afferma che ciò che è fuori dell’uomo non può nuocere all’uomo. Ciò che invece può nuocere all’uomo viene da dentro l’uomo stesso. Perché? Tutto ciò che è fuori dell’uomo deriva e proviene, è creato e voluto dal cuore pensante di Dio, dal Logos creatore. Tutto ciò che è creato dal cuore di Dio nasce dall’unità, ha come scopo l’unità, vive e tende verso l’unità del tutto e dell’uno. Quello invece che è creato dai pensieri della mente umana, quello che dal logos, dal dialogo interiore dell’uomo viene prodotto come intenzioni e azioni e viene proiettato fuori, non è detto che nasca dall’unità e abbia come scopo ultimo l’unità del tutto e dell’uno. La distinzione che pone Gesù davanti agli occhi di tutta l’umanità non è tra il mondo di fuori, il mondo esterno e il mondo di dentro, il mondo interiore: Gesù distingue due mondi che derivano da due modi di pensare. C’è il mondo creato, uscito dal di dentro di Dio, dal Logos divino, che è nato dall’unità ed è proteso all’unità e all’unione, e c’è il mondo che esce dal di dentro dell’uomo, dal logos umano, in grado di dare vita a intenzioni e realtà che non derivano dall’unità e non tendono all’unione. Ecco perché non dal dialogo interiore di Dio, ma solo dal dialogo interiore dell’uomo possono nascere le cose cattive. In particolare il termine greco qui usato per esprimere “cose cattive” non è l’usuale neutro plurale dell’aggettivo kakòs, “cattivo”, ma quello dell’aggettivo poneròs, “ciò che causa sofferenza, tormento”, aggettivo che descrive, appunto, una situazione di fatica, sforzo, pena, afflizione, cattive condizioni. Secondo Gesù le cose cattive non sono tali per prescrizione morale, ma perché realmente affaticano la vita, conducono a cattive condizioni interiori, a condizioni pericolose per la vita, a cose inutili, a situazioni faticose che portano danno e divisione. Questa distinzione tra il Logos divino e il logos umano è una fonte luminosissima di conoscenza che, se compresa e accettata, impedisce definitivamente all’uomo di pensare male di Dio, di considerare che Dio possa essere la causa e l’origine del male e della divisione, della fatica e del pericolo nella vita. Comprendere questa verità rende impossibile alla mente umana, che è alla ricerca dei motivi e delle cause della sua fatica, della morte, della sofferenza, della malattia, di mettere in carcere, come colpevole di tutto, l’innocente, Dio. Non è fuori, ma nel mondo interiore, nel logos della propria mente che l’uomo deve cercare le cause della guerra, dei conflitti, dell’odio, della sofferenza, del dolore, della fatica del vivere, della tristezza, della desolazione e della paura. Allo stesso modo non è fuori, ma è nel proprio logos interiore che, con l’aiuto di Dio, si può cominciare a intessere pensieri di pace, di umiltà, di guarigione, di gratitudine e gioia secondo il mondo di Dio e le procedure evangeliche di Gesù.

    Nota per il lettore La riflessione Da dentro è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  6. Vangelo di Matteo 3,13-17

    13 In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
    14
    Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
    16
    Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17 Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

    Trarre amore

    In lui ho posto il mio compiacimento. “Mi compiaccio, trovo il mio gradimento, il mio compiacimento” in greco si esprime con il verbo eudokèo, etimologicamente composto dalla particella eu, “bene” e dal verbo dokèo, “credo, decido, stabilisco”.
    Fra tutti i verbi greci che esprimono scelta d’elezione, questo è quello che più intensamente rende il sentimento d’amore di colui che elegge, ed esprime splendidamente il sentimento di Dio Padre per il Figlio Gesù. È il verbo del compiacimento in una scelta, e non si tratta di una scelta scambievole nel tempo, ma di un eterno decreto, stabilito anteriormente al tempo, è una scelta dell’intimità non delle aspettative.
    Nella bibbia il verbo eudokèo riferito a Dio ha il significato di “traggo amore” con la sfumatura di “traggo piacere e godimento” nonché “traggo divertimento”: Dio dalle sue opere trae piacere, godimento, divertimento.
    Perciò, in questo passo del vangelo, le parole in lui ho posto il mio compiacimento possono essere tradotte anche con nel quale mi sono divertito, meglio ancora, in cui ho trovato piacere. Eudokèo è usato per esprimere l’agàpe-amorevolezza divina; si tratta di un amorcompiacimento e ha a che fare con il dilettarsi con qualcuno. È una forma di beatitudine. Trarre amore da Dio in tutto ciò che ci accade, anche quando non tutto comprendiamo, è il segreto oltre il quale nemmeno le stelle e gli angeli possono andare. Trarre amore da Dio, anche quando i nemici ci combattono, è il segreto. Trarre compiacimento, piacere profondo, gioia, godimento da Dio, anche quando la vita sembra non concederci vie di fuga, sembra non avere risposte da dare alle nostre domande, è il segreto per non trattenere dentro di sé il male. Trarre gratitudine da Dio anche quando siamo trattati ingiustamente, non compresi, perseguitati, o le cose non vanno come noi desideriamo, è il segreto per non trattenere il male dentro di sé.

    Nota per il lettore
    La riflessione Trarre amore è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  7. Vangelo di Giovanni 1,35-42

    In quel tempo, Giovanni 35 stava con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!» 37 E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
    38
    Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?» Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?» 39 Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
    40
    Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42 e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

    Agnello

    In greco agnello si dice amnòs. Nei quattro vangeli questo termine compare due volte, e precisamente qui, nel primo capitolo di Giovanni, dove è usato esclusivamente per designare Gesù, Gesù servo di Dio, mite come agnello, agnello come vero agnello pasquale. Cosa strana è che questa immagine di Gesù-agnello non ha radici nel giudaismo. La lingua aramaica tuttavia – lingua parlata dai discepoli – può venirci in soccorso. La parola aramaica talya’ infatti ha il doppio significato di “agnello” e “servo”. Secondo le parole profetiche di Isaia, Gesù è il servo di Diotalya’ de’laha’ in aramaico – le stesse parole usate da Giovanni l’Immergitore per descrivere Gesù, parole traducibili dall’aramaico anche come agnello di Dio.
    Questa umanità dovrà ripartire dalle rovine sconcertanti e incandescenti della sua arroganza e ignoranza, e dovrà ripartire umilmente, molto umilmente sulle ali della bianca colomba del Santo Spirito Paraclito e sulle orme dei passi di un agnello, l’Agnello di Dio, Gesù. La Colomba dello Spirito ci insegnerà a vivere volando nella grazia della gratitudine e della compassione, l’Agnello Gesù ci indicherà i passi dell’umiltà e della vera intelligenza, e sarà un viaggio meraviglioso. Viaggio che può cominciare oggi stesso.
    Non opporre al mondo alcun combattimento per cambiare le cose ma impara a muoverti con le ali compassionevoli della Colomba e i passi umili e amorosi dell’Agnello.

    Nota per il lettore
    La riflessione Agnello è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  8. Vangelo di Matteo 7,21.24-27

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
    24
    Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
    26
    Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

    Come funziona

    Gesù ci fa conoscere in modo semplice e inequivocabile una verità-chiave di come tutto nella vita e nella storia può funzionare o non funzionare, rimanere o sparire.
    Gesù afferma che chi legge, ascolta e cerca di conoscere il vangelo, per metterlo realmente in pratica, è – prima ancora d’essere un uomo di fede – un uomo d’intelligenza certa, un uomo saggio, dalla profonda visione interiore, un uomo dalla logica comprovata a cui interessa veramente che ciò che costruisce nella propria esistenza non vada perduto, un uomo cui sta a cuore la propria vita, la propria storia, che non vuole veder cadere pietra su pietra, spazzato via dalle inevitabili tempeste e dallo straripare dei fiumi, tutto ciò che farà e costruirà nella vita. Le parole del vangelo sono così fondate nella verità e nella luce che, indipendentemente dall’approccio religioso, se vengono ascoltate e messe in pratica, garantiscono che ciò che si costruisce nella vita a tutti i livelli non vada in rovina.
    Con la stessa chiarezza Gesù afferma che ascoltare la sua Parola e non metterla in pratica è sinonimo semplicemente di stoltezza, follia, pazzia. Il termine usato dal vangelo per descrivere questo stato mentale è mòros, “pazzo” appunto. Mòros è un uomo insensato, pazzo, folle, imprudente. Si tratta di un atteggiamento mentale di nonsense, cioè che non ha nessuna spiegazione.
    Secondo Gesù, avere in mano il vangelo, conoscerlo e non cercare di metterlo in pratica è un atto di pazzia, di non intelligenza, un atto di non amore per tutto ciò che si costruisce con tanta fatica e dedizione. Per Gesù non cercare di mettere in pratica il vangelo non è sinonimo di ateismo, di non appartenenza confessionale, semplicemente è un atto di non amore per se stessi e per tutto ciò che si ama, un atto di illogica pazzia. Così tutto quello che sarà costruito e fatto nella realizzazione personale, nelle relazioni, nel lavoro, nell’ambito familiare, affettivo, culturale, politico, senza mettere in pratica le procedure del vangelo, cadrà una pietra sull’altra, e la rovina sarà grande. Gesù ci ricorda che le parole del vangelo sono le più grandi e affidabili, efficaci funzionanti istruzioni per l’uso della vita.

    Nota per il lettore
    La riflessione Come funziona è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  9. Vangelo di Luca 21,1-4

    In quel tempo, Gesù, 1 alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
    2
    Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3 e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4 Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

    Spiccioli

    C’è un modo sicuro, comprovato, assolutamente funzionale per impedire alla propria essenza divina di svilupparsi, di evolversi, di riacquistare consapevolezza spirituale e intellettuale. C’è un modo infallibile, certo, assolutamente efficace per tradire il proprio io divino e rinnegare la propria identità, per non raggiungere alcuna realizzazione personale, per non far fruttificare i propri talenti e doni. Qual è questo modo? Pensare, scegliere, agire, vivere per non deludere gli altri. Questo è il modo sicuro per annullare se stessi.
    Quando l’uomo sceglie quello che sceglie, compie quello che compie, vive quello vive, per non deludere gli altri, non può realizzare pienamente le proprie capacità e ricchezze e può offrire di se stesso solo il superfluo, può offrire gli spiccioli della propria bellezza, regalità e nobiltà. Perché vivere per non deludere gli altri è così desostanziante per l’uomo? Perché chi vive per non deludere gli altri, in realtà vive solo ed esclusivamente immerso nell’ambizione e nella competizione, per garantirsi plauso, approvazione, conferma, apprezzamento dagli altri. In pratica, chi vive per non deludere gli altri, vive per appagare se stesso nel modo più subdolo e viscido.
    Quando l’uomo sceglie quello che sceglie, compie quello che compie, vive quello vive, per compiacere le attese della famiglia, accontentare gli altri nelle relazioni, soddisfare le aspettative degli altri nel lavoro, sostenere il modo di pensare degli altri, appoggiando culture e ideologie, soddisfare le pretese del mondo del mercato, appagare i desideri del sistema dell’addestramento, non può compiere la propria evoluzione, non può sviluppare la propria indole e il proprio fascino, e di se stesso può offrire alla vita solo il superfluo. Ma perché? Semplicemente perché quando una persona dà tutta se stessa per non deludere gli altri, significa che vive, percepisce, considera gli altri come delle divinità, e dunque è già caduta nell’abisso dell’idolatria, è entrata in uno stato di ipovibrazioni, determinato da informazioni ed energia di basso profilo.
    Chi vive per non deludere gli altri, vive in uno stato ipovibrazionale, perché raccoglie dalla vita e da se stesso solo spiccioli di informazioni e spiccioli di energia, quindi di se stesso non può che donare spiccioli di vibrazioni. Quando l’uomo vive per non deludere gli altri, vive in uno stato vibrazionale connesso al dovere e non all’amore, al regolamento, non alla felicità. Quando l’uomo vive per non deludere gli altri, non cresce nel talento, non acquisisce metodo, non sa sviluppare idee innovative, non può essere realmente creativo, non può essere fattivamente produttivo. Quando l’uomo vive per non deludere gli altri, non può che offrire alla vita, a Dio e agli altri il superfluo di se stesso, gli spiccioli.
    L’uomo che offre gli spiccioli non potrà mai trovare il tesoro.

  10. Vangelo di Luca 13,31-35

    31 In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
    32
    Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33 Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
    34
    Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»

    Preparati

    Gerusalemme, Gerusalemme, hai ucciso e lapidato i profeti che sono stati mandati a te per prepararti all’incontro con Colui che viene a offrire salvezza. Gerusalemme, Gerusalemme, hai ucciso e lapidato i profeti che sono stati mandati a te e così non solo non ti sei preparata all’incontro con Colui che viene a donare salvezza, ma hai aperto le porte per far entrare tra le tue mura colui che viene a portare distruzione e devastazione. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai voluto incontrare Colui che viene a offrire salvezza e, ormai, colui che porta con sé distruzione e devastazione è dentro di te, ragiona in te, parla in te, si muove in te. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai accettato che Colui che viene a offrire salvezza raccolga i tuoi figli come fa una chioccia con i suoi pulcini sotto le sue ali, per proteggerli, metterli al riparo, accudirli, guidarli. Gerusalemme, Gerusalemme, non hai accettato di metterti sotto le ali di Colui che viene a offrire salvezza, e ti sei fatta proteggere dai lupi rapaci del mondo, che sono entrati tra le tue mura per sbranarti, ti sei fatta difendere dai poteri forti e violenti degli imperi, che non hanno altro in cuore che approfittare di te e saccheggiarti, hai affidato la tua vita in mano a re senza scrupoli che non desiderano altro che schiavizzarti e sottometterti, a politici corrotti che non sanno fare altro che organizzare i propri interessi, a scienziati senza amore, a maghi, istrioni, falsi illuminati e profeti senza onore, che amano solo il denaro e il potere.
    Preparati, popolo della vecchia Gerusalemme, preparati perché quello che non hai cantato al tuo Signore in sapiente gratitudine e intelligente riconoscenza, lo hai proclamato al principe delle tenebre e della morte e, prima che il Signore torni, il principe del male si sta organizzando in tutto il mondo per attirarti nel suo abisso. Preparati, popolo della vecchia Gerusalemme, preparati perché le porte che non hai aperto al tuo Signore nella gioia e nell’amore, le hai aperte al principe della separazione e dell’inganno e, prima che il Signore torni, il principe del male sarà entrato in ogni tua strada, piazza, stanza e giaciglio.
    Figli di Gerusalemme, vi siete vergognati di Colui che viene a offrire salvezza e lo avete disprezzato, per osannare colui che porta con sé distruzione e devastazione. Figli di Gerusalemme, la vostra scelta è rispettata ed ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Figli di Gerusalemme, siete stati abbandonati a voi stessi e non vedrete più il volto di Colui che viene a offrire salvezza, fino al giorno in cui Colui che viene a offrire salvezza tornerà, e tutta l’umanità canterà: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! In quel giorno finiranno le argomentazioni, le filosofie, le ideologie, le discussioni, i pareri, le opinioni, i parlamenti, i ragionamenti, le dimostrazioni, le dottrine, le culture, e tutto sarà sostituito dal canto dolcissimo e solenne dell’umanità risvegliata e amante della nuova Gerusalemme.
    La nuova Gerusalemme non si rivolgerà più a Colui che viene a offrire salvezza con le parole e i discorsi, ma solo con il canto, il canto che nascerà dalla profondità del cuore e con tutta la forza dell’intelligenza: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

  11. Vangelo di Luca 13,22-30

    In quel tempo, Gesù: 22 passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»
    Disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!” Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26 Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. 27 Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!” 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
    29
    Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

    Perché?

    Se nella stagione della semina un uomo semina girasoli nel proprio campo, non potrà mai raccogliere frumento in quel campo, nella stagione del raccolto. Perché? Se un uomo mette a seccare al sole peperoncini, non potrà mai pensare di trovare poi essiccate delle foglie di tabacco. Perché? Semplicemente perché la vita è intelligente. La vita è intelligente – dal verbo latino intellìgere, “percepire, intendere, conoscere, leggere dentro”, formato da ìntus, “dentro”, e lègere, “raccolgo, leggo, comprendo” –, è sempre, e in modo impeccabile, perfettamente, completamente, immancabilmente, intelligente. Come fa la vita a essere così intelligente? La vita, con tutto ciò che esiste, è sempre intelligente, perché la vita, con tutto ciò che esiste, è sempre e completamente connessa alla vibrazione originaria, la vibrazione originaria che ha scritto in tutto ciò che esiste le informazioni e l’energia supreme, adatte, opportune, corrette per generare e sostenere la vita. La vita è intelligente, perché regola ogni suo movimento molecolare e cosmico, leggendo perfettamente e senza discutere ciò che è già scritto.
    Un seme di pesco non produce e non produrrà mai ciliegie, perché è intelligente, è connesso alla vita. Per questo il seme di pesco non scrive le informazioni e l’energia con cui vivere, ma le legge. Un torrente non corre verso la sorgente ma scende verso il mare, perché è intelligente e connesso alla vita e per questo il torrente non scrive le informazioni e l’energia con cui vivere, ma le legge. Il sole non sorge e tramonta fuori orario e fuori posto ma è sempre, regolarmente preciso in modo cronometrico, perché è intelligente, è connesso alla vita. Per questo il sole non scrive le informazioni e l’energia con cui vivere, ma le legge. Solo l’uomo, pur essendo fatto della stessa pasta di cui è fatto tutto il creato, può comportarsi in modo non intelligente e non connesso, questo perché gli è stato fatto dono del libero arbitrio. Il libero arbitrio è stato donato all’uomo per offrirgli la possibilità, oltre che di leggere e rimanere connesso alla vibrazione del creato, di scrivere e dettare informazioni utili e sempre più raffinate per generare, entro il sistema naturale, un sistema esistenziale e sociale proteso al massimo benessere e alla gioia piena. Questo dono, fatto all’umanità, di poter raffinare con la propria intelligenza il proprio destino, entro il meraviglioso ecosistema della natura, l’uomo l’ha usato per saziare la propria avidità, per ingozzare la propria vanità e non progredire nella felicità e nel benessere, sovvertendo così l’equilibrio naturale del pianeta terra. L’uomo ha usato la sua intelligenza per essere non intelligente, e vive ormai una vita quasi completamente sconnessa dalla vibrazione originaria.
    Quando un gruppo di aguzzini incatena un popolo nella miseria e nella schiavitù, impedendogli di provvedere in modo autonomo al proprio sostentamento, quel popolo non potrà che morire di fame. Perché? Perché Dio è ingiusto? Perché la vita è cattiva? Perché quel popolo è a questo destinato a causa di un fato tanto crudele quanto inevitabile? Quel popolo muore di fame perché la vita è connessa, la vita è intelligente, segue sempre, impeccabilmente le sue regole, non le riscrive secondo le occasioni, secondo l’ingiustizia, la stupidità, l’ignoranza, la violenza con cui l’uomo può intromettersi nell’immenso, perfetto e armonioso ecosistema della vita. In questo caso è il gruppo di aguzzini che compie un gesto non intelligente, perché è contro l’intelligenza della vita. Compie un’azione criminale, perché è un’azione che deriva da energia e informazioni che non sono secondo la vibrazione originaria, energia e informazioni preordinate ad avvantaggiare la morte e non la vita.
    Popoli interi, in questo momento, soffrono l’indigenza e la fame, vivono nella miseria e nella disperazione non perché la vita sia ingiusta o perché siano in balia di una divinità malvagia, ma a causa dell’intervento di aguzzini spietati che hanno operato una serie di scelte umane non intelligenti rispetto all’intelligenza della vita, e hanno generato, per i loro interessi, situazioni e condizioni non connesse alla vita. Quando l’uomo non legge la vita, ma cerca di riscriverla, secondo i propri interessi, comodi, le proprie avidità, vanità, compie scelte e azioni non connesse alla vita, non intelligenti, scelte e azioni che non avvantaggiano la vita, ma la distruggono e la devastano. Quando l’uomo compie azioni ingiuste, in realtà compie azioni non connesse, dunque non intelligenti. L’uomo iniquo e crudele è fondamentalmente un uomo che, accecato dalla sua presunzione, non capisce, e non vuole capire, che non la vita appartiene a lui, ma lui appartiene alla vita. L’uomo iniquo e crudele usa la sua intelligenza per sconnettersi da Dio, dalla vita, da se stesso e dagli altri, e in questo è un uomo decisamente non intelligente, un uomo che la vita stessa non può riconoscere come suo figlio. Potrebbe mai la vita riconoscere come suoi figli coloro che, deliberatamente, intenzionalmente, volontariamente, si sono sconnessi dall’intelligenza della vita, compiendo ogni genere di azioni ingiuste e scellerate, provocando la miseria, la fame, la sofferenza, la morte di milioni di persone?
    Coloro che si sconnettono deliberatamente dalla vita, compiendo azioni non intelligenti, azioni inique e malvagie, resteranno fuori dalla luce di Dio nella vita senza fine. Resteranno fuori a gridare al Signore della vita di aprire, e il Signore della vita risponderà loro: non so di dove siete, non siete più a me connessi, non siete più connessi all’intelligenza della vita ma all’avidità dei vostri cuori. Allora i non connessi cominceranno a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma il Signore della vita, il Signore dell’intelligenza dichiarerà: voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!
    Coloro che ritengono di essere i rappresentanti di Dio e della giustizia in terra, ma vivono sconnessi dall’intelligenza della vita per l’iniquità delle loro azioni, saranno cacciati fuori dalla vita senza fine nella luce di Dio. Coloro invece che, anche senza aver conosciuto il Signore della vita e la sua Parola, avranno sempre vissuto connessi alla vita e alla sua intelligenza, senza compiere azioni non intelligenti, di iniquità e violenza, verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
    Ed ecco, vi sono ultimi, che sono ritenuti i non intelligenti e non sapienti dal mondo, che saranno primi davanti alla vita, rispetto a come aderiscono all’intelligenza della vita, e vi sono primi, che ritengono di essere i primi per intelligenza e sapienza nel mondo, che saranno ultimi davanti alla vita.

  12. Siamo noi, la CENTESIMA scimmia

    L’amico Danilo Perolio (liberamenteservo.it) non sa, o meglio non sa ancora, che nell’ultimo film documentario di Marco Carlucci (già autore del premiato “Sporchi da morire“) c’è il suo contributo. Quantomeno nel titolo: “siamo noi – la centesima scimmia“. Eh sì, perchè se non fossi andato alla presentazione a Romagnano Sesia, non lo avrei conosciuto, e non mi avrebbe raccontato la storia della centesima scimmia, che ho scritto qui e che riprendo sotto, e, quando ne ho parlato a Marco, gli è piaciuta così tanto che ha pensato di farne il titolo del suo ultimo film-documentario.

    Film documentario che non vedo l’ora di vedere e di far vedere a tutti: perchè tutti ci rendiamo conto che il nostro apporto, ancorchè minimo, può essere esattamente quello che mancava per rovesciare il sistema, proprio perchè noi eravamo quell’ultima scimmia dell’esperimento famoso. A rivederci non appena uscirà nelle sale.

    La centesima scimmia e il gioco del golf

    Golf(3)Ad un meeting aziendale di “team building, quelli fatti per creare lo spirito di squadra, ci fecero giocare a golf. Dopo un minimo di fondamentali, ci divisero in squadre, e in ogni squadra era inserito un giocatore “capace“. Ad ogni passaggio, ogni membro della squadra tirava, e si teneva solo il tiro migliore che, 4 su 5, era del giocatore “capace“, ma non sempre: capitava che ogni tanto uno dei neofiti azzeccasse un tiro migliore, e per quel passaggio veniva preso il suo per l’avanzamento della squadra. La lezione, alla fine, era più o meno questa: bisogna dare sempre il meglio di sè ad ogni tiro, perchè potrebbe essere che il nostro tiro sia quello che salva, che serve alla squadra.

    Mi è tornata in mente questa esperienza oggi, parlando con l’amico Lucio (“L’ecat veneto“), che mi raccontava della centesima scimmia. Come forse avrete già letto, nell’esperimento della centesima scimmia (me ne aveva parlato la prima volta Danilo, liberamenteservo.it) succedeva una cosa particolare: in una popolazione di scimmie, distribuita su un arcipelago di isole, al raggiungimento di una certa soglia (appunto la cosiddetta “centesima scimmia“), una capacità (in particolare quella di lavare le patate trovate nella sabbia prima di mangiarle) diventava, quasi magicamente, patrimonio collettivo, una specie di eredità collettiva, elemento di una coscienza collettiva Junghiana. Come dire: serve una quota minima di coscienza ma, raggiunta quella quota, magicamente questa capacità, questa conoscenza, questo stato di coscienza diventa universale.

    Per questo quando ci sembra che il nostro sforzo non serva a niente, che sia troppo difficile che le cose cambino, poniamoci la domanda (me l’ha suggerita l’ottimo Lucio che per questo ringrazio): “e se fossi proprio io la centesima scimmia? Se fosse proprio il mio il piccolo passo che, sommato a quelli di tutti gli altri, fa avvenire il cambiamento? Se fosse proprio grazie a questo mio tiro che la squadra può vincere?

    (Anche perchè sarebbe pesante il contrario: e se cioè nulla cambia perchè io non ho fatto il salto, io non sono cambiato? Sarebbe una bella responsabilità, no?) Insomma, già detto altre volte, ma le conferme fanno sempre piacere: facciamo la nostra parte senza calcolo, senza paura, senza esitazioni, come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto invece dipende da Lui.

  13. Vangelo di Luca 11,37-41

    In quel tempo, 37 mentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38 Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
    39
    Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40 Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? 41 Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

    La cura

    C’è un virus pericolosissimo che può colpire l’umanità, un virus capace di far degenerare l’energia spirituale, le capacità intellettuali, le strutture fisiche dell’uomo. È un virus che inquina l’energia spirituale dell’uomo, lo rende incapace di riconoscere la signoria di Dio, lo rende intellettualmente avido quanto stupido e stolto, cardiacamente malvagio, fisicamente sempre teso e rigido. È un virus che spinge l’uomo a disonorare la propria bellezza e il proprio fascino naturale e divino, per gettarsi deforme a celebrare il rito dell’ambizione, attraverso il culto della propria immagine, attraverso la divulgazione del marchio di se stesso e dell’esaltazione dell’esteriorità e dell’apparenza. È un virus che forza l’uomo a diventare avido e, in nome dell’avidità, a diventare competitivo, conflittuale, malvagio, crudele, possessivo, assetato di dominio e di controllo. È un virus capace di cristallizzare i collegamenti neuronali del cervello fino a rendere l’uomo incapace di riconoscersi come un essere meraviglioso, divinamente progettato e infinitamente collegato al tutto del creato e in grado di corromperlo intellettualmente fino a renderlo stupido, stolto, ignorante.
    Il virus capace di infliggere tanto danno all’uomo è l’ipocrisia. È l’ipocrisia che convince l’uomo a pulire l’esterno del bicchiere e del piatto, e a mantenere l’interno pieno di avidità e di cattiveria. È l’ipocrisia che rende così stolti da non percepire, capire, riconoscere e comprendere che Colui che ha creato l’esterno dell’uomo ha creato anche il suo interno. Così stolti da non rendersi conto del fatto che curare l’esteriorità e l’apparenza, senza curare, amare, abbellire, aggraziare i pensieri intimi, i dialoghi interiori, le scelte decisionali profonde, è pura perversione, è un’azione spirituale e intellettuale che sconnette l’uomo dalla vita, lo sospinge a rinnegare Dio e la propria origine divina. C’è una cura per questo terribile virus? L’uomo può guarire da questa terribile patologia, anche quando è allo stadio terminale? Sì! Gesù stesso rivela la cura: Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. La cura che Gesù rivela per curare il virus dell’ipocrisia, e tutte le disarmonie spirituali e psichiche provocate dal virus, è la gratuità. Dai primi sintomi alla patologia conclamata, l’ipocrisia si può sempre curare con la gratuità, con il dono di se stessi, con la condivisione delle proprie energie, sostanze, ricchezze. Imparare a vivere la gratuità, predisporsi a fare le cose gratis, senza attendere e cercare ricompensa, plauso, successo, riconoscenza, è la cura contro qualsiasi forma di ipocrisia. La gratuità praticata con costanza e con amore purifica tutto, ma proprio tutto della vita dell’uomo in tutte le sue dimensioni, nella dimensione spirituale, psichica e fisica. Quando l’ipocrisia sta aggredendo l’uomo con la sua mortale tossicità, non c’è altra cura, perché egli possa guarire e purificarsi completamente, che generare la gratuità.
    Gratuità è pregare in segreto per i fratelli, per il mondo, perdonare in segreto amici e nemici, donare il proprio tempo a chi ha bisogno, donare le proprie energie creative, economiche, senza mai nulla chiedere in contraccambio. L’ipocrisia sporca e inquina tutto dell’uomo, la gratuità purifica e sana tutto dell’uomo.

  14. http://escogitur.files.wordpress.com/2013/06/8c550-harlow.jpgVangelo di Luca 8,19-21

    In quel tempo, 19 andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
    20
    Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
    21
    Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

    Legami

    Pur rispettando infinitamente i percorsi affettivi e relazionali di tutti gli uomini e le donne della terra, i legami familiari generati dall’umanità attraverso il sangue e le relazioni affettive, Gesù non riconosce a questi legami nessuna utilità ed efficacia per creare tra le persone legami veramente sani, vantaggiosi, reali, energetici, generatori di unità e di unione. A costo di sembrare irritante per il perbenismo e le morali tradizionali, scortese nei confronti dei suoi familiari, Gesù non perde occasione per ribadire che i legami di parentela, i legami di sangue, i legami familiari non sono in nessun modo paragonabili con la potenza, l’efficacia, il valore dei legami generati da coloro che condividono il vivere l’intimità con Gesù, l’amore, la dedizione per la Parola di Gesù e il desiderio e l’impegno di mettere in pratica le procedure del vangelo. L’unico legame che Gesù riconosce e condivide, l’unico legame che considera reale, vero, efficace, profondo, unente è il legame che si genera quando le persone condividono nello spirito lo stesso amore e ardore per la Parola del vangelo e lo stesso desiderio di realizzarla e metterla in pratica, per la propria felicità e il benessere di tutti.
    Perché Gesù non fa alcun affidamento sui legami di sangue, familiari, parentali? Perché più volte li pone come il primo e il più potente degli intralci in grado di impedire all’uomo di poter seguire e realizzare la sapienza del vangelo, come quando in Matteo 10,37 precisa in modo inequivocabile: chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me, perché? Semplicemente perché Gesù sa che i legami di sangue, i legami familiari e relazionali non hanno alcun potere, forza, possibilità, utilità per rendere felice l’uomo e garantire il benessere dell’umanità. Gli uomini e le donne della terra cercano relazioni e stabiliscono legami affettivi e di sangue per essere felici, per vivere nel benessere, ma in realtà questi legami, per loro intrinseca natura, non hanno alcuna possibilità e utilità per rendere l’uomo felice e procurargli una vita di benessere e di armonia. I legami affettivi, familiari, parentali, i legami di sangue non sono conduttori di felicità, maturazione, benessere, gioia, pace, armonia. Gesù spiega in dettaglio questa verità, praticamente sconosciuta all’umanità, quando in Matteo 24,38-39 afferma: Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo.
    Le relazioni umane, i legami umani, gli affetti umani, i legami parentali e familiari, i legami di sangue non hanno in sé alcun potere di far crescere gli uomini e le donne nella consapevolezza della realtà, nella comprensione di Dio e del suo muoversi e agire nella storia. Sono completamente inefficaci per aiutare un uomo a crescere spiritualmente e intellettualmente, non sono di alcuna utilità per predisporlo alla sua evoluzione e illuminazione, non servono assolutamente a nulla per preparare l’umanità all’incontro con Dio e con Gesù suo Figlio e lo Spirito Paraclito.
    Anzi, Gesù mette sullo stesso piano l’occupazione di vendere e comprare, cioè di provvedere al proprio sostentamento e benessere, con il prendere moglie e marito, cioè con lo stabilire legami affettivi e parentali, definendole occupazioni perfettamente inutili e inservibili per far crescere l’uomo nella consapevolezza, nella sapienza, nella conoscenza. Occupazioni così inutili e inservibili per la crescita intellettuale e spirituale dell’uomo, che – rivela Gesù – gli uomini e le donne di questa generazione, occupati a vendere e comprare, prendere moglie e marito, vivranno la sua seconda venuta, la sua venuta intermedia assolutamente in uno stato di totale inconsapevolezza, completamente impreparati, ignari, ignoranti, ciechi, sprovveduti, così come ai giorni di Noè, non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti.
    Gesù non demonizza i legami affettivi umani, i legami familiari e di sangue, ma rivela con assoluta chiarezza che sono perfettamente inutili all’uomo per raggiungere il benessere integrale e per vivere felice. Chi affida la propria crescita intellettuale, la propria evoluzione spirituale, la maturazione della propria consapevolezza e comprensione, ai legami familiari e di sangue, è come se si affidasse a un palo di cemento da cui un giorno poter raccogliere fichi. Chi pretende di raggiungere la propria felicità e il proprio benessere, attraverso il fruire quotidiano dei legami familiari e di sangue, è come colui che pretende uva da un rovo. Chi cerca la gioia attraverso i legami familiari e di sangue è come chi cerca una sorgente d’acqua zampillante in un sasso che tiene in mano. Incaricare i propri legami familiari, parentali e di sangue di poter sprigionare e donare felicità e benessere è la scelta più sciocca, sconsiderata e inutile che l’uomo possa compiere. I legami affettivi umani, i legami familiari e parentali, i legami di sangue per loro intrinseca natura non possono fornire all’uomo nessuna forma di benessere reale e felicità. Questo è il motivo per cui Gesù insiste nel ricordare all’uomo che sono possibili legami, relazioni, intimità, unioni, che hanno il potere, la forza, l’energia di farlo maturare nella consapevolezza, di farlo crescere nella felicità e nel benessere, e sono i legami che si creano quando le persone, indipendentemente dai legami familiari e di sangue, iniziano a condividere, amare, comprendere la Parola di Gesù con il forte desiderio di realizzarla e metterla in pratica. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono l’amore per la meditazione della Parola di Gesù, per la contemplazione della persona di Gesù per realizzare la sapienza della sua Parola. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono il desiderio di ascoltare, comprendere, amare e mettere in pratica le procedure evangeliche per il bene e la felicità dell’umanità.

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  15. Vangelo di Luca 1,39-45

    39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44 Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

    Nomi di Maria

    Elisabetta, ricolma di Spirito Santo, saluta Maria con i quattro nomi che rappresentano la sua divina essenza e il suo compito terreno e offre questi quattro nomi all’umanità, perché con questi nomi l’umanità possa sempre rivolgersi a Maria, la Grande Madre. I quattro nomi di Maria, che la potenza dello Spirito Santo fa conoscere all’umanità per bocca di Elisabetta, sono: Benedetta tra le donne, la madre del mio Signore, Beata, Colei che ha creduto all’adempimento della Parola a lei detta.
    Benedetta
    . Correttamente si tratta del participio passato del verbo greco euloghèo – formato dall’avverbio eu, “bene”, e dal verbo lègo, “dire” – “logo-bene, dico-bene”. Maria, tra tutte le donne, è definita il logos buono, la detta-bene, la ben pensata, perché Maria non è caduta nel peccato in cui è caduto l’uomo sotto l’istigazione di Lucifero, il peccato di pensare male, pensare male di Dio e di conseguenza di se stesso, degli altri e della vita.
    Madre del mio Signore
    . Dire Kýrios, “Signore”, è dire Dio, poiché Kýrios traduce l’ebraico Adonay, il nome proprio di Dio, il Tetragramma divino e sacro YHWH. Kýrios indica quindi Dio Padre, ma diventa anche il nome proprio di Gesù, il Signore del mondo, la potenza, il Re, l’autorità suprema. Con l’appellativo Signore la gente invoca Gesù nel momento in cui lo riconosce il Signore di tutte le cose; con Kýrios Maria stessa, nel Magnificat, nomina Dio e lo esalta, esprimendo la sua esperienza di Dio.
    Beata
    . Maria è la Beata, il suo volto e la sua essenza divina non si sono separati dall’essenza di Dio, l’essenza di Dio che è gioia e felicità. Makàrios significa “grandemente felice, smisuratamente favorito” – dall’antica radice mak, “grande, ampio”, e dal sostantivo chàris, “favore, dono, cura amorevole”. Maria è colei che è felice, pienamente gioiosa, favorita, perché, non essendosi separata da Dio e non avendo pensato male di lui, sperimenta in ogni istante la presenza di Dio. Maria è colei che è curata dalle cure di Dio, che è immersa nel totale benessere e, per questo, è portatrice a sua volta di totale benessere e integrità per l’umanità.
    Colei che ha creduto nell’adempimento della parola a lei detta:
    Maria è il volto della pìstis, della fede, della fede in Dio senza riserve, della fedeltà a Dio senza ripensamenti, della confidenza piena con Dio senza calcoli, della fiducia totale senza timore, della conoscenza intima senza barriere.
    Questi quattro nomi di Maria, che lo Spirito Paraclito ha fatto conoscere all’umanità attraverso la voce di Elisabetta, raccolti insieme diventano la prima e più antica preghiera a Maria. Questa è la preghiera che viene direttamente dallo Spirito Santo e che Dio ha donato all’umanità nei giorni dell’incarnazione di suo Figlio Gesù, perché, pregando Maria con queste parole, l’uomo possa essere difeso, protetto e liberato dal Maligno e possa prepararsi nella gioia e nella pace alla venuta del Messia, ieri come oggi:

    Benedetta tu
    e benedetto il frutto del tuo grembo,

    Madre del Signore,
    tu sei Beata perché hai creduto
    nell’adempimento della sua Parola.

  16. Vangelo di Luca 1,26-38

    26 Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
 29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
    34
    Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio».
    38
    Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

    Niente è impossibile

    Dal punto di vista umano un albero è un ciliegio perché fruttifica ciliegie. Dal punto di vista divino un albero fruttifica ciliegie perché è un ciliegio.
    Dal punto di vista umano un’aquila è un’aquila perché vola in quel determinato modo, dal punto di vista divino un’aquila vola in quel determinato modo perché è un’aquila.
    Dal punto di vista umano Dio è Dio perché nulla a lui è impossibile, dal punto di vista divino a Dio nulla è impossibile perché è Dio.
    Il punto di vista umano, che guarda la realtà unicamente con la mente associativa, fa sempre derivare il significato dalla funzione, in realtà è il significato che dà origine, forza e ordine alla funzione. Il muscolo, quando compie un’azione, un gesto, un movimento, esegue la sua funzione, ma nel muscolo che si muove non c’è il motivo, non c’è il significato di quell’azione, significato che risiede invece a livello psichico e intellettuale di chi utilizza il muscolo, e che può essere svelato nell’espressione e nel movimento di quella particolare funzione. È il significato che muove e motiva la funzione e non viceversa. Il significato genera la funzione, non la funzione il significato.
    Le parole che l’arcangelo Gabriele rivolge a Maria: ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù, non hanno il tono della proposta, sono piuttosto parole che annunciano e rivelano un fatto certo, un avvenimento che si realizzerà di sicuro. Maria risponde alle parole dell’arcangelo con una sapienza e un’intelligenza meravigliose, infatti non chiede di conoscerne il motivo, non discute sul perché, non vuole chiarimenti sul significato dell’avvenimento che la riguarda così da vicino, ma chiede: come avverrà questo, cioè chiede illuminazione sul come, su come il tutto funzionerà rispetto alle leggi naturali e a quelle sociali. Maria si chiede quale possa essere il significato della presenza dell’arcangelo e del suo particolarissimo saluto, ma non discute, né obbietta in alcun modo sul significato delle sue parole, si fida ciecamente di Dio e del suo angelico messaggero.
    Con la stessa sapienza non risponde invece Zaccaria, quando l’arcangelo Gabriele gli annuncia la nascita del figlio Giovanni. Alle parole del messaggero di Dio Zaccaria non risponde come Maria per avere chiarimenti sul funzionamento, ma chiede chiarimenti sul significato di quell’annuncio, dubita del senso delle cose di Dio. Ecco cos’è l’insipienza, la mancata intelligenza, ecco cosa genera l’ignoranza, la stoltezza, l’idiozia: dubitare del senso delle cose create, compiute da Dio, volute da Dio. Zaccaria diventa muto e sordo perché l’uomo che dubita del significato delle cose di Dio non deve poter riempire l’aria con il suono dei propri pensieri, che poi diventano voce e parole.
    Chi dubita del significato delle cose volute, create, pensate, progettate da Dio non dubita solo di Dio ma dubita della sua essenza, e l’essenza di Dio è amore. Chi chiede il significato delle cose di Dio chiede il significato della gioia e dell’amore, e chi chiede il significato della gioia e dell’amore dubita della gioia e dell’amore e ha paura della gioia e dell’amore. Chi chiede il significato della vita dubita della vita e ha paura della vita. L’arcangelo Gabriele conclude il suo annuncio fatto a Maria dicendo che nulla è impossibile a Dio, perché in questa affermazione vi è il significato di tutte le cose. Il significato delle cose di Dio è amore e gioia, e l’amore e la gioia non hanno bisogno di spiegazioni, perché nell’amore e nella gioia risiede il senso di tutto e di ogni cosa. Per questo nulla è impossibile all’amore e alla gioia, e per questo la paura in ogni sua forma, la paura, che è non fede, non frutta mai assolutamente nulla di vitale e di bello all’uomo. Sono l’amore e la gioia che danno significato a tutte le cose e rendono perfettamente funzionante ed efficace tutto il movimento della vita in ogni dimensione dell’esistente.

  17. Vangelo di Luca 1,26-38

    In quel tempo, 26 l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
    29
    A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.
    31
    Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
    34
    Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua
    vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio».
    38
    Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

    Peccato

    Gabriele, l’arcangelo, nelle parole che usa per rivolgersi a Maria, rivela della persona di Maria due realtà altrimenti sconosciute all’umanità.
    Rivela qual è il nome proprio di Maria davanti a Dio. Il nome proprio di Maria è Piena di Grazia. Con questo nome Gabriele arcangelo la saluta perché è il nome che Dio Padre usa quando chiama sua figlia Maria, la Grande Madre.
    L’arcangelo rivela inoltre all’umanità lo stato spirituale dell’essenza divina di Maria, e lo afferma con le parole: il Signore è con te, cioè il Signore è sempre con Maria e in Maria, e Maria è sempre con il Signore e nel Signore. Il nome proprio di Maria, il suo nome divino e la sua essenza spirituale affermano che Maria non ha compiuto il grande peccato, il peccato da cui poi sono derivati tutti i peccati dell’umanità. Ma qual è il grande peccato? Il grande peccato è pensare male di Dio.
    Il grande peccato è il peccato di Satana, la sua scelta iniziale di porsi in rivolta contro Dio. Il peccato di Satana è aver pensato male di Dio, poi ha istigato gli uomini a fare altrettanto. L’astuzia del diavolo è tutta qui, riuscire a convincere gli uomini a pensare male di Dio. In Genesi, dove si racconta come Satana ha tentato l’uomo spingendolo a mettersi contro Dio, è evidentissimo come abbia giocato tutta la sua partita per riuscire ad allontanare l’uomo da Dio e ad attirarlo a sé, istigandolo a pensare male di Dio. Una volta riuscito a spingere l’uomo a pensare male di Dio, l’uomo inizia immediatamente a pensare male di tutto. Adamo inizia a pensare male di se stesso, della propria nudità, del proprio corpo, della propria persona. Adamo inizia a pensare male della presenza del Signore quando sente i suoi passi nel giardino, pensa male degli alberi del giardino e cioè della natura e del creato che, da quel momento, diventeranno luogo da cui fuggire, nascondiglio, risorse da sfruttare, ambiente ostile. Adamo inizia a pensare male di Eva, della donna, dell’altro, degli altri, e inizia a considerarli nemici, avversari, contendenti. Pensare male di Dio ha indotto l’uomo a pensare male della vita, di tutto, di tutti e di ogni cosa. Quando un uomo pensa male di una realtà, da una parte si sconnette completamente da quella realtà e, dall’altra, per un meccanismo perverso e satanico, diventa schiavo di quella realtà. Dal pensare male di Dio derivano a cascata tutti gli altri mali, le malvagità, le ingiustizie, le malattie, le infermità che demoliscono e opprimono l’umanità.
    La tentazione con cui Satana tiene gli uomini nell’inganno e nella bugia è una e una sola: istigare l’uomo a pensare continuamente male di Dio, tutte le altre tentazioni sono un derivato, una conseguenza. Tutto il male, la devastazione, la miseria, la schiavitù, l’ignoranza con cui il diavolo tiene incatenata l’umanità ha un unico scopo: persuadere l’uomo che è logico e razionale pensare male di Dio. Pensare male di Dio è il primo passo verso l’abisso della solitudine, che porta alle sabbie mobili della non fede fino alle terre desolate dell’ignoranza, per intrappolare l’umanità nella prigione della paura e della rabbia. È pensare male di Dio che conduce all’avidità, alla sete di possesso, potere, controllo, al delirio allucinante che porta l’uomo a fare di tutto per sostituirsi a Dio.
    Come si vince il grande peccato? Esattamente seguendo la procedura di Maria. Come ha risposto Maria all’annuncio dell’angelo, alle difficoltà e al pericolo che questo annuncio avrebbe comportato per la sua vita? Con poche parole che risuonano del suo modo di essere, poche parole che troviamo in Luca 1,46: tutto il mio essere magnifica il Signore. Ecco come si vince il grande peccato, tenendo il proprio spirito e il proprio dialogo interiore sempre, sempre, sempre nella fragranza e nella grazia della gratitudine e della lode a Dio, senza mai dubitare del suo amore e della sua fedeltà.
    Quando Gabriele arcangelo saluta Maria, la chiama per nome dicendole Piena di Grazia e con le parole il Signore è con te conferma la radiosa e meravigliosa essenza spirituale di colei che non ha mai pensato male di Dio e che per questo potrà schiacciare la testa a Satana, il malvagio pensatore, sotto il suo calcagno. Per questo la Piena di Grazia può donare all’umanità Gesù, il Logos di Dio fatto carne, il Messia Re che salva e sana gli uomini. Chi poteva farlo se non colei che mai ha pensato male di Dio, ma sempre, sempre, sempre lo ha magnificato e lodato con tutto il suo essere?

  18. Vangelo di Luca 1,39-56

    39 In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44 Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
    46
    Allora Maria disse:
    «L’anima mia magnifica il Signore
    47
    e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
    48
    perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
    D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
    49
    Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
    e Santo è il suo nome;
    50
    di generazione in generazione la sua misericordia
    per quelli che lo temono.
    51
    Ha spiegato la potenza del suo braccio,
    ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
    52
    ha rovesciato i potenti dai troni,
    ha innalzato gli umili;
    53
    ha ricolmato di beni gli affamati,
    ha rimandato i ricchi a mani vuote.
    54
    Ha soccorso Israele, suo servo,
    ricordandosi della sua misericordia,
    55
    come aveva detto ai nostri padri,
    per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
    56
    Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

    Canto

    Queste le parole con cui Maria, la Grande Madre canta, glorifica, loda Dio e, al tempo stesso, rivela all’umanità il volto di Dio, il Potente, il Santo, il Forte e la sua azione. Parole dolcissime e rassicuranti per coloro che, nella storia, hanno scelto di agire secondo il desiderio di Dio, parole pesantissime e terribili per coloro che, nella storia, hanno scelto di agire secondo i desideri del Maligno.

    Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
    Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre
    .

    Ha compiuto [greco: epòiesen] in me cose grandi [greco: megàla]. Epòiesen, aoristo di poièo. Il verbo poièo significa “creo, procuro, faccio; fabbrico, produco, realizzo, compio, eseguo, opero, agisco”. Dall’accadico pachu, “finire, eseguire un lavoro”, corrisponde al fàcio latino con il senso di “eseguo, concludo, finisco, fisso”. Megàla, “grandezze, magnificenze, potenze”, – dai termini sumerici mach, “molto potente”, e gal, “grande”, che riflettono la base accadica magal, “molto, grandemente” –, è il neutro plurale dell’aggettivo mègas, “grande, ampio, esteso, numeroso, prodigioso, mirabile, importante, perfetto”. In aramaico il termine è rawrvo, “grande, nobile, notabile, meraviglioso”, dalla radice rvv/rbb, “diventare grande, aumentare”, da cui il sostantivo e aggettivo rabbò, “grande, nobile notabile; maestro, capo, capitano”. Torna qui il tempo aoristo, che denomina sia le opere escatologiche, sia quelle storiche, sia l’atteggiamento costante di Dio.

    Il Potente [greco: ho Dynatòs]. In greco dynatòs è un aggettivo deverbativo da dýnamai, “posso, ho potere, sono capace di, mi è lecito”, e significa “potente, influente, ricco, forte, capace”. È interessante il sostrato semitico di questa parola, poiché in ebraico Shaddày, “Potentissimo, Onnipotente” è uno degli attributi di Dio, il terzo termine con cui Maria descrive Dio. In aramaico questa potenza si traduce con l’aggettivo chàylthon, “forte, potente, robusto”. La radice chyl si riferisce alla forza e al coraggio anche in termini di combattimento, guerra, lotta. Indica il potere e la forza terribile dello Spirito, la forza di tutte le forze, la potenza più potente che combatte ogni male.

    E santo [greco: hàghion] il nome [greco: to ònoma] di lui. Hàgios, aggettivo neutro, deverbativo da àzomai, “rispetto, venero, ho sacro onore, ho sacro timore di, mi inchino”, significa “santo per essenza, integro, dedicato, ordinato all’integrità”, il quarto nome di Dio secondo il cuore di Maria. L’origine etimologica è da ricercarsi nell’accadico shagu, shangu, “sacerdote”, – shaqu vuol dire “alto” – che si collega al sumerico sag, “alto, eccelso, santo”, termine sempre riferito alla divinità. In ebraico “essere santo, sacro, consacrato; diventare cosa sacra” è espresso dalla radice qdsh e in aramaico dal verbo qaddèsh, “santificare, consacrare”. Il termine greco ònoma – riscontrato anche nel sanscrito naman – è il “nome”, l’identità profonda, cioè la causa dell’esistere, il senso e la direzione della propria vita, il motivo, la ragione. La parola nome si traduce in ebraico con shem, in aramaico con shmo.

    E la misericordia [greco: èleos] di lui per generazioni e generazioni. Èleos trae il suo significato da “ciò che taglia, lacera l’animo” – èleos è nel linguaggio epico “desco, tagliere, mensa” –, da cui “misericordia, compassione”. Vocabolo che etimologicamente deriva da un’antica base semitica con il senso di levare un grido, un grido dalle viscere pieno di amore. Corrisponde all’ebraico chesèd, che è appunto uno degli attributi di Dio. Chesèd è “amore, favore, grazia, benignità”, chesèd è il modo viscerale con cui Dio ama: nella bibbia è tradotto sia con “compassione, tenero affetto, misericordia”, sia con “fedeltà, profonda commozione, gesti di meravigliosa bontà”. Èleos non è la pietà, ma il favore senza calcolo, la grazia della benevolenza riversata senza limiti. Èleos indica il costante atteggiamento divino che non compatisce l’uomo, ma lo ama totalmente, lo favorisce in tutto sempre, indipendentemente dalla risposta e dalla situazione. Èleos è la misericordia di Dio.

    Ai tementi [greco: phoboumènois] lui. Phoboumènois, participio di phobèomai – passivo di phobèo –, “ho timore, paura, sono spaventato; sono messo in fuga, sono atterrito; riverisco”. Il sostantivo phòbos deriva da una radice che indica “fuga” e, nel suo significato corrente, “timore, paura, spavento, atterrimento”. L’ebraico traduce phobèo con la radice yr’, “temere, riverire”, nel senso di riverire una cosa ammirabile, magnifica, miracolosa a tal punto da incutere un tremendo stupore per la sua magnificenza. La magnificenza di Dio non deve mai incutere paura, Dio non lo vuole, non lo ha mai voluto. La grandezza e la potenza di Dio possono far vibrare il nostro cuore e le nostre fibre di carne di un sacro reverenziale timore e meraviglioso stupore, di un insuperabile tremore pacifico e amante, non di paura.

    Ha fatto forza [greco: epòpoiesen kràtos]. Questa espressione compare solo qui. Il verbo poièo significa “creo, procuro, faccio, apparecchio; fabbrico, produco, realizzo, compio; eseguo, opero, agisco”. Dall’accadico pachu, “finire, eseguire un lavoro”, unito al sostantivo kràtos, che significa “potere, forza, vigore, potenza”, dall’antica radice qar, “essere duro, forte, potente”.

    Con il braccio [greco: en brachìoni] di lui. En, preposizione che in origine significava “in, dentro a, all’interno”. Può significare anche “con, mediante, per, in forza di, insieme a”. Spesso ha valore strumentale “con, per mezzo di”. Brachìon non significa solo “braccio”, ma anche “forza, potenza”, in quanto la lingua accadica nel sostantivo berku, “ginocchio”, sottende anche l’accezione di “potenza”.

    Ha disperso [greco: dieskòrpisen] superbi [greco: hyperephànous]. Dieskòrpisen, aoristo di diaskorpìzo, “dissemino, spargo; disperdo; sperpero, dissipo, dilapido”. Verbo formato dalla preposizione dia, “in diverse direzioni, discordemente, da cima a fondo”, e dal verbo skorpìzo, “dissipo, disperdo, do senza misura, largheggio”. Hyperephànous, “che appare in alto, orgoglioso”, è aggettivo plurale che prende origine dalla preposizione hypèr, “su, sopra”, unita al verbo phàino, “mostro, appaio”. Sono coloro che nella loro superbia progettano di cancellare Dio per mettersi al suo posto nel cuore e nella mente dei popoli.
    Nel tessuto sociale della storia dell’uomo, i superbi, le menti superbe, sono i seminatori di idolatria per eccellenza. La macchinazione della loro mente, protesa a raggiungere e ostentare magnificenza e potere, li conduce a porre loro stessi al posto di Dio, considerando e vivendo ciò che è reale come fosse irreale, e ciò che è irreale come fosse reale.

    Nel piano [greco: diànoia] del cuore [greco: kardìas] di loro. Diànoia, “intelletto, intelligenza, mente, modo di pensare, di valutare”, è un sostantivo deverbativo da dianoèomai, “penso, medito, rifletto, credo”, a sua volta composto da dià, “attraverso, mediante, per mezzo di”, e noèo, “percepisco, intendo, comprendo”. Noèo è denominativo di nòus, “intelligenza, modo di intendere, di giudicare, di comprendere”. Diànoia etimologicamente significa quindi “attraverso il pensiero, la mente”. Kardìa, “parte centrale, pensiero, espressione della vita intellettiva e spirituale”, deriva dall’accadico karshu, “organo interno” in particolare “cuore”, ma anche “intelligenza, animo, mente”. Il cuore per il mondo semitico è la sede della ragione, mentre le viscere sono la sede della misericordia, dell’emozione amante. Il cuore, centro dell’attività spirituale cosciente e volitiva dell’intera persona, è la sede del dialogo interiore, dove si architetta ogni progetto, ogni proposito. I superbi non sono semplicemente superbi nell’anima e nella mente, ma sono architetti di progetti e desideri interiori ben precisi protesi al rigonfiamento del proprio ego. I desideri del loro cuore sono macchinazioni con un unico obiettivo, dominare. E lo perseguono cercando di raggiungere obiettivi imponenti, di avere tutto sotto controllo, di essere continuamente i più importanti e ai primi posti nel contesto sociale. Queste macchinazioni producono enormi bacini di sofferenza e ingiustizia, conflitti e schiavitù. L’energia dell’amore di Dio disperde questi piani nella loro stessa essenza e ne mostra la totale inefficienza e inutilità e lo fa partendo dalla sede stessa di queste macchinazioni, il cuore. Il cuore è il luogo, il posto dove si fanno i piani: il cuore, in ebraico lev. Nel testo aramaico si legge: disperse i gonfi di orgoglio nell’immaginazione [intento/proposito] del loro cuore [mente/razionalità pensante]. Dovunque scorre e vive l’energia dell’amore di Dio, la superbia è vinta, è inutile e inutilizzabile.

    Ha rovesciato [greco: kathèilen]. Il verbo kathairèo, formato da katà, “giù, verso il basso”, e airèo, “afferro, prendo, porto via”, originariamente “stringo al laccio o all’amo” – l’accadico charu significa “prendere” –, ha il significato di “faccio scendere, demolisco, rovescio”. In Peshitta, la versione aramaica dei vangeli, è usato il verbo sachàf, “rovesciare, abbattere, demolire, distruggere”, lo stesso usato per descrivere l’azione di Gesù, quando caccia i cambiavalute dal tempio, ne “rovescia” i tavoli.

    Potenti [greco: dynàstas] da troni. I dynàstes sono i principi, i signori, sono i funzionari, i ministri. Sono coloro che usano la potenza e la prepotenza umana per rendere schiavo e sottomettere l’uomo e si oppongono alla potenza e alla novità dello Spirito, alla grazia della bellezza, alla legge dell’armonia. L’accadico dunnunu è “forte, saldo, potente”, il sumerico du-u è “essere forte”.

    Ha innalzato [greco: hýpsosen]. Aoristo attivo di hypsòo, “elevo, innalzo”, denominativo di hýpsos, “altezza”. La Settanta traduce: “gli abbassati ha collocato in altezza”. Qui meglio si capisce che gli innalzati e gli abbassati non sono categorie diverse, sono la stessa persona. Il luogo alto – che il testo greco traduce con il verbo “innalzare” – è una parola molto simile a superbia, anzi in ebraico i termini coincidono, perché il confine è molto sottile. I superbi, secondo l’architettura dei loro piani e dei loro desideri, sospinti dalla pressione della loro insanabile ambizione e sete di dominio, sono saliti in alto da soli, creando gli “abbassati”, mentre “gli innalzati” sono coloro che sono stati collocati lì in alto e nella gloria dall’architettura dei piani e dei desideri di Dio per la loro umiltà.

    Umili [greco: tapeinòus]. Il tapèinos è l’umile, il modesto, il piccolo. È un vocabolo connesso con la radice sanscrita khan, “scavare”. È lo scavato dalle mancanze. Mancanza di sicurezza, di denaro, di conoscenza e capacità. Tapeinòs è lo scavato dalla sfiducia in se stesso, dalla paura di non essere compreso e considerato, dalla paura di non riuscire in nulla. Collegato etimologicamente con altri due vocaboli, tàphos, “tomba, sepolcro”, e thàpto, “seppellisco”, tapeinòs ha come significato originario “sommerso”. I tapeinòi sono di due tipologie. Ci sono i tapeinòs per scelta di amore, sono coloro che per servire il nome del Signore si affidano completamente alla potenza di Dio e non scendono a compromessi con nessuna forma di potere e ingiustizia, di competizione e possesso. Costoro sono i tapeinòi delle Beatitudini evangeliche, coraggiosi, felici anche nella persecuzione, indomabili nei desideri e nella fede, mai sottomessi, mai rassegnati. Sono coloro che in nome del vangelo e della verità, nella persecuzione e nell’ottusità del mondo, possono essere ridotti a vivere come gli scavati nella mancanza, ma restano fieri e felici. Ne è uno splendido esempio la vita di san Paolo, quando lui stesso ci racconta l’esperienza del tapeinòs in nome dell’amore e di Gesù: Nessuno mi consideri un pazzo; se no ritenetemi pure come pazzo, affinché mi possa anch’io vantare un po’. Ciò che dico in questa mia pazzia di vanto, non lo dico secondo il Signore, ma nella follia. Poiché molti si vantano secondo la carne, anch’io mi vanterò. Voi infatti, che siete sapienti, sopportate volentieri gli insensati. Ora voi sopportate, se qualcuno vi rende schiavi, se qualcuno vi divora, se qualcuno vi deruba, se qualcuno si insuperbisce, se qualcuno vi percuote in faccia. Lo dico con vergogna, come se noi fossimo stati deboli; eppure, in qualunque cosa uno è audace, lo dico nella pazzia, sono audace anch’io. Sono essi Ebrei? Lo sono anch’io. Sono essi Israeliti? Lo sono anch’io. Sono essi progenie di Abramo? Lo sono anch’io. Sono essi ministri di Cristo? Parlo da pazzo, io lo sono più di loro; nelle fatiche molto di più, nelle battiture grandemente di più, molto più nelle prigionie e spesso in pericolo di morte. Dai Giudei ho ricevuto cinque volte quaranta sferzate meno una. Tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte sull’abisso del mare. Sono stato spesse volte in viaggio fra pericoli di fiumi, pericoli di ladroni, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli da parte dei pagani, pericoli in città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli tra falsi fratelli, nella fatica e nel travaglio, sovente nelle veglie, nella fame e nella sete, spesse volte in digiuni, nel freddo e nella nudità. E oltre a tutto il mio peso quotidiano per la preoccupazione di tutte le chiese (2Corinzi 11,16-28). Ci sono invece i tapeinòi, gli scavati per debolezza, per sottomissione, per ignoranza, pigrizia e paura. Sono i tapeinòi rifiuto dell’abbuffata dei poteri forti, scarto del mondo della competizione, scoria del macello protratto nell’ingiustizia e nella guerra. Sono i tapeinòi che si sono lasciati svuotare di ogni fede in Dio e ispirazione, di ogni benessere e amore, di pace e onore.

    Affamati [greco: Peinòntas]. Peinòntas è participio di peinào, “sono affamato”, denominativo di pèina, “fame”. Etimologicamente è “mangiare con fame”, infatti la radice riporta a “cibo, pasto”. La Settanta traduce il termine “affamato” con l’unione di due sostantivi: nèfesh, “desiderante respirare”, e rechàv, “largo, ampio, spazioso”: si tratta di colui che ha fame dello spirito stesso, del respiro della vita. In questa parola tutto il vuoto scavato nel cuore dei popoli a causa della fame, della mancanza di ogni bene e benessere, in questa parola tutta la magnificenza e la forza attiva del desiderio di un cuore che, affamato di Dio e dei desideri di Dio, è capace di sostenere, determinare, modificare completamente la vita.

    Ha riempito [greco: enèplesen] di beni. Il verbo enpìmplemi, “riempire, saziare”, è formato dalla preposizione en, “in, dentro, sopra, in mezzo, fra”, e dal verbo pìmplemi, “imbevo, intrido, compio, mi adempio”, che a sua volta deriva etimologicamente dalla radice greca ple-, calcata su voci semitiche con il significato di “compiere, riempire”; l’ebraico paràch significa infatti “produrre abbondanza, prosperare, essere fertile, fruttifero, germogliare”. Enpìmplemi è il lavoro preferito di Dio Spirito Paraclito, riempire di doni, di bellezza, di beni e amore le creature e i figli di Dio. Riempire di beni la vita dell’uomo è il desiderio di Dio, ma l’uomo non può godere di tanta bellezza e grazia senza rovesciare il suo modo di pensare così superbo, sempre in conflitto e in tensione.

    E ricchi [greco: ploutòuntas]. I ploutòuntes, cioè “i ricchi”, non sono propriamente i plousìoi, “i molto ricchi”, quanto piuttosto quelli che mirano alla ricchezza, che organizzano la propria vita per raggiungere la ricchezza personale a scapito del benessere di tutti. È un orientamento della loro vita, infatti ploutòuntes non è un sostantivo, ma il participio di ploutèo, “sono ricco, mi arricchisco, divengo ricco”. Il senso del verbo nelle concordanze è “spingere da se stessi verso un’altra direzione”.

    Ha mandato via [greco: exapèsteilen]. Verbo exapostèllo, formato dalla preposizione ek, “fuori da, via da, per opera, per mano di”, più la preposizione apò, “via, da parte, lontano, indietro”, e il verbo stèllo, “pongo in ordine, armo, adorno, mi tengo lontano, evito”, con il significato di “invio, rimando, rinvio”.

    A mani vuote [greco: kenòus]. L’aggettivo kenòs deriva dall’accadico qinnu, “cavità”, “cavità del nido, cavo di una tana”, stessa base della parola accadica qanu, “canna”; il sumerico kannu significa “recipiente”. Il verbo collegato è kenòo, “rendo vuoto, privo della forza, rendo inutile, anniento”, da cui appunto kenòs, “vano, inutile, sterile, senza fondamento, vuoto, a mani vuote”. I superbi, i potenti, i ricchi sono in conflitto con tutti e desiderano innalzare solo se stessi, per i loro scopi usano il desiderio della forza, della potenza. Dio nella legge dell’amore, con cui tutto ha creato e disposto alla vita, ha già reso perfettamente inutile e sterile ogni loro proposito. Anche se al nostro sguardo superficiale non è così, questo sta accadendo già. I ricchi, ricchi solo per se stessi, sono i veri e unici scavati della storia dell’umanità. Gli umili, i desideranti il bene, gli affamati di vita vera e della vera ricchezza sono già da ora da Dio ricolmati di tutti i beni possibili e innalzati sopra ogni altro uomo.

    Sostiene [greco: antelàbeto]. Antelàbeto è l’indicativo aoristo medio di antilambàno, “afferro con forza e vigore, ghermisco”, ma anche “mi prendo cura, soccorro, prendo sottobraccio, sostengo”. Riferito a Dio, nella storia biblica ha il significato di sostenere con forza invincibile, prendersi cura per scelta di predilezione, per decisione irrevocabile.

    Israele servo [greco: paidòs] di lui. Il termine pàis significa “piccolo, figlio, schiavo”, semanticamente affine al latino pùer, “fanciullo, bambino, servo”. L’antico accadico par’um traduce “rampollo, discendente”, il sumerico pesh, “germoglio, fresco, giovane, nuovo”.

    Per ricordarsi [greco: mnesthènai] della misericordia. Mnesthènai, infinito aoristo deponente da mimnèskomai, “mi ricordo, mi rammento, volgo la mente, volgo il pensiero, mi occupo, mi prendo cura”. Descrive il palpito del cuore di Dio per l’uomo, palpito sempre presente, coerente, attivo, fedele, certo, puntuale, attento, amante, favorevole. In Dio non c’è inizio, non c’è fine, non c’è tempo, non c’è prima e dopo, c’è solo adesso, ora, l’istante presente. Noi misuriamo la vita in tempo, stabiliamo inizio e fine, ma in realtà in questo modo il tempo diventa nella nostra mente una pericolosa, fuorviante, illusoria radice di tensione e sofferenza. Per ricordarsi non è in opposizione al fatto e alla possibilità che Dio si possa dimenticare di noi, ma sottolinea la perfetta e assoluta presenza amorosa di Dio sempre al presente, sempre in tutto e in tutti senza separazione, senza limiti e compromessi, senza pretese, senza tensione, senza controllo.

    Come aveva parlato [greco: elàlesen]. Il verbo lalèo è onomatopeico. Làlle indicava il suono provocato dalle onde del mare sulla spiaggia. La radice semitica la’ag indica il parlare in modo inintelligibile del lattante, il mormorare preghiere, il cantilenare della ninna nanna. Sebbene sinonimo di lègo, “parlare”, lalèo è usato per descrivere anche l’emissione del suono di alcuni strumenti musicali. Dio quando parla all’uomo lo fa pe el pe – dice il testo ebraico della bibbia –, “bocca a bocca”, da sorgente a fonte, è il risuonare del cuore che si espande in comunicazione senza intermediari.

    Ai [greco: pros] padri di noi ad Abramo [greco: Abraàm]. Pros, preposizione con significato di “verso, rivolto a, conformemente a”. Abraàm, “Abramo”, è il capostipite di una nuova famiglia di uomini per la quale la terra di provenienza, la tribù, la famiglia, le tradizioni umane, i cordoni ombelicali non sono più il riferimento spirituale ed educativo, perché possono trasformarsi in idolo in un istante. Abramo, figlio di un artigiano che costruiva statuette degli avi e idoli, è il capostipite di una famiglia nuova di uomini che riconosce in Dio la sua unica appartenenza e nella sua Parola la sola autorità.

    E alla discendenza [greco: to spèrmati] di lui. Spèrmati, genitivo di spèrma, “seme, semente; sopravvivenza, razza, discendenza”, deverbativo di spèiro, “semino, genero, produco, spargo”, – calcato su base semitica rappresentata dall’ebraico shèber, “chicco, grano” – dalla radice sper col significato di “separare e gettare fuori”. La linea del seme nella discendenza di Abramo è solo l’immagine, il segno del seme divino e immortale che Dio stesso ha seminato nei suoi figli, il seme dell’immortalità.

    Per sempre [greco: aiòna]. Aiòn, “tempo, secolo, epoca, età, eternità, per sempre, realtà creata, tempo presente”. Indica la durata dell’essere per tutto il tempo, corrisponde al latino àevus, “tempo vita”. L’ebraico chày significa “vivo, vivente; vita”, dalla radice chyh, “vivere, restare in vita”. Aiòn chiude il cantico raccogliendo tutta la storia della salvezza, che in ogni promessa divina si realizza sempre e per sempre fedelmente, perfettamente. Sempre e per sempre senza tempo, senza tensione e fretta, pressione e conflitti, è il presente di Dio e raccoglie tutto ciò che Dio è, ama, compie e vive.

    Nota per il lettore
    La riflessione Canto è tratta dall’introduzione al brano musicale Megalynei Magnificat, contenuto nell’opera Shiloh, CD e libro, Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2009, pp. 105-116

  19. Vangelo di Matteo 9,1-8

    In quel tempo, 1 salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
    3
    Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? 6 Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

    Paralisi

    È quello che ha spinto l’uomo a separarsi da Dio nella terra dell’Eden. È all’origine della separazione dell’uomo dal suo vero io divino, dalla sua essenza spirituale. È all’origine della separazione dell’uomo dagli altri uomini, dalla natura, dalla vita. È all’origine di tutte le separazioni dell’uomo nel mondo, delle sue relazioni, degli affetti, dei rapporti interpersonali. È all’origine di ogni possibile dissociazione dell’uomo da se stesso e da Dio, all’origine di ogni forma di decentramento intellettuale e spirituale. Niente al mondo è così potente ed efficace per disconnettere l’uomo dalla vita, dall’unità, dalla verità, dalla bellezza, dal benessere, dalla gioia. È il principio, la causa, l’origine di ogni forma di schizofrenia mentale e spirituale. È all’origine di tutti i mali e di tutte le sofferenze, della paura e della violenza che devastano l’uomo come individuo e come collettività dall’inizio dei tempi.
    È all’origine di ogni guerra, saccheggio, crudeltà, tortura. È all’origine di ogni razzismo, ingiustizia, schiavitù, discriminazione, segregazione. Produce, governa, gestisce, ordina, sostiene e guida ogni forma di intolleranza, fanatismo, faziosità, settarismo, estremismo, esasperazione, intransigenza. È la matrice dell’idolatria, del pregiudizio, dell’ignoranza, della stupidità, della superstizione, dell’idiozia e di ogni sorta di perversione. È la causa di tutte le fissazioni mentali, di ogni psichismo inferiore e compulsivo, di ogni fobia, forma di panico, depressione, delirio, ossessione, mania, paranoia. Avvelena le intenzioni, distorce le idee, rende stupidi i ragionamenti, intossica i desideri, sfibra i propositi, stronca la passione, massacra la gioia, polverizza la felicità. Frantuma la fiducia in se stessi, annienta la fiducia riposta negli altri, esaurisce la fiducia nella vita, cancella la fiducia in Dio. Abbatte l’amore, disintegra la gratitudine, uccide la gratuità. È l’opposto del perdono e rende impossibile la misericordia. È la negazione della comprensione e raggela ogni forma di dialogo e ogni possibile condivisione. È la vera, sola, unica, esclusiva, possibile, reale malattia di cui si può ammalare l’uomo. È l’unico morbo che può colpire l’uomo nella sua essenza, l’unico virus che può appestarlo contemporaneamente nella sua dimensione spirituale, psichica e fisica e paralizzarlo. È la malattia integrale perché conduce alla paralisi integrale dell’uomo. È la malattia globale perché genera la paralisi globale dell’umanità. È capillare quanto contagiosa. È l’unica paralisi che colpisce l’uomo indistintamente e in modo trasversale rispetto alla sua appartenenza alle religioni, alla sua età, al sesso, alla cultura, al tempo storico e alla sua dislocazione geografica. È all’origine di tutte le malattie e di tutte le forme di paralisi fisica, psichica, emotiva. È all’origine di tutte le disarmonie e distorsioni spirituali dell’uomo. È la malattia dell’uomo e, al tempo stesso, la sua droga prediletta. È la droga più ricercata dell’uomo, è in assoluto la più potente e letale che esista, capace di creare una dipendenza psichica ed emotiva devastante. Niente al mondo crea nell’essere umano una dipendenza così invincibile e feroce, dipendenza dal pettegolezzo, dalla calunnia, dal giudizio, dalla chiacchiera maldicente, dalla malignità, dalla maldicenza, dall’indiscrezione, dalla diceria, dalla diffamazione. Inquina l’intelligenza fino a farla ammalare completamente, contamina lo spirito fino a renderlo muto e cieco, infetta il corpo fino a farlo marcire. È una malattia invalidante e paralizzante che non conoscerà cura, fino a quando l’uomo non si renderà consapevole di esserne stato contagiato e infetto. È il male per eccellenza, perpetrato sotto il sole per difendere la libertà, la giustizia, l’onore, la dignità, la pace, la fratellanza, il progresso. È il male nella sua forma pura e mortale ed è onorato dall’uomo più di Dio, difeso più della vita, amato più della felicità.
    Cos’è? Gesù lo esprime così: Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Pensare male è il male. Pensare male è l’origine del male e di tutti i mali. Pensare male nella mente e nel cuore è il male nella sua forma più potente e funzionale. Istigato da Satana, l’uomo ha iniziato a pensare male di Dio, poi ha pensato male di se stesso, dei propri simili, della natura, della vita, di tutto. Ma perché a Satana interessa così tanto che l’uomo pensi male di Dio, di se stesso, degli altri, della vita? Forse perché così l’uomo arrivi a distruggere tutto e ogni cosa? Sì, certo ma c’è un motivo più infido e sottile. Satana sa che quando l’uomo sarà persuaso che è giusto, sano, morale, santo, segno di intelligenza e maturità pensare male di se stesso, degli altri, di Dio, allora sarà pronto a pensare bene di Satana, sarà pronto ad adorarlo e a celebrarlo. Questo è lo scopo di Satana: essere adorato dall’uomo.
    Pensare male è la più grande tentazione dell’uomo. Pensare male nella mente e nel cuore è già adorare e celebrare Satana, anche senza saperlo. Il processo del pensare male può essere un processo impercettibile, inconscio, ma è sempre, sempre, sempre, immancabilmente un processo scelto e voluto. Pensare male è la malattia, è la paralisi, il peccato, lo sbaglio di mira da cui Gesù, Yeshua, è venuto, con amore e dolcezza, a guarire l’umanità.

  20. Vangelo di Luca 1,39-56

    39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
    40
    Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
    Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44 Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
    46
    Allora Maria disse:
    «L’anima mia magnifica il Signore
    47
    e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
    48
    perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
    D’ora in poi tutte le generazioni
    mi chiameranno beata.
    49
    Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
    e Santo è il suo nome;
    50
    di generazione in generazione la sua misericordia
    per quelli che lo temono.
    51
    Ha spiegato la potenza del suo braccio,
    ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
    52
    Ha rovesciato i potenti dai troni,
    ha innalzato gli umili;
    53
    ha ricolmato di beni gli affamati,
    ha rimandato i ricchi a mani vuote.
    54
    Ha soccorso Israele, suo servo,
    ricordandosi della sua misericordia,
    55
    come aveva detto ai nostri padri,
    per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
    56
    Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

    Cantico

    Il cantico di Maria è una grande preghiera, la grande preghiera che Maria ha donato all’umanità, ma è una preghiera del tutto particolare e singolare. In questa preghiera Maria non chiede, non domanda al Signore, non implora, non supplica il Signore come è scontato e consueto aspettarsi in una preghiera.
    Maria usa le parole che lo Spirito le ispira per cantare una preghiera al Signore, un inno che le serve per affermare, dichiarare, annunciare, rivelare, non per chiedere.
    Maria afferma che tutto il suo essere è completamente, interamente centrato nella lode al suo Signore, per cantare e magnificare il suo Dio. Maria afferma che il suo spirito esulta totalmente in Dio, il suo Salvatore, perché lei è colei che nel proprio cuore, nel proprio spirito, nella propria intelligenza mai ha pensato male di Dio, mai si è messa in rivolta, in sfida con Dio. Maria è l’Immacolata perché mai ha peccato, mai ha sbagliato mira rispetto a Dio, mai ha pensato male di lui e mai si è messa con arroganza al suo posto. Peccato, sbaglio di mira, che hanno compiuto invece Eva e Adamo, nel giardino dell’Eden.
    Maria dichiara che è Dio, e solo Dio, che compie grandi cose nel cuore dei suoi figli, e dichiara che solo Dio è Santo, e Santo è il suo nome. Con queste parole Maria dichiara all’umanità che, ogni qualvolta un uomo pensa male di Dio, in realtà pensa male del suo nome e della sua santità, e chi pensa male della santità di Dio, è in conflitto con Dio. Maria invita a non pensare mai male di Dio e del suo amore, anche quando le evidenze e i paradossi generati dal male possono indurre l’umanità a dubitare di Dio e del suo amore. Maria annuncia una verità che mai l’uomo deve dimenticare: qualsiasi cosa accada nella vita, sempre e immancabilmente la misericordia di Dio si stende su coloro che lo temono, che cioè lo onorano e lo rispettano come Dio, lo amano e in lui credono, e mai pensano male di lui.
    Maria usa le parole che lo Spirito Paraclito le ispira per rivelare all’umanità quali sono i grandi mali e peccati dell’umanità, i grandi sbagli di mira dell’uomo che conducono l’umanità alla distruzione, quando si lascia ingannare dal pensare male di Dio. Sono i tre grandi mali che Dio spegnerà con la potenza del suo braccio: superbia, potere, avidità, perché questi tre grandi mali hanno il potere di portare l’umanità all’autodistruzione.
    Maria rivela e annuncia all’umanità che i superbi, coloro che vivono di superbia, che usano la loro superbia per controllare i propri simili, coloro che delimitano con leggi, morali, costrizioni, obblighi lo spazio di movimento delle persone, per modificarne il destino, deturpandone dignità, sogni e desideri, e impediscono agli uomini di diventare quello che sono nella loro essenza divina, saranno dispersi, dispersi per sempre nei pensieri del loro cuore. Maria rivela che chi desidera non cadere nella trappola della superbia, può farlo sostituendo i propri pensieri di controllo e di dominio, con pensieri immersi nel sacro timore di Dio, per amare Dio con tutto il cuore, lodarlo e magnificare il suo nome e mai il proprio nome.
    Maria rivela e annuncia all’umanità che i potenti della terra, coloro che vivono per avere il dominio, la supremazia, la sovranità sui propri fratelli, che usano il loro potere per sottomettere gli uomini, assoggettarli, per renderli schiavi, che decretano dall’alto dei loro troni politici e religiosi il destino dell’intera umanità, un destino di miseria, violenza, sudditanza, dipendenza, paura, morte, saranno rovesciati, rovesciati inesorabilmente dai loro troni. Maria rivela che chi desidera non cadere nella trappola della sete del potere, può farlo sostituendo, davanti a Dio, i propri pensieri di supremazia e di predominio con pensieri immersi nell’umiltà, sempre carichi di gratitudine e di gioia.
    Maria rivela e annuncia all’umanità che i ricchi della terra, coloro che vivono per avere il possesso, il controllo di tutte le risorse e le ricchezze della terra, coloro che usano la loro avidità per sfruttare le abilità e le risorse dell’uomo, per predare l’umanità, dissanguarla spiritualmente, intellettualmente, fisicamente; coloro che fagocitano, per il loro personale benessere e interesse, le risorse destinate al benessere di tutti, coloro che creano leggi e morali, religioni e mitologie atte a persuadere i popoli che essere poveri e affamati fa parte del loro naturale destino, della loro stessa natura, è stabilito dai principi naturali e divini, costoro saranno cacciati via, cacciati via per sempre dal regno di Dio e a mani vuote, a mani vuote per sempre. Maria rivela che chi desidera non cadere nella trappola dell’avidità può farlo, sostituendo i propri pensieri di possesso e di ingordigia con pensieri immersi nella fiducia totale della misericordia di Dio, che sempre, immancabilmente, a tutti provvede.
    Maria rivela e annuncia all’umanità che tutti i figli di Dio che desiderano non cadere nella trappola dei tre grandi mali del mondo, e che con coraggio sostituiscono il loro modo di pensare affidandosi a Dio e non al mondo, sono sempre, sempre, sempre guidati, protetti e soccorsi da Dio, anche quando alla mente non sembra. Maria rivela e annuncia all’umanità, con chiarezza inequivocabile, che, con la potenza del suo braccio, Dio innalza sempre gli umili, anche quando all’uomo non sembra che questo accada. Dio ricolma sempre di beni gli affamati, affamati di pane, di libertà, di giustizia, di pace, di felicità, anche quando per la mente umana questo non accade. Dio soccorre sempre e immancabilmente i suoi servi nella sua misericordia, anche quando gli uomini non lo vedono, non lo comprendono.
    Il nuovo popolo di Dio sta imparando che non deve e non può combattere il male, ma deve e può seminare il bene. Il nuovo popolo di Dio sta diventando consapevole che non può bloccare l’avanzata dei grandi mali del mondo, la superbia, il potere, l’avidità ma può sostituirla con l’avanzata dell’umiltà, della fiducia in Dio, della gratuità e dell’amore per Dio, della condivisione e dell’abbandono in Dio. Per questo, alla luce di questa rinnovata consapevolezza, il cantico di Maria è di una novità assoluta ed è tanto più meraviglioso e innovativo quanto più non è un cantico per implorare e chiedere a Dio qualcosa, ma è il canto che dona, rivela, ispira le realtà e le verità divine con cui l’uomo può sostituire il proprio dialogo interiore, legato all’antico pensare male di Dio, con un nuovo dialogo interiore, pieno di amore e gioia per Dio.
    Pregando e cantando il cantico di Maria, il nuovo popolo di Dio impara un nuovo e più evoluto modo di pregare, non più il pregare per ottenere, per implorare e chiedere, ma il pregare capace di ispirare nuovi, luminosi e rivitalizzanti dialoghi interiori di fiducia e di amore. Il cantico di Maria, come il Padre nostro di Gesù, è una vera e propria, potentissima ispirazione per cambiare pensieri, scelte, azioni, vita.
    Grazie, Maria. Grazie, Gesù.

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