Apotàsso è ‘Amministrare’

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+ VANGELO (Lc 11,27-28)
Beato il grembo che ti ha portato!
Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio.

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Ecco un vero ammonimento. Vale per me autore ed editore di escogitur ed apotasso quando mi dilungo e mi perdo nei mille meandri della ricerca delle conoscenze e delle informazioni corrette distaccandomi dall’essenza del Vangelo che sono parole di amore e di autocorrezione; e per tutti coloro che cercano di convincerci su alri percorsi di fede diversi dalla volontà di mettersi alla sequela della imitazione di Cristo:

Vangelo – Giovanni 13,34-35

34 Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri. 35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».

Mi basta il Vangelo che è PAROLA DI DIO RIVELATA PUBBLICAMENTE. Tutto il resto confonde, e apre a grandi rischi di eresia per chi non fonda la sua umiltà e pietà santificatrice nella Fede, nella Speranza e nella Carità.

…non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede“.
I Timoteo 1:4

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INNO ALLA CARITA’

(S. Paolo – Prima lettera ai Corinzi 13,1)

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi la carità,
sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza
e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,
ma non avessi la carità,
non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,
se dessi il mio corpo per essere arso,
e non avessi la carità,
non mi gioverebbe a nulla.

….

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
ma la più grande di esse è la carità.

La Carità si compiace della Verità

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Sembra una novità questo nuovo modo di dire: lasciare = amministrare. Ma non lo è. Amministrare, anche “delegando”, significa guadagnare la Vita Eterna senza intortarsi con le cose del mondo, senza vivere i piaceri del possesso. Delega un povero in canna, delega un cittadino quando affida il suo voto ad un politico, delega un ricco quando affida la sua società ed i suoi averi ad un amministratore, delega un padrone quando lascia i suoi averi in mano ai suoi amici. Gesù infatti non dice di abbandonare tutto e lasciare ciò a chi non sà “ben amministrare”. Il padrone resta a tutti gli effetti padrone, come il Signore della Vigna. Ma si è privato del senso del possesso, della brama di potere, del controllo sugli altri, dei vizi di avidità, accidia, superbia, lussuria, ira, avarizia, gola. Si è portato alle dipendenze, si è fatto servo, si rintana in cappella, in cucina, nell’orto e osserva. E come osservatore e vigilante può anche esercitare il potere di revocare la delega. Povero, secondo questo Spirito, non è inteso come colui che “serve agli altri perchè se ne faccia come si crede”; o che riceve senza aver mai “ben amministrato” neanche il minimo che ha avuto tra le mani; e nemmeno si intende povero colui che è indigente, diseredato, colui che ha necessità impellenti e a cui è buono che si dìa “subito”; povero non è il malcapitato o colui che si ritiene sfortunato, malato e vittima di una vita ingrata. Povero in Spirito è colui che è “utile” alla comunità, che si consuma per gli altri anche attraverso il coinvolgimento partecipativo di se stesso in programmi di sviluppo, di crescita economica, di formazione di comunità e gruppi famigliari, di filiere produttive, di standard di benessere e condivisione di beni. Per coinvolgere il Povero, che a questo punto lo può essere il ricco o il benestante che ha lasciato tutto, come l’accattone, il mendicante, il ribelle della società di Mammona, per questo “ben di Dio”, che è la formazione del Suo Regno. E Gesù chiama a raccolta, tramite Sua Madre, il Popolo di “Conversi”. Chiede a chi non ha mai avuto di farsi amministratore e a chi ha avuto (ma anche a chi ha già avuto o a preso illecitamente o ha ricevuto oltre ai suoi meriti e alle sue necessità) di non accumulare più in attesa di tempi peggiori o per trasmettere agli eredi, o per comprare il lusso e le eccedenze, come il superfluo o le inutilità, creando così spreco e consumo. Chiede uno scatto di dignità. E chiede al povero indigente, diseredato che nulla ha e mai avrà di non provare invidia, di non svendersi per trenta denari, di non perdere il poco tempo che ha, di non agoniare ricchezze improbabili, di non farsi tale e quale a chi gli ha reso ingiustizia. Bensì ci chiede un sano distacco dalle nostre cose e delle cose degli altri, per poterle “ben amministrare”; ai fini della gestione dei Beni Comuni, della Bellezza, del Buon Governo. Ci chiede di essere Buoni Amministratori e Partecipatori di ciò che è capitato a “nostro tiro”. Ci chiede di mettere a frutto i nostri “Talenti” non per noi stessi ma per tutti. Gesù non direbbe mai ad un Re: lascia tutto e seguiMi, se quel Re già è Santo. Infatti nella situazione in cui si trova, può solo che portare bene al suo popolo se tiene saldo il suo potere ed il suo regno; se non si fa sopraffare dagli astuti costruttori di Mammona cedendo ogni Sovranità a privati avidi, egoisti e  criminali e battitori di moneta a usura legale per creare la “debitocrazia”. Ma avete mai visto un Re andare in giro con i soldi in tasca o presentare a terzi attestati di proprietà o conti bancari, o certificati e buoni del tesoro? O, addirittura una busta paga? Il Re usa il “pluralia majestatis” proprio perchè lui rappresenta tutta la quota del Regno ed una quota della Sovranità Popolare. Gesù ci chiede di essere noi stessi Re, di partecipare alla Regalità Sua e della Madre. Ed in questo ruolo chiama tutti, anche i poveri in canna. Perchè è solo nella rinuncia ai beni (anche aspirata), al possesso, a Mammona, che all’improvviso ci troviamo ricchi e buoni amministratori.

Contattaci e ti daremo tutte le risposte di cui senti la necessità!

Oppure continua a seguire qui i commenti al Vangelo. I commenti riportati qui di seguito dopo il testo del Vangelo di questa sezione sono scritti da Don Paolo Spoladore per People in Praise. Tutti i diritti editoriali sono riservati.

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Quando anche Gesù dicendo la Verità può far male e confonderci

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Premessa del mio caro amico Parusìa. Con consiglio di avviare prima la musica.

“Caro Alberto sono sicuro che molti rimarranno trasecolati nel leggere questo commento di DonPa che condivido 100%. Temo però che Don Spaladore abbia dimenticato una premessa che sento doveroso fare. Gesù non sta dicendo di sciogliere i matrimoni o di abbandonare le case dei famigliari. Per Dio, no, non lo farebbe mai. Però ci spiega. Se credete di sposarvi solo con l’intenzione di sistemarvi e di portare quiete nella vostra vita magari affidandovi ad una brava donna o ad un brav’uomo, non fatelo, perchè ciò renderà la vostra vita un tormento. Gesù dice: quando pensate che la famiglia venga prima di tutto e quindi tralasciate le cose di Dio per stabilirvi tranquillamente nelle quiete domestica, un lavoro stabile, o tenere fra le braccia i propri pargoli, sappiate che nulla resta come sempre e questi poi prenderanno decisioni diverse dalle vostre e potrebbe essere un inferno come ci racconta Mia Martini in quel ‘sono nostri figli ma non sono come noi‘. Serve che il matrimonio rientri nel suo valore sacramentale dove ci si unisce all’unico uomo o all’unica donna che riteniamo abbiano già intrapreso quel percorso verso Dio in un atto di conversione totale. Allora anche i figli avranno due genitori operosi nella santificazione. Con tutto l’amore possibile!”

http://escogitur.files.wordpress.com/2013/06/8c550-harlow.jpgVangelo di Luca 8,19-21

In quel tempo, 19 andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
20
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
21
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Legami

Pur rispettando infinitamente i percorsi affettivi e relazionali di tutti gli uomini e le donne della terra, i legami familiari generati dall’umanità attraverso il sangue e le relazioni affettive, Gesù non riconosce a questi legami nessuna utilità ed efficacia per creare tra le persone legami veramente sani, vantaggiosi, reali, energetici, generatori di unità e di unione. A costo di sembrare irritante per il perbenismo e le morali tradizionali, scortese nei confronti dei suoi familiari, Gesù non perde occasione per ribadire che i legami di parentela, i legami di sangue, i legami familiari non sono in nessun modo paragonabili con la potenza, l’efficacia, il valore dei legami generati da coloro che condividono il vivere l’intimità con Gesù, l’amore, la dedizione per la Parola di Gesù e il desiderio e l’impegno di mettere in pratica le procedure del vangelo. L’unico legame che Gesù riconosce e condivide, l’unico legame che considera reale, vero, efficace, profondo, unente è il legame che si genera quando le persone condividono nello spirito lo stesso amore e ardore per la Parola del vangelo e lo stesso desiderio di realizzarla e metterla in pratica, per la propria felicità e il benessere di tutti.
Perché Gesù non fa alcun affidamento sui legami di sangue, familiari, parentali? Perché più volte li pone come il primo e il più potente degli intralci in grado di impedire all’uomo di poter seguire e realizzare la sapienza del vangelo, come quando in Matteo 10,37 precisa in modo inequivocabile: chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me, perché? Semplicemente perché Gesù sa che i legami di sangue, i legami familiari e relazionali non hanno alcun potere, forza, possibilità, utilità per rendere felice l’uomo e garantire il benessere dell’umanità. Gli uomini e le donne della terra cercano relazioni e stabiliscono legami affettivi e di sangue per essere felici, per vivere nel benessere, ma in realtà questi legami, per loro intrinseca natura, non hanno alcuna possibilità e utilità per rendere l’uomo felice e procurargli una vita di benessere e di armonia. I legami affettivi, familiari, parentali, i legami di sangue non sono conduttori di felicità, maturazione, benessere, gioia, pace, armonia. Gesù spiega in dettaglio questa verità, praticamente sconosciuta all’umanità, quando in Matteo 24,38-39 afferma: Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo.
Le relazioni umane, i legami umani, gli affetti umani, i legami parentali e familiari, i legami di sangue non hanno in sé alcun potere di far crescere gli uomini e le donne nella consapevolezza della realtà, nella comprensione di Dio e del suo muoversi e agire nella storia. Sono completamente inefficaci per aiutare un uomo a crescere spiritualmente e intellettualmente, non sono di alcuna utilità per predisporlo alla sua evoluzione e illuminazione, non servono assolutamente a nulla per preparare l’umanità all’incontro con Dio e con Gesù suo Figlio e lo Spirito Paraclito.
Anzi, Gesù mette sullo stesso piano l’occupazione di vendere e comprare, cioè di provvedere al proprio sostentamento e benessere, con il prendere moglie e marito, cioè con lo stabilire legami affettivi e parentali, definendole occupazioni perfettamente inutili e inservibili per far crescere l’uomo nella consapevolezza, nella sapienza, nella conoscenza. Occupazioni così inutili e inservibili per la crescita intellettuale e spirituale dell’uomo, che – rivela Gesù – gli uomini e le donne di questa generazione, occupati a vendere e comprare, prendere moglie e marito, vivranno la sua seconda venuta, la sua venuta intermedia assolutamente in uno stato di totale inconsapevolezza, completamente impreparati, ignari, ignoranti, ciechi, sprovveduti, così come ai giorni di Noè, non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti.
Gesù non demonizza i legami affettivi umani, i legami familiari e di sangue, ma rivela con assoluta chiarezza che sono perfettamente inutili all’uomo per raggiungere il benessere integrale e per vivere felice. Chi affida la propria crescita intellettuale, la propria evoluzione spirituale, la maturazione della propria consapevolezza e comprensione, ai legami familiari e di sangue, è come se si affidasse a un palo di cemento da cui un giorno poter raccogliere fichi. Chi pretende di raggiungere la propria felicità e il proprio benessere, attraverso il fruire quotidiano dei legami familiari e di sangue, è come colui che pretende uva da un rovo. Chi cerca la gioia attraverso i legami familiari e di sangue è come chi cerca una sorgente d’acqua zampillante in un sasso che tiene in mano. Incaricare i propri legami familiari, parentali e di sangue di poter sprigionare e donare felicità e benessere è la scelta più sciocca, sconsiderata e inutile che l’uomo possa compiere. I legami affettivi umani, i legami familiari e parentali, i legami di sangue per loro intrinseca natura non possono fornire all’uomo nessuna forma di benessere reale e felicità. Questo è il motivo per cui Gesù insiste nel ricordare all’uomo che sono possibili legami, relazioni, intimità, unioni, che hanno il potere, la forza, l’energia di farlo maturare nella consapevolezza, di farlo crescere nella felicità e nel benessere, e sono i legami che si creano quando le persone, indipendentemente dai legami familiari e di sangue, iniziano a condividere, amare, comprendere la Parola di Gesù con il forte desiderio di realizzarla e metterla in pratica. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono l’amore per la meditazione della Parola di Gesù, per la contemplazione della persona di Gesù per realizzare la sapienza della sua Parola. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono il desiderio di ascoltare, comprendere, amare e mettere in pratica le procedure evangeliche per il bene e la felicità dell’umanità.

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“Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio”

Il matrimonio è un cammino di santità. Quando Dio è presente nella vita della famiglia, le gioie ed i contrattempi hanno un altro sapore. L’Incontro Mondiale delle Famiglie e i mesi estivi sono una buona oppurtunità per leggere l’omelia di san Josemaría sul matrimonio.

12 luglio 2006

IL MATRIMONIO, VOCAZIONE CRISTIANA

Omelia pronunciata da san Josemaría Escrivá nel Natale del 1970. Contenuta nel libro: “E’ Gesù che passa”.

Ritornano alla nostra mente i fatti e le circostanze che fanno da cornice alla nascita del Figlio di Dio, e il nostro sguardo si sofferma sulla grotta di Betlemme e sul focolare di Nazaret. Maria, Giuseppe, Gesù Bambino sono ora più che mai al centro del nostro cuore. Che cosa ci dice, che cosa ci insegna la vita semplice e meravigliosa della Sacra Famiglia?

Opus Dei -

Fra tante possibili considerazioni, ora voglio farne soprattutto una. La nascita di Gesù significa, come riferisce la Scrittura, la realizzazione della pienezza dei tempi, il momento scelto da Dio per manifestare in maniera completa il suo amore agli uomini, donandoci il proprio Figlio. La volontà divina si compie in mezzo alle circostanze più normali e comuni: una donna che partorisce, una famiglia, una casa. L’onnipotenza divina, lo splendore di Dio, passano attraverso l’umano, si uniscono all’umano. Da allora noi cristiani sappiamo che, con la grazia del Signore, possiamo e dobbiamo santificare tutte le realtà oneste della nostra vita. Non c’è situazione terrena, per quanto piccola e ordinaria possa sembrare, che non possa essere occasione di un incontro con Cristo e una tappa del nostro cammino verso il Regno dei Cieli.

Non è strano, perciò, che la Chiesa esulti nel contemplare la modesta dimora di Gesù, Maria e Giuseppe. È bello — si recita nell’inno di mattutino della festa della Sacra Famiglia — ricordare la piccola casa di Nazaret e l’esistenza semplice che vi si conduce, esaltare l’umile ingenuità che circonda Gesù, la sua vita nascosta. Lì, da bambino, Gesù imparo il mestiere di Giuseppe; lì crebbe in età esercitando il lavoro di artigiano. Vicino a Lui sedeva la dolce Madre; vicino a Giuseppe viveva la sposa amatissima, felice di poterlo aiutare e offrirgli le sue cure.

Quando penso ai focolari cristiani, mi piace immaginarli luminosi e allegri, come quello della Sacra Famiglia. Il messaggio del Natale risuona con forza: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. A esso si collega il saluto dell’Apostolo: La pace di Cristo regni nei vostri cuori; la pace di saperci amati da Dio nostro Padre, di essere una sola cosa con Cristo, protetti dalla Vergine Maria Santissima e da san Giuseppe.

Questa è la grande luce che illumina la nostra vita e che, pur tra difficoltà e miserie personali, ci spinge ad andare avanti con perseveranza. Ogni focolare cristiano deve essere un’oasi di serenità in cui, al di sopra delle piccole contrarietà quotidiane, si avverte — come frutto di una fede reale e vissuta — un affetto intenso e sincero, una pace profonda.

Il matrimonio cristiano non è una semplice istituzione sociale, né tanto meno un rimedio alle debolezze umane: e un’autentica vocazione soprannaturale. Sacramento grande in Cristo nella Chiesa, dice san Paolo e, al tempo stesso, contratto che un uomo e una donna stipulano per sempre, perché — lo si voglia o no — il matrimonio istituito da Cristo è indissolubile: segno sacro che santifica, azione di Gesù che pervade l’anima di coloro che si sposano e li invita a seguirlo, perché in Lui tutta la vita matrimoniale si trasforma in un cammino divino sulla terra.

Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio e a santificare se stessi in questa unione. Commetterebbero perciò un grave errore se edificassero la propria condotta spirituale volgendo le spalle alla famiglia o al margine di essa. La vita famigliare, i rapporti coniugali, la cura e l’educazione dei figli, lo sforzo economico per sostenere la famiglia, darle sicurezza e migliorarne le condizioni, i rapporti con gli altri componenti della comunità sociale: sono queste le situazioni umane più comuni che gli sposi cristiani devono soprannaturalizzare.

La fede e la speranza si devono manifestare nella serenità con cui si affrontano i problemi piccoli o grandi che sorgono in ogni famiglia e nello slancio con cui si persevera nel compimento del proprio dovere. In tal modo, ogni cosa sarà permeata di carità: una carità che porterà a condividere le gioie e le eventuali amarezze; a saper sorridere dimentichi delle proprie preoccupazioni per prendersi cura degli altri; ad ascoltare il proprio coniuge e i figli, dimostrando loro che li si ama e li si comprende davvero; a superare i piccoli attriti che l’egoismo tende a ingigantire; a svolgere con un amore sempre nuovo i piccoli servizi di cui è intessuta la convivenza quotidiana.

“Non c’è situazione terrena, per quanto piccola e ordinaria possa sembrare, che non possa essere occasione di un incontro con Cristo e una tappa del nostro cammino verso il Regno dei Cieli.”

Si tratta di santificare giorno per giorno la vita domestica, creando con l’affetto reciproco un autentico ambiente di famiglia. Per santificare ogni giornata si devono esercitare molte virtù cristiane, quelle teologali in primo luogo, poi tutte le altre: la prudenza, la lealtà, la sincerità, l’umiltà, la laboriosità, la gioia…

SANTITA’ NELL’AMORE UMANO

L’amore puro e limpido degli sposi è una realtà santa che io, come sacerdote, benedico con tutte e due le mani. La tradizione cristiana ha visto frequentemente nella presenza di Gesù alle nozze di Cana una conferma del valore divino del matrimonio: Il nostro Salvatore si recò a quelle nozze — scrive san Cirillo d’Alessandria — per santificare il principio della generazione umana

Il matrimonio è un sacramento che fa di due corpi una sola carne. La teologia afferma con forte espressione che la sua materia è costituita dal corpo stesso dei contraenti. Il Signore santifica e benedice l’amore del marito verso la moglie e quello della moglie verso il marito: ha disposto non solo la fusione delle loro anime, ma anche dei loro corpi. Nessun cristiano, sia o no chiamato alla vita coniugale, può quindi disprezzarla.

Il Creatore ci ha dato l’intelligenza, quasi una scintilla dell’intelletto divino che ci consente — assieme alla libera volontà, altro dono di Dio — di conoscere e amare; e ha posto nel nostro corpo la capacità di generare, partecipandoci il suo potere creatore. Dio ha voluto servirsi dell’amore coniugale per donare al mondo nuove creature e accrescere il corpo della sua Chiesa. Il sesso non è una realtà vergognosa, ma un dono divino ordinato schiettamente alla vita, all’amore, alla fecondità.

Opus Dei -

Questo è il contesto, lo sfondo in cui si colloca la dottrina cristiana sulla sessualità. La nostra fede non disconosce nulla di quanto v’è di bello, di generoso, di genuinamente umano sulla terra. Ci insegna che la regola del nostro vivere non deve essere la ricerca egoistica del piacere, perché solo la rinuncia e il sacrificio portano al vero amore: Dio ci ha amati e ci invita ad amarlo e ad amare gli altri secondo la verità e l’autenticità con cui Egli ci ama. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la ritroverà: è questo l’apparente paradosso del Vangelo.

Le persone continuamente preoccupate di se stesse, che agiscono cercando innanzitutto la propria soddisfazione, mettono in pericolo la loro salvezza eterna, e già in questa vita sono inevitabilmente infelici. Può essere felice sulla terra, di una felicità che è preparazione e anticipo del Cielo, solo chi dimentica se stesso — nel matrimonio come in ogni situazione — e si dedica a Dio e agli altri.

Durante la nostra vita sulla terra, il dolore è la pietra di paragone dell’amore. In modo plastico potrei dire che nel matrimonio c’è un dritto e un rovescio. Da una parte, la gioia di sapersi amati, l’entusiasmo di edificare e di consolidare una famiglia, l’amore coniugale, la consolazione di veder crescere i figli. Dall’altra, dolori e contrarietà, il trascorrere del tempo che logora i corpi e minaccia di inacidire i caratteri, l’apparente monotonia dei giorni che sembrano sempre uguali.

Avrebbe un ben povero concetto del matrimonio e dell’affetto umano chi pensasse che, nell’urto contro queste difficoltà, l’amore e la gioia vengano meno. È proprio allora, invece, che i sentimenti che animavano quelle creature rivelano la loro vera natura, che la donazione e la tenerezza si rafforzano e si manifestano come affetto autentico e profondo, più potente della morte.

Questa autenticità dell’amore richiede fedeltà e rettitudine in tutti i rapporti matrimoniali. Dio — commenta san Tommaso d’Aquino — ha unito alle diverse funzioni della vita umana un piacere, una soddisfazione; quindi, questo piacere e questa soddisfazione sono buoni. Ma se l’uomo, invertendo l’ordine delle cose, cerca tali sensazioni come valore ultimo, disprezzando il bene e il fine a cui devono essere connesse e ordinate, le perverte, le snatura, trasformandole in peccato o in occasione di peccato.

La castità — che non è semplice continenza, bensì affermazione decisa di una volontà innamorata — è una virtù capace di conservare la giovinezza dell’amore in qualunque stato di vita. Vi è la castità di coloro che sentono il destarsi della pubertà, la castità di coloro che si avviano al matrimonio, la castità di chi è chiamato da Dio al celibato, la castità di chi è già stato scelto da Dio per vivere nel matrimonio.

Come non ricordare le parole energiche e chiare tramandateci dalla Vulgata, con le quali l’arcangelo Raffaele ammonisce Tobia prima delle nozze con Sara? Ascoltami — dice l’angelo — e ti mostrerò chi sono coloro contro i quali può prevalere il demonio. Sono quelli che abbracciano il matrimonio in modo tale da escludere Dio da sé e dalla loro mente, e si lasciano trascinare dalla passione come il cavallo e il mulo, che sono privi di intelletto. Su costoro ha potere il diavolo.

Non c’è posto per un amore schietto, sincero e felice quando nel matrimonio non si vive la virtù della castità, che rispetta il mistero della sessualità e lo ordina alla fecondità e alla donazione. Io non parlo mai di impurità ed evito sempre di scendere in casistiche morbose e senza senso; ma di castità e di purezza, di affermazione lieta dell’amore, ho parlato moltissime volte, e devo parlarne.

In tema di castità coniugale, esorto gli sposi a non temere di esprimersi l’affetto; anzi, devono farlo, perché questa inclinazione è la base della vita famigliare. Quello che il Signore chiede loro è il rispetto reciproco, la mutua lealtà, un comportamento improntato a delicatezza, a naturalezza, a modestia. Vi dirò anche che i rapporti coniugali sono decorosi quando sono prova di vero amore e, quindi, sono aperti alla fecondità, ai figli.

Chiudere le fonti della vita è un delitto contro i doni che Dio ha concesso all’umanità, è un segno evidente che è l’egoismo e non l’amore a ispirare la condotta. Allora la vita cristiana si intorbida, perché i coniugi finiscono per guardarsi come complici: e nascono i dissensi che, di questo passo, divengono quasi sempre insanabili.

“fate che i vostri figli vedano che voi cercate di vivere con coerenza la vostra fede, che Dio non è solo sulle vostre labbra, ma è presente nelle vostre opere, che vi sforzate di essere sinceri e leali, che vi amate e li amate veramente”.

Quando l’amore è ravvivato dalla castità coniugale, la vita matrimoniale è espressione di una condotta autentica, e marito e moglie si comprendono e si sentono uniti. Se in vece il bene divino della sessualità si perverte, allora l’intimità si distrugge, e l’uomo e la donna non sanno più guardarsi serenamente negli occhi.

Gli sposi devono costruire la loro convivenza su un affetto sincero e limpido e sulla gioia di mettere al mondo i figli che Dio dà loro la possibilità di avere, sapendo all’occorrenza rinunciare a comodità personali e avendo fede nella Provvidenza divina. Formare una famiglia numerosa, se tale è la volontà di Dio, è una garanzia di felicità e di efficacia, checché ne dicano i tristi fautori di un cieco edonismo.

Non dimenticate che tra gli sposi non è sempre possibile evitare i contrasti. Ma voi non litigate mai davanti ai figli: li fareste soffrire e li indurreste a parteggiare per l’uno o per l’altra, contribuendo forse inconsapevolmente ad aumentare la vostra disunione. Tuttavia i bisticci, purché non troppo frequenti, sono anch’essi una manifestazione d’amore, quasi una necessità. L’occasione, non il motivo, è di solito la stanchezza del marito, spossato dal lavoro, o la fatica — speriamo che non sia il tedio — della moglie che ha avuto da fare con i bambini, con le faccende domestiche e con il suo stesso carattere, a volte un po’ instabile (anche se le donne, quando vogliono, sono più forti degli uomini).

Evitate l’orgoglio, che è il peggior nemico della vostra vita coniugale: nelle vostre piccole liti nessuno ha ragione. Il più sereno dei due deve dire una parola che valga a trattenere il malumore fino a più tardi. E più tardi — da soli — litigate pure, tanto poi farete subito la pace.

Voi donne fate attenzione a non trascurare la cura della vostra persona; ricordate il proverbio: « Quando la moglie non si trascura, il marito non cerca l’avventura ». È sempre attuale il dovere di essere attraenti, come quando eravate fidanzate; dovere di giustizia, perché appartenete a vostro marito. Nemmeno lui deve dimenticare che vi appartiene e che ha l’obbligo di essere per tutta la vita affettuoso come un fidanzato. Brutto segno se sorridete ironicamente a queste mie parole: sarebbe una prova evidente che l’affetto famigliare si è trasformato in gelida indifferenza.

Opus Dei -

FOCOLARI LUMINOSI E ALLEGRI

Non si può parlare di matrimonio senza pensare subito alla famiglia, che è il frutto e la continuazione di ciò che con il matrimonio si inizia. La famiglia è composta non solo dal marito e dalla moglie, ma anche dai figli e, in gradi differenti, dai nonni, dagli altri congiunti e dalle collaboratrici domestiche. A tutti costoro deve giungere quel calore affettuoso e intimo di cui si alimenta un vero ambiente famigliare.

Certo, ci sono degli sposi ai quali il Signore non manda figli: è segno allora che Egli chiede loro di volersi bene con immutato affetto, e di dedicare le loro energie — per quel che possono — a servizi e iniziative per il bene di altre anime. Ma di solito il matrimonio è fecondo, e allora i figli devono costituire la prima preoccupazione degli sposi. La paternità e la maternità non si esauriscono nel momento in cui il figlio nasce: la facoltà di generare — partecipazione al potere di Dio — deve continuare poi come cooperazione all’opera dello Spirito Santo e culminare nella formazione di uomini e donne autenticamente cristiani.

I genitori sono i principali educatori dei figli, sia nell’aspetto umano che in quello soprannaturale, e devono sentire la responsabilità di questa missione che esige comprensione, prudenza, capacità di insegnare e, soprattutto, di amare; nonché l’impegno di dare buon esempio.

L’imposizione autoritaria e violenta non è una buona risorsa educativa. L’ideale per i genitori consiste piuttosto nel farsi amici dei figli: amici ai quali si confidano le proprie inquietudini, con cui si discutono i diversi problemi, dai quali ci si aspetta un aiuto efficace e sincero.

È necessario che i genitori trovino il tempo di stare con i figli e parlare con loro. I figli sono la loro cosa più importante: più degli affari, più del lavoro, più dello svago. In queste conversazioni bisogna ascoltarli con attenzione, sforzarsi di comprenderli, saper riconoscere la parte di verità — o tutta la verità — che può esserci in alcune loro ribellioni. E allo stesso tempo bisogna aiutarli a incanalare rettamente ansie e aspirazioni, insegnando loro a riflettere sulla realtà delle cose e a ragionare. Non si tratta di imporre una determinata linea di condotta, ma di mostrare i motivi, soprannaturali e umani, che la raccomandano. In una parola, si tratta di rispettare la loro libertà, poiché non c’è vera educazione senza responsabilità personale, né responsabilità senza libertà.

I genitori educano soprattutto con la loro condotta. Quello che i figli e le figlie cercano nel padre e nella madre non è soltanto un’esperienza più vasta della loro, o consigli più o meno giusti, ma qualcosa di più importante: una testimonianza sul valore e sul senso della vita, una testimonianza incarnata in un’esistenza concreta, convalidata nelle diverse circostanze e situazioni che si avvicendano lungo l’arco degli anni.

Se dovessi dare un consiglio ai genitori, direi soprattutto questo: fate che i vostri figli — che fin da bambini, non illudetevi, notano e giudicano tutto — vedano che voi cercate di vivere con coerenza la vostra fede, che Dio non è solo sulle vostre labbra, ma è presente nelle vostre opere, che vi sforzate di essere sinceri e leali, che vi amate e li amate veramente.

Così contribuirete efficacemente a fare di loro dei veri cristiani, uomini e donne integri, capaci di affrontare con spirito aperto le diverse situazioni della vita, capaci di porsi al servizio dei loro simili, di contribuire alla soluzione dei grandi problemi dell’umanità, e di testimoniare Cristo nella società a cui domani apparterranno.

Ascoltate i vostri figli, dedicate loro anche il tempo vostro, date fiducia, credete a ciò che vi dicono, anche se talvolta vi ingannano; non meravigliatevi delle loro “contestazioni”, giacché anche voi alla loro età siete stati più o meno contestatori; andate loro incontro, a metà strada, e pregate per loro. Se agirete secondo questo stile cristiano, quando essi avranno delle legittime curiosità, anziché rivolgersi a un amico volgare e senza pudore, si rivolgeranno a voi con semplicità. La vostra fiducia, il vostro contegno amichevole, riceveranno come risposta la loro sincerità. E tutto questo — anche se permangono piccoli contrasti e incomprensioni di poco conto — è quello che si chiama pace famigliare, vita cristiana.

“Non dimenticate che tra gli sposi non è sempre possibile evitare i contrasti. Tuttavia i bisticci, purché non troppo frequenti, sono anch’essi una manifestazione d’amore, quasi una necessità”.

Come descriverò — si domanda uno scrittore dei primi secoli

la felicità di questo matrimonio che la Chiesa fonda, la reciproca offerta conferma, la benedizione suggella, gli angeli proclamano e Dio stesso ha celebrato? […] I due sposi sono come fratelli, servi l’uno dell’altra, senza che si dia fra loro separazione alcuna, né nella carne né nello spirito. Perché veramente sono due in una sola carne, e dove c’è una sola carne deve esserci un solo spirito […] Contemplando questi focolari, Cristo si rallegra e invia la sua pace; dove sono due, lì c’è anche Lui, e dove c’è Lui non può esserci alcun male.

Abbiamo cercato di ricordare e commentare alcuni lineamenti dei focolari in cui si riflette la luce di Cristo, e che sono perciò focolari luminosi e allegri: in essi l’armonia che regna tra i genitori si trasmette ai figli, a tutta la famiglia e all’ambiente circostante. Così, in ogni famiglia autenticamente cristiana, si riproduce in un certo modo il mistero della Chiesa, scelta da Dio e inviata come guida del mondo.

Opus Dei -

A ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione — sacerdote o laico, sposato o celibe — si adattano pienamente le parole dell’Apostolo che si leggono nell’epistola della festa della Sacra Famiglia: Scelti da Dio, santi e amati l. Tali siamo tutti noi, ciascuno nel suo posto nel mondo, nel luogo che a ciascuno è proprio: uomini e donne scelti da Dio per rendere testimonianza a Cristo e portare a chi ci circonda la gioia di sapersi figli di Dio, nonostante i nostri errori, contro cui dobbiamo lottare efficacemente.

È molto importante che il senso vocazionale del matrimonio sia sempre presente, tanto nella catechesi e nella predicazione quanto nella coscienza di coloro che Dio prepara a questo cammino, poiché è attraverso di esso che sono realmente chiamati a incorporarsi al disegno divino di salvezza di tutti gli uomini.

Non si può quindi proporre agli sposi cristiani un modello migliore di quello delle famiglie dei tempi apostolici: la famiglia del centurione Cornelio, che fu docile alla volontà di Dio e nella cui casa si realizzò l’apertura della Chiesa ai gentili, quella di Aquila e Priscilla, che diffusero il cristianesimo a Corinto e a Efeso e collaborarono all’apostolato di san Paolo; quella di Tabita, che con la sua carità soccorse i bisognosi di Joppe, e tanti altri focolari di giudei e di gentili, di greci e di romani, nei quali attecchì la predicazione dei primi discepoli del Signore.

Famiglie che vissero di Cristo e che fecero conoscere Cristo; piccole comunità cristiane che furono come centri di irradiazione del messaggio evangelico. Focolari come tanti altri di quei tempi, ma animati da uno spirito nuovo che contagiava chi li avvicinava e li frequentava. Così furono i primi cristiani, e così dobbiamo essere noi, cristiani di oggi: seminatori di pace e di gioia, della pace e della gioia che Gesù ci ha guadagnato.

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Francesco d’Assisi non è un santo popolare

Di Antonio Margheriti Mastino, il 5 ottobre 2013

francesco estasiL’Assisiate e ciò che ne è derivato sono stati una colata di grazia sulla Chiesa, non v’è dubbio. Ma ammetto che non ho mai amato né il francescanesimo, né i francescani, né Francesco: né quando ero un cattolico liberal, né dopo, quando cercai di accettare l’ortodossia e di fatto convertendomi davvero al cattolicesimo. Il suo carisma mi è estraneo. Non lo amo, ma come nessuno mi affascina: non è un caso che le figure alle quali sono più legato come studioso di storia ecclesiastica e come devoto cattolico, siano proprio le figure francescane (da Bernardino da Siena a Giuseppe da Copertino, da Antonio da Padova a Pietro d’Alcantara, etc.etc.). Ma non è di questo che voglio dirvi.

È veramente curioso constatare, guardando alla storia della religiosità popolare, come Francesco, proprio lui, il “Poverello d’Assisi”, non sia mai stato davvero un’icona religiosa del popolo. Al contrario, è stato sempre un’icona degli intellettuali interni o esterni alla Chiesa, ma sempre in polemica con l’uno o l’altro aspetto della medesima; persino quanto di più detestato c’era da Francesco, gli eretici, persino questi hanno spesso (anzi: quasi sempre) sbandierato il suo nome in funzione magari “antipapista”. Ed è per tutto questo che è il santo più manipolato, strumentalizzato in ogni epoca, e perciò a tuttoggi il più misterioso e sconosciuto, sfigurato se vogliamo, e usato a copertura delle peggiori nefandezze mondane prima ancora che religiose. Non c’è ideologia politica, la più perversa anche, che non lo abbia fatto proprio: i radicali massonici, i liberal, i marxisti, socialisti, anarchici, verdi fanatici, molti fascismi; insomma, tutte le più miscredenti religioni politiche e teologie del potere.

Dovrei meravigliarmi, invece no. So perché è successo: perché tutte queste cose col francescanesimo condividono un elemento: l’utopia. Il francescanesimo nasce da un’utopia. E al suo interno spesso hanno agito correnti assai prossime alle eresie, quella gnostica soprattutto, che da quel movimento messo in piedi dal frate non potevano che essere attratte come api da una fioraia. Perciò ne furono sempre attirate le élite, i colti, gli eresiarchi e gli utopisti e ideologi d’ogni risma, gli sbandati pensanti, i politici. Appunto per questo suo nascere dall’utopia, ed essendo perciò necessariamente borderline, al limite estremo, sul filo del rasoio, nell’esatto punto dove si divaricano due realtà contrapposte. Per questo nessun movimento religioso ha dato tanto alla Chiesa, e nessuno, al contempo, le ha procurato tanti danni: del resto da quando è nato, proprio per quella scaturigine che dicevamo, gli stessi francescani non hanno fatto altro per secoli, e sin dal primo momento, che dilaniarsi e dividersi fra loro, spesso in fortissima polemica.

Una sindrome eminentemente politica diresti, tanto da rasentare la lotta perpetua tra massimalisti e riformisti in ambito laico, ma che in questo caso francescano venivano distinti tra spirituali e conventuali (nella prima fase, poi si moltiplicheranno come in un effetto domino). Proprio come le grandi strutture ideologiche a fondamento utopistico, come i partiti socialisti del secolo scorso, i francescani si portano da sempre nel DNA il germe della scissione. Ultimo caso in ordine di tempo, postmoderno, mentre il meglio è già passato, quello dei Francescani dell’Immacolata: lì pure, le dinamiche interne sono state quelle di inveterata memoria proprie del francescanesimo storico. Al pari degli altri francescanesimi, anche questo manelliano nasce da un’utopia rivestita di rigore e concretezza. Si scinderanno, prima di accompagnarsi con la massima dignità possibile verso l’estinzione.

Ma stupisce – tornando al discorso iniziale – questa mancata adesione del popolo minuto alla figura del gran Fondatore: nelle case dei semplici fedeli, delle nonne, non troveremo mai sul comò statue e immagini del Santo, difficilmente l’avrebbero invocato ed eletto a loro nume tutelare. Ma perché mai, se era pur sempre il “poverello” per antonomasia tal quale tanti poveri cristi? se era l’amabile protagonista delle dolciastre leggende bucoliche, tanto da sembrare disegnato su misura per il popolino e, magari, per i gonzi? Perché allora questo “popolino” non l’ha mai adottato il Poverello d’Assisi?

Ma perché avvertivano a pelle la natura eminentemente politica, ideologica, utopistica, disincarnante quasi, della sua icona. Da una parte. Dall’altra, presentivano che la sua riduzione a leggenda melensa era qualcosa di artificiale, posteriore, pensata a tavolino dai vertici per disinnescarne la potenziale e virile forza eversiva, tale almeno poteva diventare (e molte volte diventò) per i suoi epigoni e seguaci, più o meno in buona fede. Mancava, al contrario di quanto vorrebbe farci credere la mielosa e alla fine velenosa legenda aurea e mondana costruita sulla sua sagoma, mancava quella necessaria “materialità” del santo che piace tanto al popolo fedele.

Stranamente, sarà proprio uno dei primi francescani, un vero intellettuale (al contrario dell’astuto ma incolto Assisiate) come Antonio di Lisbona, il Santo di Padova, a supplire a questa carenza: diventando il più popolare dei santi, il più venerato della storia, quello delle “13 grazie al giorno”. Il Taumaturgo, dunque: figura mistica tra le predilette dal popolo, perché “utile”, concreta, “materiale”, tangibile perché incarnata iniettandosi come un antibiotico nella carne dell’uomo piagata dal peccato originale, prodigioso anello di congiunzione tra la terra e il cielo.

Francesco degli equivoci. Lo fu popolare, certo, ma figura fin da subito fraintesa – interpretata troppo in senso ultra-rigorista o ultra-lassista, in senso politico o spiritualista –, lo fu tra i ribelli, i movimentisti ereticali, tra i randagi teologici, gli esagitati morali e spirituali d’ogni tempo e risma. Il francescanesimo portò una caterva di equivoci ed eresie, che se non raggiunsero dimensioni pandemiche e non furono mortali per la Cristianità è per via della loro natura appunto “settaria” tendente al frazionamento interno infinitesimale, che ne disinnescava la forza sovversiva.

Nel suo Dna, il francescanesimo, portò sempre uno zelo sfrenato che proprio perché aspirante al massimo della perfezione nell’Ideale, era anche il più prossimo all’eterodossia; e la sua ortodossia, sempre tesa pericolosamente tra due opposti estremi, fu cronicamente borderline.

639 risposte a “Apotàsso è ‘Amministrare’

  1. Vangelo di Luca 14,15-24

    In quel tempo, 15 uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!»
    16 Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17 All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18 Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19 Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20 Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
    21 Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22 Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23 Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, perché la mia casa si riempia. 24 Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

    Ultima cena

    La vita non ha previsto per l’uomo l’ultima cena. Nemmeno quella di Gesù con i suoi discepoli prima dei giorni della passione e della sua uccisione in croce si può definire ultima cena. L’ultima cena non è prevista nei disegni della vita, perché, dopo la vita terrestre, gli uomini che entreranno nelle dimore delle città celesti saranno belli come gli angeli e splendenti come il sole e potranno godere di banchetti e cene senza fine. L’ultima cena non è prevista dalla vita ma, per la legge dominante della libertà, potrebbe essercene una per chi lo desidera, per quelli che non hanno risposto all’invito della vita.
    L’ultima cena terrena è per quelli che hanno detto di no all’invito più grande, è per quelli che per primi sono stati invitati a cibarsi alla tavola delle procedure della conoscenza immensa del Signore della Vita, tavola imbandita della sua sapienza suprema, e che non hanno voluto nemmeno sedersi un attimo per assaggiarne la squisitezza. L’ultima cena è per gli uomini e le donne di questa generazione che non hanno voluto gradire l’invito a sedersi a tavola con il Signore per alimentarsi delle sue procedure per essere felici, vivere in pace, sani e nel benessere. L’ultima cena è per coloro che cenano per l’ultima volta, l’ultimo giorno della loro vita terrena, e, quando riaprono gli occhi nella vita senza fine, per loro non ci sono più tavole imbandite, non più banchetti festosi. Veramente per costoro l’ultima cena terrena è davvero l’ultima cena. L’ultima cena terrena è per coloro ai quali per primi il Signore della Vita ha rivolto l’invito: Venite, è pronto, ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Sono quelli che si scusarono, si scusano e si scuseranno di non potersi sedere a mensa della conoscenza delle procedure divine della felicità, in nome degli affari, degli interessi, della sicurezza economica, del potere, del possesso, dell’avidità. Sono quelli che si scusarono, si scusano e si scuseranno di non poter alimentare la propria vita della fragranza e dell’intelligenza delle procedure divine della felicità, in nome della propria realizzazione personale, delle proprie distrazioni, dei propri sogni personali, delle proprie aspettative, del successo e del prestigio. Sono ancora quelli che si scusarono, si scusano e si scuseranno di non poter corrispondere all’invito alla festa, al banchetto, alla mensa della conoscenza in nome degli amori, delle relazioni, dei legami, degli affetti terreni. Coloro che vivranno la loro ultima cena sulla terra sono quelli che, in nome dell’avidità, dell’ambizione e dei legami affettivi, hanno rifiutato di alimentarsi al banchetto della vita nella sua pienezza, secondo le procedure della felicità proposte dal Signore della Vita, e per questo motivo non conosceranno i banchetti celesti.
    Nei banchetti celesti c’è posto per tutti ma non per quelli che non hanno voluto alimentarsi delle procedure divine della felicità e che, per rincorrere la felicità stessa, si sono affidati all’energia dell’avidità, dell’ambizione, dei legami. Nei banchetti celesti la festa è senza fine e i testi evangelici affermano che sarà il Signore della Vita che passerà a servire i suoi figli nel banchetto che non conosce tramonto (Luca 12,37). Ma per coloro che avranno rifiutato di alimentarsi della conoscenza delle procedure della felicità, adducendo come scuse l’avidità, l’ambizione e i legami affettivi, posto non ce ne sarà. È il Signore della Vita che dice: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena.
    Per l’uomo non era prevista l’ultima cena nei disegni di Dio, ma se l’uomo sceglie di non alimentarsi di Dio qui sulla terra come farà a cenare con lui per l’eternità?

    Nota per il lettore
    La riflessione Ultima cena è tratta dal libro Innamorati dell’amore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2013.

  2. Vangelo di Luca 14,12-14

    In quel tempo, Gesù disse poi al capo dei farisei 12 che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

    Altra avvertenza

    Come l’ambizione è generata dal senso di inferiorità, così l’incapacità di fare le cose gratuitamente deriva dal perenne senso della mancanza e della miseria. Il senso della miseria e della mancanza attivano nella mente la sete inestinguibile del controllo. Gesù avverte che fare le cose per ricevere sempre una ricompensa, una contropartita, è il modo più certo per vivere ulteriormente e per sempre nella miseria e nella mancanza, perché, profondere energia per poi averne il controllo, pone completamente fuori dal cerchio della ricompensa divina e celeste. Amare per ricevere ricompensa non è amore, ma desiderio di controllo. Così come rispettare, affaccendarsi, relazionarsi, donarsi, offrire per ricevere una ricompensa di qualsiasi tipo, non è altro che un modo di controllare e di avere il controllo. Controllare l’energia profusa dal proprio cuore avrà come conseguenza inevitabile voler controllare il destino degli altri. Voler controllare il destino degli altri è stupidità suprema e non avrà altra ricompensa che veder sfuggire tutto, proprio tutto dal cuore e dalle mani.

    Nota per il lettore
    La riflessione Altra avvertenza è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  3. Vangelo di Giovanni 6,37-40

    In quel tempo, Gesù disse alla folla: «37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
    39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
    40 Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

    Il mandato del Mandato

    Gesù è il Cristo, cioè l’Unto, il Consacrato, il Mandato. Gesù un giorno è stato mandato dal Padre celeste sulla terra, con un mandato estremamente preciso e assoluto. Per tutta la durata della sua visita sulla terra, la volontà del Padre diventa il mandato stesso di Gesù, che Gesù esprime splendidamente così: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Nell’inganno quotidiano di Satana, l’uomo si sta perdendo, perdendo completamente, e Satana gli sta portando via tutto. L’uomo sta perdendo se stesso, la terra su cui vive, la vita stessa, il respiro, la serenità, la gioia, la luce della conoscenza, la pace, il vero benessere per tutti. L’uomo si sta perdendo e non ci sono più luci che sappiano illuminare il suo cammino e non c’è più sale di intelligenza che possa ridare saggezza alla sua mente. Il mandato di Gesù è fornire all’umanità le procedure del vangelo che lui stesso incarna perfettamente e stupendamente, per risollevare verso la luce di una nuova evoluzione tutta l’umanità.
    Il vangelo è un sistema innovativo e rivoluzionario che, se vissuto e realizzato, garantisce il più alto livello di evoluzione umana in tutti gli aspetti della vita e dell’esistenza. È un sistema tanto perfettamente efficace e funzionante, quanto ancora completamente sconosciuto e inutilizzato sia dall’umanità in genere sia da coloro che lo annunciano. La prova che nessuno sta realmente utilizzando il vangelo come sistema vitale per la vita è il malessere, la miseria, la malattia, la paura, la schiavitù, l’ignoranza, l’involuzione in cui l’umanità sta versando.
    Il mandato di Gesù non è fondare sulla terra una nuova religione – nessuno più del Padre sa perfettamente che l’uomo non ha bisogno di altre religioni, altri poteri, gerarchie, istituzioni – ma fare in modo che nessuno dei figli di Dio si perda e vada perduto. Il mandato di Gesù, non è che l’uomo non si perda e non vada perduto rispetto unicamente alla vita eterna ma, prima di tutto e soprattutto, che non si perda e non vada perduto rispetto alla vita di questa terra. L’uomo che si perde e va perduto su questa terra è un uomo che crea sofferenza, tristezza, ingiustizia, violenza, conflitto, vanità, ambizione, distruzione. Il mandato del Mandato è che l’uomo sia recuperato alla vita della terra prima ancora che alla vita del cielo. Non si può recuperare l’uomo allo splendore e all’armonia del cielo eterno, senza recuperare l’uomo allo splendore e all’armonia del cielo di questa vita terrena. È ingannevole, limitante e scorretto annunciare che Gesù è stato mandato dal Padre sulla terra esclusivamente perché gli uomini possano raggiungere il paradiso, la vita eterna. È questa errata convinzione che ha causato la netta, terribile, mortale separazione tra spiritualità evangelica e vita sociale, tra spiritualità e laicità. Il mandato di Gesù è prima di tutto che nessuno dei figli di Dio possa perdere la bellezza, la grazia, l’amore, la felicità, la pace della vita già su questa terra. Saranno la bellezza, la grazia, la felicità, la pace, l’amore vissuti nella vita terrena che apriranno le porte della vita senza fine nei cieli dei cieli.
    Gesù riceve il mandato del Padre di garantire all’umanità prima di tutto la sua splendida evoluzione sulla terra, per prepararla alla dimensione celeste, e mai e poi mai perché l’uomo possa accedere alla dimensione celeste rinnegando o tralasciando la dimensione terrena. Il mandato di Gesù è liberarci il cuore dalle schiavitù, la mente dall’ignoranza, lo spirito dalla paura, perché nessuno degli uomini si perda e vada perduto. Il vangelo è un sistema di procedure e conoscenze che assicurano la totale riuscita, perfezione, sanità, felicità dell’esistenza umana sulla terra.
    Il mandato del Mandato è salvare tutti, non solo per la vita del cielo ma, prima di tutto, per la vita su questa meravigliosa terra e, in nome di questo mandato, il Mandato non ha esitato a lasciarsi torturare e uccidere. Il Mandato ha un solo desiderio, il desiderio stesso del Padre e del Santo Paraclito: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Passeranno i cieli e la terra ma questo desiderio di Dio non passerà. Stiamo tutti fluttuando nel cuore di questo splendido desiderio divino.

    Nota per il lettore
    La riflessione Il mandato del Mandato è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  4. Vangelo di Matteo 5,1-12a

    In quel tempo, 1 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
    3 «Beati i poveri in spirito,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    4 Beati quelli che sono nel pianto,
    perché saranno consolati.
    5 Beati i miti,
    perché avranno in eredità la terra.
    6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
    perché saranno saziati.
    7 Beati i misericordiosi,
    perché troveranno misericordia.
    8 Beati i puri di cuore,
    perché vedranno Dio.
    9 Beati gli operatori di pace,
    perché saranno chiamati figli di Dio.
    10 Beati i perseguitati per la giustizia,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

    È sicuro

    La beatitudine che Gesù annuncia è uno stato totale dell’essere che coinvolge e invade tutta la persona umana in ogni sua dimensione spirituale, psichica e corporea. Le beatitudini sono la proposta evolutiva di Gesù per tutta l’umanità, già a partire dalla vita su questa terra. Lo stato di beatitudine che Gesù annuncia agli uomini realizza l’unione grata con il tutto e con l’uno, in equilibrio salutare e nel reale benessere per tutti gli uomini, nella condivisione equa e abbondante di tutte le risorse e le ricchezze della terra.
    A quali scelte, pensieri, dialoghi interiori, valori, decisioni è dunque inscindibilmente legata la beatitudine reale dell’uomo e dell’umanità che Gesù annuncia?
    La beatitudine reale dell’uomo è legata alla povertà di spirito. Non si tratta affatto di miseria dell’anima, ma di quel potentissimo atteggiamento spirituale che, in qualsiasi frangente della vita, prevede, prima e anzitutto, anticipatamente e fondamentalmente, un fiducioso totale abbandono in Dio.
    L’opposto dell’essere povero in spirito è il pensare male di Dio e, pensando di essere da lui ingiustamente abbandonati, forzare la vita e le situazioni per averne il controllo, sostituendosi a lui e alla sua fantasiosa provvidenza.
    La reale beatitudine dell’uomo è legata al fatto di potersi trovare a piangere solitudine, incomprensione, emarginazione, difficoltà non a causa del proprio malato dialogo interiore, ma a motivo della persecuzione, dello sciacallaggio e della violenza dei poteri forti che si oppongono alle realtà di giustizia e di pace in cui si crede. L’opposto di questa beatitudine è entrare in rivolta contro Dio e il suo modo di intervenire e agire che non si accorda con i nostri sistemi di pensiero. Questo comporta diventare duri di cuore e perdere la gratitudine del cuore, la passione e l’amore per le realtà in cui si crede, a causa delle persecuzioni e delle incomprensioni.
    La reale beatitudine dell’uomo è legata alla mitezza, alla misericordia, all’assenza di giudizio e condanna con cui si compie ogni azione e si svolgono tutti i nostri compiti e le nostre relazioni. L’opposto di questa beatitudine è il delirio di onnipotenza dello sguardo indagatore e giudice, è quel mettersi al posto di Dio che conduce alla superbia e all’arroganza e che spegne nel cuore mitezza e misericordia, sfociando nell’ambizione più sfrenata.
    La reale beatitudine dell’uomo è legata alla potenza spirituale della nostra fame e sete di giustizia e benessere a favore di tutti che realizza le nostre azioni come operatori di pace. L’opposto di questa beatitudine è considerare Dio un nemico del proprio benessere, un disturbo fastidioso, una seccatura molesta nel vivere e organizzare la vita unicamente per il proprio vantaggio e nell’operare scelte e progetti solo e unicamente per i propri interessi e priorità.
    La reale beatitudine dell’uomo è legata alla forza di accettare serenamente, anzi, con profondo onore interiore, la persecuzione, l’insulto, la calunnia, se queste derivano a causa del proprio desiderio di seguire il vangelo e il Maestro Gesù. L’opposto di questa beatitudine è combattere in nome di Dio, usare la sete di vendetta, l’ira, la violenza, il conflitto nel suo nome.
    È sicuro. Non c’è possibilità di errore. È sicuro, assolutamente sicuro: l’uomo che segue queste beatitudini sarà felice, pienamente felice ed equilibratamente sano, anche nei momenti difficili e faticosi dell’esistenza. È sicuro: l’uomo che segue l’opposto di queste beatitudini non conoscerà mai la felicità, la pace, la realizzazione di sé, il vero benessere, la salute, la beatitudine. È sicuro.

    Nota per il lettore
    La riflessione È sicuro è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012

  5. Vangelo di Luca 14,1-6

    1 Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2 Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
    3
    Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?» 4 Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
    5
    Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?» 6 E non potevano rispondere nulla a queste parole.

    Gli occhi che tacciono

    La legge dello shabbat, la legge del riposo, ha radici antichissime nel testo della bibbia, prende vita addirittura dal racconto della creazione nel libro di Genesi. La legge dello shabbat è stata donata da Dio agli uomini come una misura preventiva per evitare grandi mali e gravissimi danni all’esistenza stessa dell’uomo e per garantire all’umanità una vita equilibrata, sana, evoluta intellettualmente, elevata spiritualmente. La legge dello shabbat è stata donata da Dio agli uomini come un aiuto solenne perché la loro vita si potesse muovere sempre in grande e perfetto equilibrio tra lavoro e riposo, tra tensione e rilassamento, tra usura di energie e ripristino delle forze, tra impegno e gioco, tra dedizione per trasformare la materia e adorazione amante e grata allo Spirito, tra progettazione imprenditoriale e affetti relazionali, tra il freddo glaciale dei contratti lavorativi ed economici e il calore rigenerante delle relazioni amorose e amicali. Quando Gesù osserva che il magnifico e vitale spirito della legge dello shabbat è stato tradito e trasformato in un purulento malmenarsi di leggi, precetti, cavilli, sofismi inutili e mortali, più volte manifesta il suo stupito, addolorato rammarico. Nel racconto dell’incontro con l’uomo ammalato di idropisia (l’idropisia o anasarca è un edema generalizzato del tessuto cellulare sottocutaneo con versamento nelle cavità sierose, pleura, pericardio, peritoneo), lo stupito, addolorato rammarico di Gesù è totalmente evidente, così evidente che in questa occasione non sono i nemici di Gesù a metterlo alla prova con qualche cavillo sulla legge dello shabbat ma è Gesù stesso che li precede e chiede a tutti: È lecito o no guarire di sabato? Con questa domanda, Gesù non solo chiede se si possa operare un miracolo in giorno di sabato, e se dunque il miracolo possa essere considerato un lavoro, ma soprattutto se il giorno di sabato, il giorno del riposo, sia da considerarsi, per la mentalità ipocrita dei legalisti, un giorno dedicato alla vita o un giorno dedicato alla morte. La domanda di Gesù non riceve risposta perché, anche se intellettualmente sterilizzati dalla legge, i legalisti lì presenti non possono nemmeno per arroganza dimostrare di essere così stupidi da negare lo splendore incomprimibile dell’evidenza, e così tutti loro tacciono. Tacciono perché, come dice il testo, non potevano rispondere nulla a queste parole, in quanto Gesù rende manifesta la loro incapacità intellettuale e spirituale di affrontare con amore, dedizione, fantasia, intelligenza la realtà imprevedibile della vita. Tacciono perché, al contrario di quello di cui loro sono convinti, Gesù rivela in modo inequivocabile che la vita dev’essere affrontata con la vita, non con la morte, non può essere risolta con la legge ma con l’amore. Tacciono perché la loro mente è accecata dalla compulsiva necessità di trovare una legge che regoli ogni circostanza, rapporto, occasione, un decreto che disciplini ogni processo comportamentale, scelta, decisione. Tacciono perché, pur essendo di fronte alla possibilità di assistere a un miracolo, a una guarigione meravigliosa, a un’esplosione di gioia e di pace, di armonia e salute ritrovata, rimangono legalisti nel midollo, freddi e insipienti nell’animo e, nel loro silenzio forzato in cui si trincerano, rimangono legalisti, legalisti anonimi, senza volto, senza voce, senza cuore.
    La legge dello sabbat, come Gesù la vede realizzata dalle tradizioni e dalle convenzioni sociali umane, dalla mentalità del suo tempo, non è più un’indicazione divina donata all’uomo per il benessere e l’armonia della propria vita, ma una legge isterica, paranoica, schizofrenica, fanatica, delirante, inutile per il benessere e per il miglioramento della qualità della vita dell’uomo, anzi controproducente.
    Quando guardi un uomo attraverso gli occhi della legge non è mai per capirlo, ma per colpirlo. Quando guardi un uomo attraverso gli occhi della legge non è mai per comprenderlo, ma per sezionarlo. Quando guardi un uomo attraverso gli occhi della legge non è mai per liberarlo, ma per opprimerlo. Quando guardi un uomo attraverso gli occhi della legge non è mai per elevarlo, ma per affossarlo. Quando guardi un uomo attraverso gli occhi della legge non è mai per proteggerlo, ma sempre e solo per proteggere te stesso, i tuoi interessi, la tua mentalità.
    Gli occhi della legge sono sempre inquisitori e non sono mai giusti, perché dietro gli occhi della legge non c’è conoscenza, non c’è sapienza, non c’è intelligenza, non c’è cuore, non c’è sano realismo e nemmeno il più elementare buon senso.
    Gli occhi della legge davanti a Gesù rimangono muti, perché la legge è senza la luce e la voce dell’amore e della vita.
    Gli occhi di Gesù e di coloro che credono alla vita e amano la vita non guardano la realtà e l’umanità alla luce della legge e dei precetti, ma alla luce della comprensione, della misericordia.
    Il cuore di Gesù e di coloro che credono alla vita e amano la vita non affronta la realtà e l’umanità con la forza dei decreti e delle norme, ma con la forza dell’amore e del perdono.
    Chi ama non si alimenta di giudizio, ma di amore, non si alimenta di pregiudizio, ma di gratitudine.

  6. Vangelo di Luca 13,31-35

    31 In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
    32 Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33 Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
    34 Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»

    Distànziati

    Gerusalemme-Umanità, tu sei colei che uccidi tutti i profeti e ti arroghi il vanto di ucciderli tutti tra le tue mura, perché il punto di vista da cui guardi è così stretto e ravvicinato che vedi costoro come nemici, impostori, voci scomode, incontrollabili, inedite. Gerusalemme-Umanità, tu sei colei che uccide a colpi di pietra in faccia coloro che sono stati mandati a te per aiutarti, per salvarti, per guidarti, per evitarti il fuoco e la nullificazione. Tu lanci pietre ai tuoi soccorritori e dei tuoi angeli custodi te ne fai beffe, e lo fai in nome della giustizia, della verità, per il bene di tutti, perché il punto di vista da cui guardi è così stretto e ravvicinato che vedi solo i tuoi interessi del momento, i tuoi vantaggi, le tue priorità istantanee. Gerusalemme-Umanità, tu sei colei che ha rifiutato di raccogliere e proteggere i tuoi figli sotto le ali dell’Eterno, per spingerli in tutti i modi a rifugiarsi sotto le ali del nemico, dell’impostore, del divisore, perché il punto di vista da cui guardi è così stretto e ravvicinato che farti ingannare è diventata la tua caratteristica identificativa. Gerusalemme-Umanità, tu sei colei che verrà abbandonata a se stessa, perché il punto di vista da cui guardi è così stretto e ravvicinato che non sei riuscita a comprendere che la tua casa è l’amore, non il denaro, il potere, le armi, l’ambizione, la vanità, l’immagine. Gerusalemme-Umanità, tu sei colei che, a causa del punto di vista da cui guardi così stretto e ravvicinato, non sarai più capace di vedere il volto del Signore nella bellezza della vita, nella meraviglia dell’universo, nella compassione, nel perdono, nel volto dei fratelli, e il giorno in cui il Signore, il Benedetto, tornerà, solo tu, Gerusalemme-Umanità, di questa generazione non piangerai di gioia e nessuno per te piangerà di compassione. Distànziati dal punto di vista da cui guardi, Gerusalemme-Umanità, e forse potrai vedere un po’ di luce, prima che la luce non possa più vedere te.

    Nota per il lettore
    La riflessione Distànziati è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  7. Vangelo di Luca 13,22-30

    In quel tempo, Gesù: 22 passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»
    Disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!” Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26 Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. 27 Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!” 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
    29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

    Porta stretta

    La porta, proprio quella porta, è stretta. Perché? Perché doversi sforzare per entrare? Che cos’ha questa porta, quest’ultima apertura verso l’infinito, di così difficile da chiedere sforzo, lotta, impegno per essere attraversata? Perché poi dover lottare per entrare attraverso quella porta? Perché la lotta per entrare? Perché molti lotteranno, spingeranno, si sforzeranno per entrare ma alla fine mancherà loro il vigore? Ma perché dopo una vita terrena di difficoltà, solitudini, tristezze, paure, miserie, ristrettezze, anche la porta, l’ultima porta, deve essere stretta? Semplicemente perché la porta, quell’ultima porta, non è un’altra porta, non è una porta diversa, ma è la stessa porta. La porta è la stessa. La porta è la stessa da cui siamo passati un giorno, noi esseri di luce ed esseri spirituali, fatti a immagine e somiglianza di Dio, per entrare in questa dimensione terrestre. La porta è la stessa, non è un’altra. È la stessa porta. La stessa porta, la stessa fessura che è servita all’umanità per uscire dalla dimensione divina, dalla casa del Padre, dopo la scelta di staccarsi da Dio e di fare da soli. Quella stessa porta e fessura ci permetterà di ritornare nella dimensione divina, nella luce senza fine del cielo, tra i cori festanti della casa del Padre. La porta è la stessa ed è misurata, commisurata e intagliata nella luce, perfettamente aderente alle misure del nostro spirito, del nostro luminosissimo essere divino. La porta in verità non è stretta, non si è ristretta, siamo noi che dopo la vita terrena potremmo arrivare alla sua soglia, il giorno dell’attraversamento, deformi di rabbia, ingrassati a dismisura di possesso e di attaccamenti, distorti e storpiati dai legami umani che hanno sostituito i legami con l’Eterno, snaturati dalla mancanza di amore, lacerati e svuotati a causa della nostra mancanza di compassione e misericordia. In verità non è la porta che è stretta, potremmo essere noi così deformi da non poterci più entrare. La porta non è affatto stretta, è perfettamente misurata sulle graziose e divine forme del nostro spirito divino, è regalmente aderente allo splendore del nostro essere immortale e divino. C’è un solo modo per mantenersi in forma spiritualmente e poter attraversare in tutta facilità quella porta: Amare Dio sopra ogni cosa, amare gli altri come se stessi. Paradossalmente, bisogna crescere nell’amore, essere grandi nell’amore, per essere in forma per quella porta, per quella porta che stretta non è perché la porta dell’amore è.

    Nota per il lettore
    La riflessione Porta stretta è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  8. Vangelo di Luca 6,12-19

    12 In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: 14 Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; 16 Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
    17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

    Chi è cambiato?

    Se da Lui usciva un’energia potente capace di sanare e curare ogni persona da qualsiasi malattia e infermità, di certo il suo obiettivo è la salute e l’armonia interiore e fisica dell’uomo. Ora, come è possibile che solo dopo qualche secolo l’idea comune della gente è considerare le malattie e le infermità una prova divina, la croce del Signore o una maledizione? È cambiato Lui? È cambiato nei secoli il suo obiettivo? È cambiata la sua potenza? Si sono indebolite le sue risorse energetiche? Lui ha perso la mano taumaturgica? È cambiato Lui o qualcuno si è dato da fare per ingannare i popoli e cambiare Lui davanti agli occhi della gente? È cambiato Lui o noi abbiamo imparato a deformare le sue stesse parole per invertire i suoi obiettivi e modificare completamente le conoscenze che ci ha donato a nostro vantaggio? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Se ai dodici discepoli, che Lui stesso costituisce suoi apostoli per la salvezza del mondo, il primo comando e potere affidato, prima ancora di annunciare il vangelo, è di guarire i malati, come mai gli apostoli non possiedono più questa capacità? Come mai la mentalità comune, anche dei suoi discepoli, è che la malattia sia un percorso obbligato per la condizione umana, anzi un percorso luminoso per la redenzione? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Lui è venuto a liberare l’uomo da dentro, a risvegliarlo nella sua regale altissima nobiltà di figlio di Dio, rivelando al mondo che c’è un solo Dio Padre di tutti e che tutti gli uomini sono fratelli di uguale dignità e preziosità. Perché allora, lungo i secoli, anche da parte dei suoi discepoli, la schiavitù non è stata considerata subito e sempre un male supremo, un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, anzi è stata difesa, praticata e perpetuata dagli uomini di religione come un bene sociale indispensabile? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Se Lui desiderava per noi il benessere totale, la felicità piena, la sua stessa felicità traboccante, come mai la mentalità comune che si è affermata è che tutto ciò che ci affligge è croce del Signore, che la miseria è una condizione normale e può essere usata come gradino per l’evoluzione spirituale? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Se Lui ci ha rivelato che nulla è per caso, che tutto dipende dal nostro orientamento mentale, dalla nostra capacità di metànoia, di cambiamento interiore, perché anche in chi dice di credere in Lui è entrata la convinzione che esiste la sfortuna, il caso e la vita è una specie di partita a dadi senza senso nelle mani di un Dio lunatico e giudice? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Se Lui ha sempre e solo annunciato la potenza del perdono e dell’amore, perché per chi dice di credere in Lui, fare la guerra, trucidare, torturare, massacrare, depredare, saccheggiare è diventato un modo supremo per servire Dio e la sua volontà, anzi è diventata la volontà di Dio? È cambiato Lui o noi abbiamo cambiato Lui? Se è cambiato Lui, l’infedele è Lui. Se lo abbiamo cambiato noi, gli infedeli siamo noi.

    Nota per il lettore
    La riflessione Chi è cambiato? è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  9. Vangelo di Luca 13,10-17

    In quel tempo, Gesù 10 stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 11 C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 12 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». 13 Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
    14 Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 15 Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16 E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?» 17 Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

    Chi trattiene chi?

    C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Letteralmente: Ed ecco una donna trattenente uno spirito di infermità, anni 18, ed era ricurva [greco: sunkùpto] e non poteva raddrizzarsi verso il completo-assoluto [greco: èis tò pànteles].
    Chi trattiene chi?
    Secondo la traduzione CEI è uno spirito che tiene, trattiene nell’infermità questa donna; nella traduzione letterale, invece, è la donna che trattiene-possiede uno spirito di infermità, e questo le impedisce di stare dritta. Le impedisce di stare diritta, sciolta, libera, cioè le impedisce di essere se stessa, in tutta la sua dignità e bellezza e di realizzare tutte le proprie divine potenzialità e ricchezze. Le impedisce soprattutto di innalzarsi verso l’Assoluto e di glorificare Dio. La liberazione che Gesù offre alla donna è completa, è guarigione del corpo e liberazione nello spirito. Lo si deduce dal fatto che la donna, appena guarita, si raddrizza all’istante, riprende la sua statura psichica e fisica, e si mette a glorificare Dio, segno questo della sua liberazione spirituale interiore.
    Per un insieme di ferite inferte e ricevute, debolezze, paure e ignoranza, la prigionia di questa donna era iniziata nel momento in cui aveva iniziato a pensare male di Dio, della vita, di se stessa, e così a trattenere lo spirito contratto del rancore, i pesi dei sensi di colpa, i tiranti della vendetta, le trazioni dilanianti della rabbia. È questo atteggiamento interiore della donna, di trattenere il male, che permette a Satana di farne una sua preda, di avvinghiarsi a lei, di tenerla legata e prigioniera e di piegarla e incurvarla a terra nella mente, nello spirito e nel corpo per 18 anni. Gesù impone le mani e la donna è guarita, immediatamente si raddrizza e glorifica Dio. La guarigione operata da Gesù permette alla donna di rimettersi in asse con se stessa, con la vita, con Dio. Guarigione che non accade in alcun modo nel cuore e nello spirito del capo della sinagoga, che non è ricurvo e piegato nel corpo, ma è ugualmente imprigionato mentalmente nelle catene di Satana, perché trattiene in sé lo spirito del male. È questo interiore necrotico trattenere il male, pensare male di Dio, che rende così paralitica, ricurva e stupida la mente del dirigente religioso tanto che, al massimo dello splendore della sua espressione intellettuale, reagisce alla potenza liberatrice di Gesù con sdegno infuocato quanto patetico e ridicolo. Il dirigente religioso, all’apice del suo acume speculativo e teologico, arriva a comandare l’ora e i giorni in cui l’umanità può incontrare e implorare Dio e Dio può amare, guarire, liberare l’umanità. La guarigione o accade dentro o non accade in nessun’altra dimensione ed è oltre i calendari, le leggi e le convenzioni.

    Nota per il lettore
    La riflessione Chi trattiene chi? è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  10. Vangelo di Matteo 22,34-40

    In quel tempo, 34 i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?»
    37 Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il grande e primo comandamento. 39 Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

    Sospesa

    Letteralmente è scritto: in questi due comandamenti tutta la legge è sospesa [greco: kremànnumi] e i profeti.
    Kremànnumi, “appendo, sospendo, impicco”, è il verbo della crocifissione, dell’appendere alla croce: la radice qrem richiama il telaio su cui tessere, il piolo su cui appendere. Indica che lì c’è il principio per cui tutto sussiste, tutto può stare in piedi e resistere. È il punto alto, il punto di fissione. L’accadico keremu significa “mantenere, sostenere”.
    Gesù ci rivela il cuore di tutto e di ogni cosa, il principio primo dell’uno e del tutto, la prima legge dominante per cui ogni cosa esiste e vive, la sintesi di ogni valore e metodo evangelico, il telaio divino a cui ogni parola di Dio, ogni ispirazione e profezia sono legate. È il punto fermo a cui tutto, tutto è legato da sempre, per sempre. Tutta la storia dell’uomo, la sua crescita e maturazione sapienziale, la sua evoluzione spirituale, scientifica e sociale, la sua salute fisica e intellettuale, le sue relazioni, il suo cooperare con il proprio lavoro all’opera creatrice, tutta la vita individuale e collettiva dell’uomo è sospesa a queste divine procedure: Amerai – questo futuro greco traduce il futuro ebraico, costruzione grammaticale con cui si esprime un comando, il comando, amail Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Nella croce, l’umanità ha sospeso Gesù per gridare a Dio Padre che Gesù non è stato percepito affatto come amico e Signore, ma come il nemico impostore supremo. Nella croce, Dio Padre ha lasciato sospendere suo Figlio per gridare all’umanità che, amico o no, Gesù è colui che incarna, realizza e annuncia la procedura dell’amore e, senza di lui, non potremo fare nulla, anzi, verremo nullificati in tutto ciò che senza di lui stiamo facendo. A quell’ama e a quella croce, che lo incarna fino al sangue e al dono totale, tutto è sospeso.

    Nota per il lettore
    La riflessione Sospesa è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  11. Vangelo di Luca 13,1-9

    1 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
    6 Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?” 8 Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9 Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

    Una o Altra

    Sono connesse tra loro ma sono gli estremi opposti, sono collegate e al tempo stesso indissolubilmente separate. Una e Altra non possono mai esistere e coesistere simultaneamente. O Una o Altra. Se c’è Una, Altra sparisce. Se c’è Altra, Una non si trova. Se Altra è conosciuta, Una è sconosciuta. Se Una è conosciuta, Altra è sconosciuta. Se Una è presente, Altra è assente. Se Altra è presente, Una è assente. Se Una è vicina, Altra è introvabile. Se Altra è vicina, Una è lontanissima. Se Una canta, Altra tace. Se Altra grida forte, Una è stata resa muta. Una annuncia, Altra denuncia. Una apre, Altra chiude. Una rivela, Altra oscura. Una rende possibile l’impossibile, Altra rende impossibile il possibile. Una unifica, Altra separa. Una propone, Altra pretende. Una viene dall’Uno, Altra viene dall’Altro.
    Letteralmente Gesù afferma: se non metanoètemutate-pensiero tutti similmente apolèisthe-perirete.
    Metanoète, “cambiate mente, opinione, mentalità”, deriva dal verbo greco metanoèo, composto dalla preposizione metà, “contro, inversamente, diversamente, attraverso” e dal verbo noèo, “intendo, comprendo, capisco”, che a sua volta deriva dal sostantivo nòus, “pensiero, mente, intelligenza, modo di intendere, di giudicare”. Nòus è la facoltà della nostra mente di concepire pensieri, elaborare concetti e formulare giudizi. Metanoèite, cambiate mente-nòus, è senz’altro l’attività spirituale più richiesta e proposta da Gesù nel vangelo per vivere il vangelo e vivere nella gioia. Se si potesse sintetizzare il vangelo in due parole, sarebbero muta mente, sia nel senso di cambiare, modificare l’orientamento mentale, sia di rendere muta la mente per far parlare lo spirito.
    Apolèisthe, “perirete”, deriva dal verbo greco apòllumi, “mando in rovina, faccio perire, distruggo, perdo, svanisco, perisco; riduco al nulla, nullifico, consumo, anniento”, formato dalla preposizione intensiva apò unita a òllumi, “faccio perire, guasto”. Quindi non si tratta semplicemente di morire, ma di essere distrutti, mandati in rovina, venir persi, resi nulli, nullificati. La distruzione, la nullificazione è il destino di chi non accetta di evolversi spiritualmente attraverso il mutamento interiore.
    Metanoèo è Una. Apòllumi è Altra.
    O Metanoèo, mutamento spirituale e psichico interiore, o Apòllumi, distruzione, nullificazione. O mutamento interiore in Dio o distruzione. O Una o Altra.

    Nota per il lettore
    La riflessione Una o Altra è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  12. Vangelo di Luca 12,54-59

    In quel tempo, Gesù 54 diceva alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. 55 E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. 56 Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? 57 E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
    58 Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. 59 Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

    Adami ed Eve

    In natura la legge della forza gravitazionale universale è già stabilita ed esiste prima e indipendentemente dalle valutazioni, dalle decisioni e dalla capacità di comprensione dell’uomo. L’uomo non è nelle condizioni di usare la propria intelligenza per sovvertire e modificare questa legge né di poter decidere se è giusta o meno, se gli conviene o meno, ha tuttavia la possibilità di usare la sua intelligenza per imparare a vivere all’interno del sistema governato dalle leggi della forza gravitazionale universale, nel modo più equilibrato, sano, armonioso e grato possibile.
    Il Creatore non ha fatto dono dell’intelligenza all’uomo perché l’uomo tocchi e mangi il frutto dell’albero, il bene e il male, tanto da deformarlo con le proprie azioni (toccare) e da trasformarlo, nella metabolizzazione delle proprie viscere mentali (mangiare), a proprio parere e piacimento, e in tal modo decidere da sé ciò che è vitale e mortale, mettendo così mano alle leggi che governano il tutto e l’uno. Adamo ed Eva, nell’istante in cui toccano e mangiano il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, in ebraico ‘etz ha-da’at-tov ve-ra’, non guadagnano affatto l’onniscienza promessa dal Serpente demoniaco, onniscenza che l’uomo non avrebbe comunque mai potuto possedere in quanto è unicamente prerogativa di Dio. Dopo la scelta, dopo aver toccato e mangiato il frutto, l’uomo neppure aggiunge nulla alla propria capacità percettiva spirituale perfetta di distinguere e sentire il vitale e il mortale – capacità che l’uomo già possedeva e che l’Eterno non poteva di certo rifiutare alla sua creatura intelligente –; ora, piuttosto, l’uomo si ritrova ad averla soffocata e resa muta. Con la scelta di mangiare il frutto dell’albero, l’uomo mette mano alla conoscenza del bene del male, conoscenza del vitale e del mortale, conoscenza che Dio si era riservato per il governo perfetto dell’armonia e la sopravvivenza di tutta la vita. L’uomo vi mette mano in modo incompetente, infantile e arrogante, per sfida e rivolta, non per amore e crescita spirituale. Dopo la caduta, gli Adami ed Eve si sono arrogati la facoltà di decidere da se stessi ciò che è bene e male, vitale e mortale e di agire di conseguenza: una rivendicazione di autonomia morale con la quale l’uomo spegne il suo sistema percettivo, il suo sentire divino a immagine e somiglianza di Dio e rinnega il suo stato di creatura e il suo legame di figlio con il Padre celeste. Con la scelta, gli Adami ed Eve hanno attentato alla sovranità di Dio, si sono posti intimamente in rivolta con il loro Creatore, hanno deciso di immergere l’intelligenza nell’orgoglio e non più nella sapienza, hanno preordinato il gusto emotivo alla trasgressione e non alla felicità, motivato le azioni prima al conflitto che a qualsiasi altra alternativa. Tutto questo processo disarmonico e separatore dà vita – usando qui questo verbo nel modo più paradossale, a qualcosa che la vita non conosceva – alla morte. Il Creatore avvisa Adamo: Non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché certamente moriresti. In realtà letteralmente è scritto tu diventeresti passibile di morte (letteralmente: di morte morirai, in ebraico mòt tamùt). Il Creatore non minaccia, ma avvisa, che toccare e mangiare il frutto produrrà come effetto una terribile deformazione creaturale, innescherà un processo prima inesistente, il processo della morte. Non c’è nulla di spirituale che, nel bene o nel male, non coinvolga in modo determinante la dimensione fisica, il DNA, gli atomi, e tutte le forze naturali. Sotto l’inganno di Satana, la scelta di Adamo, compiuta nel tentativo di usurpare la potenza creativa del Creatore, permette agli Adami ed Eve una specie di finto atto creativo al rovescio, l’invenzione da parte delle creature di un processo perverso e distruttivo, l’invenzione della morte. Questa realtà è inequivocabilmente rivelata in Sapienza 2,24 dove è scritto: Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. La scelta provoca un cambio di dimensione creaturale, anche se non immediato. Mangiare il frutto non procura ad Adamo e ad Eva una morte istantanea, infatti ambedue sopravvivono: il testo parla della morte come di una nuova dimensione prima sconosciuta, ne parla come il termine di una vita misera e triste. Toccare e mangiare il frutto, l’atto di superbia di arrogarsi il diritto di modificare il vitale e mortale a proprio piacimento e vantaggio, innesca processi biofisici ed elettrochimici nell’uomo che hanno reso l’uomo passibile di morte.
    A questa generazione Gesù fa un ultimo forte avvertimento, anzi a dirla tutta, Gesù si pone come l’ultimo decisivo avvertimento a questa generazione. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Come mai non sapete valutare i tempi che state vivendo e per quale motivo vi trovate a vivere in questo modo tra morte e miseria? Non sapete proprio capire da soli cosa sta succedendo, dove vi stanno conducendo le vostre scelte e le vostre azioni. A furia di decidere da voi stessi ciò che è bene e ciò che è male, vitale e mortale, ora non siete più in grado di comprendere cosa vi sta accadendo, la mortalità di questi tempi e la tempesta cosmica che è già sopra le vostre teste. Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Lungo la strada di questa vita terrena, prima di trovarvi davanti al Magistrato Eterno, cercate, Adami ed Eve, di mettervi d’accordo, di trovare un accordo, un equilibrio che spenga la rivolta contro Dio, che renda muto l’orgoglio e cancelli il desiderio di usurpare a Dio il governo del vitale e del mortale, altrimenti sarete consegnati agli esattori celesti, per rifondere tutti i debiti del non amore e dell’ingiustizia che hanno danneggiato l’uomo con la miseria, la fame, la sofferenza, la tristezza. Ritornate in voi stessi, Adami ed Eve, prima che le potenze dei cieli, le forza incommensurabili del cosmo, dell’universo e della natura, a cui vi siete ribellati, e che pensavate di poter governare a vostro piacere e interesse, vi chiudano in una prigione inimmaginabile e sconvolgente. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo.

    Nota per il lettore
    La riflessione Adami ed Eve è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  13. Vangelo di Luca 12,49-53

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «49 Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50 Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
    51 Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52 D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53 si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

    Fuoco

    Il fuoco a cui Gesù si riferisce è la potenza sconvolgente della conoscenza delle sue procedure e dell’amore che lui è venuto a portare, ed è chiaro che, per l’amore e la passione con cui ci ama, egli vorrebbe che questo fuoco fosse già acceso e incendiasse il mondo. Il battesimo, meglio l’immersione, che gli procura angoscia, è l’immersione tra le braccia della croce, l’immersione nella sua uccisione in croce. Immersione tanto più angosciante e terribile, dolorosa e agghiacciante, quanto più sarà frutto dell’odio e del violento rifiuto dei suoi amatissimi figli. La pace, invece, che lui è venuto a portare non ha nulla a che fare con la pace della convivenza delle relazioni umane, tanto meno di quelle generate e alimentate dai rapporti familiari e di sangue. Anzi, Gesù ci annuncia in anticipo che le procedure evangeliche, che è venuto a rivelarci per il vero benessere di tutti, troveranno i loro più acerrimi nemici e oppositori proprio tra i gangli delle strutture affettive delle relazioni familiari. È quasi incredibile, ma è tristemente vero, che tra le mura di casa maturano le guerre più cruente tra cuori e menti dalle diverse tendenze e concezioni religiose e di fede e, proprio in nome del vangelo e della sua proposta, si consumano i più tristi rituali della sfiducia, del disprezzo e della disapprovazione. Gesù è venuto a spezzare la pace familiare e dei legami di sangue, perché è una pace finta, costruita su convivenze di comodo e vuote convenzioni, tradizioni di uomini, schiavitù educative, stili di vita senza anima e spiritualità, retaggi economici, ricatti affettivi. Gesù è venuto a portare un fuoco, un fuoco che porterà divisione e separazione dovunque le relazioni di sangue e i legami familiari coprono solo opportunismo e paure, interessi e moralismi, senza aver generato veri rapporti d’amore, vere relazioni nello spirito e nell’anima.
    In verità Gesù, con il fuoco della sua proposta evangelica, spezzerà e dividerà chi unito non è mai stato, ma ha solo creduto di esserlo, e questo partendo dalla cellula familiare fino a ogni angolo della terra. Il fuoco di Gesù non vuole distruggere, ma purificare, purificare da dentro, e solo Dio sa quanto ce n’è bisogno.

    Nota per il lettore
    La riflessione Fuoco è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  14. Vangelo di Luca 12,39-48

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «39 Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
    41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?»
    42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44 Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
    45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
    47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

    A portata di mano

    Letteralmente: anche voi siate pronti [greco: ètoimos], perché a quale ora non pensate [greco: dokèite] il Figlio dell’uomo viene. In realtà “essere pronti” non traduce completamente tutta la potenza dell’intenzione del testo evangelico. L’aggettivo ètoimos, “pronto, preparato, alla portata, effettuabile; facile, agevole, disposto”, più letteralmente significa “essere a portata di mano in modo agevole”, dall’accadico etum, “vicino”, e dal fenicio et, “a fianco, presso, vicino”. Gesù non chiede ai suoi figli di essere pronti per la sua venuta, ma chiede di essere a portata di mano agevolmente. È diverso, completamente diverso. Innegabile il senso di tensione e di ansia, di mistero e di preoccupazione che il termine siate pronti porta con sé, aggiunto poi al fatto che Gesù esemplifica la sua venuta con quella di un ladro. In verità il testo non sottolinea la misteriosa imprevedibilità del momento dell’incontro con il Figlio dell’uomo con l’umanità, ma il fatto che è indispensabile che in quel giorno i figli di Dio siano pronti, anzi no, come dice letteralmente il testo, siano agevolmente a portata di mano, agevolmente a portata di mano del Figlio dell’uomo, della sua divina volontà. Secondo il vangelo, essere figli di Dio e figli del suo regno significa essere agevolmente a portata di mano, a portata della sua mano su questa terra, per realizzare il suo volere e il suo progetto dovunque la vita ci chiami a vivere. Quando perdoniamo ai fratelli i torti e le ferite che ci hanno inferto, siamo a portata di mano di Dio, quando non perdoniamo, siamo a portata di mano di Satana. Quando siamo grati, umili, sorridenti e pieni di compassione siamo a portata di mano di Dio, quando siamo arroganti, duri di cuore, giudici indagatori e tristi, siamo a portata di mano di Satana. Quando lavoriamo per il vero benessere di tutti, siamo a portata di mano di Dio, quando lavoriamo solo per il nostro tornaconto, per alimentare il nostro ego e proteggere i nostri vantaggi, siamo a portata di mano di Satana.
    Essere agevolmente a portata di mano di Dio è una scelta, una scelta che cambia tutta la vita dalle radici e ha il potere di predisporre in modo splendido l’uomo all’incontro con il Figlio dell’uomo, con Gesù. Se nei giorni dell’incontro saremo a portata della sua mano, la sua mano ci accarezzerà e ci solleverà fino al suo cuore, altrimenti non sarà agevole per noi afferrare la sua divina mano. Sembra incredibile ma i pianeti e le galassie, il sole e le stelle, pur nelle loro sconfinate dimensioni, sono sempre, perfettamente e agevolmente a portata di mano di Dio e del suo volere più dei piccoli cuori degli uomini.

    Nota per il lettore
    La riflessione A portata di mano è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  15. Vangelo di Luca 12,35-38

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «35 Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
    37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!»

    È ora

    Nessuna generazione umana ha mai dormito così tanto come questa, si tratta di una sonnolenza intellettuale e spirituale incredibilmente pesante e smisuratamente estesa. Un sonno demotivante, oscurante, desostanziante, decentrante, ingannevole, artificioso ha fatto sì che l’uomo non sia più pronto, più pronto a niente. Le lampade della sapienza e della conoscenza sono state violentemente spente o abilmente coperte ovunque. Nel tempo in cui la crudele astuzia dei potenti si è assisa sul trono del potere tirannico, l’ignoranza ha alluvionato ogni angolo della terra, del cuore e della mente. Le vesti, cioè tutto quello di cui l’uomo ha bisogno e necessita affinché la sua vita sia agile, sana, serena, libera, sicura, sono diventate vesti appesantite da morali impedenti, intralcianti, impaccianti, ingombranti, perché piene zeppe di prescrizioni, norme, regolamenti, inutilmente voluminosi, perché ripieni di leggi, dogmi, doveri, tasse, controlli e controllori. Così pieni di sonno interiore, a luci spente e imbavagliati da vesti pesantissime, dove potranno mai andare gli uomini di questa generazione?
    Non sarà facile svegliarsi da un sonno tale, ma vale la pena tentare, vale la pena provare a risvegliarsi e rimanere svegli per quando il Signore busserà alla porta dei cieli che sovrastano la terra.
    Sì, prima della sua prossima visita alla terra, Gesù, il Signore, busserà, busserà alla porta. Si potrebbe dire che bussare alla porta sia un’azione simbolica? No, in questo caso niente simboli. Questa è una descrizione precisa di quello che accadrà. Il Signore si farà precedere dal suo bussare alla porta e la porta della terra sono i cieli che sovrastano il nostro pianeta. Il Signore busserà alla porta dei cieli che si affaccia sulla terra, e non ci sarà uomo o donna a cui non sarà chiaro ed evidente cosa starà per succedere. Non sarà facile svegliarsi dall’inganno, dal sonnambulismo intellettuale in cui l’umanità è caduta, ma è importante provarci. E come? Primo: desiderandolo, desiderandolo tanto, tutti i secondi, e trasformando il desiderio in preghiera umile e accorata, per implorare lo Spirito Paraclito che ci risvegli da dentro e ci faccia rinascere con tutto il suo vigore e la sua fantasia. Secondo: mantenendo una fede certissima in Dio qualsiasi cosa accada, per non pensare mai male di lui. Terzo: respirando, bevendo, mangiando sempre con gratitudine, continuamente, per tutto e qualsiasi cosa. Quarto: chiedendo e offrendo perdono, sempre. Queste le procedure per risvegliarsi dal sonno e dall’inganno e rimanere svegli, rimanere svegli almeno per dare il benvenuto al Signore degli universi nella sua venuta intermedia, un benvenuto caldo di amore e riconoscenza. Rimanere svegli almeno per dirgli tra lacrime di gioia: grazie, Signore, senza di te sognavamo di essere svegli, poi ci hai svegliato e solo allora abbiamo visto che stavamo dormendo. Grazie.

    Nota per il lettore
    La riflessione È ora è tratta dal libro Innamorati dell’amore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2013.

  16. Vangelo di Luca 12,13-21

    In quel tempo, 13 uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». 14 Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» 15 E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
    16 Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17 Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18 Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!” 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

    Cupidigia

    Secondo Gesù, la vita dell’uomo non dipende dai suoi beni, dai suoi averi. Per i sistemi mentali, per le abitudini e lo stile della vita di questa generazione, questa affermazione è una prospettiva assolutamente nuova, sbalorditiva, praticamente non condivisibile, avulsa da ogni logico realismo. La prova è nel fatto che anche oggi milioni di persone hanno ricevuto l’ordine di combattere e uccidere e molti altri, anche senza ordini dall’alto, hanno messo mano alle armi per una striscia di terra, per un confine, per la supremazia e il controllo di una fetta del mercato mondiale, per un appalto in più, per riempire un magazzino. L’affermazione di Gesù non è certamente condivisibile dalla politica e dall’economia di questa generazione, ma è un dato reale e inoppugnabile che è la cupidigia, cioè l’avere di più, il desiderio di avere più grande, il desiderio di superiorità, preminenza, guadagno che sta macellando l’umanità, riempiendo la terra di sangue e di ogni ignobile ingiustizia, sporcando l’acqua che dobbiamo per forza bere e l’aria che dobbiamo per forza respirare.
    Gesù ripete con forza a questa generazione illusa e disperata: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede, perché almeno lui sa per certo che l’uomo non può vivere senza acqua, non può vivere senza aria, senza cibo, senza libertà e dignità. La cupidigia non è un problema morale, ma è una forma di disallineamento con le forme più elementari di sopravvivenza. La cupidigia è un acido potentissimo, l’unico che veramente ha il potere di bruciare spirito, mente e corpo senza lasciarne traccia che nella cenere e nel fumo delle macerie a perdita d’occhio.

    Nota per il lettore
    La riflessione Cupidigia è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  17. Vangelo di Matteo 22,15-21

    In quel tempo, 15 i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
    16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»
    18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?»
    21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

    Sistemi

    Il sistema di Cesare è un sistema senza amore per costituzione, dunque è un sistema omicida per essenza e per natura. Il sistema di Cesare riempie bocche e biblioteche, parlamenti e cattedre di diritti e legislazioni ma, non essendo fondato in alcun modo sull’amore, è un sistema ladrone e omicida. Per il sistema di Cesare l’ingiustizia è naturale come lo sono la sopraffazione, la coercizione, gli eserciti, l’ambizione, il conflitto, l’assedio, l’inganno, lo sfruttamento. È evidente che la legge, la giustizia, l’economia, il mercato, la cultura senza amore sono un capestro per ogni singolo collo di uomo, sono una sedia elettrica sempre attiva dove è già seduto ogni singolo impero, governo e individuo. Nelle piazze del sistema di Cesare i poveri protestano e fanno le rivoluzioni chiedendo giustizia e ricevono, dai servi del sistema, bastonate, carcere, morte, oppressione. Il sistema di Cesare crede di creare l’assenso rompendo e tagliando teste, ma sa benissimo che non ha creato alcun consenso, ha solo eliminato un contestatore dissidente. Chiedere giustizia al sistema di Cesare è come chiedere refrigerio al cuore di un vulcano, è come chiedere a una leonessa affamata di non scagliarsi contro il cucciolo di una gazzella rimasto impigliato tra i rami. È stupido, inconcludente, sciocco, inutile, frustrante. I sistemi di Cesare si autodefiniscono laici, senza riferimenti religiosi, per rispetto di tutti, ma in verità sarebbe più corretto affermare che sono naturalmente e normalmente senza amore, senza alcun minimo riferimento alla forza e alla luce dell’amore.
    Il sistema di Dio è un sistema dove tutto deve essere amore per costituzione, per essenza stessa, dunque è un sistema vitale, rispettoso, armonioso per essenza e natura. Il sistema di Dio riempie il cuore e le menti delle supreme e sbalorditive ispirazioni evangeliche, perché l’uomo scelga e operi per il vero e splendido benessere di tutti gli uomini e di ogni essere vivente. Nelle piazze del sistema di Dio, gli uomini imparano e conoscono cosa sia la forza sconosciuta della condivisione rispettosa, la forza scientificamente evoluta della distribuzione delle energie e delle risorse che la terra e la natura offrono a tutti. Nel sistema di Dio si può chiedere di imparare ad amare, a perdonare, a essere grati e gratuiti nelle azioni di ogni giorno, perché è il sistema di Dio, il sistema più laico mai esistito, in quanto fondato sull’amore e per amore del popolo di Dio. Laico significa, appunto, “appartenente al popolo”. Il sistema di Cesare è in modo evidente un sistema di fiere rapaci, di uno contro l’altro, dove vince il più forte, il più ricco, il più prepotente. Il sistema di Dio è il sistema delle Beatitudini evangeliche, della compassione, del perdono, della condivisione. Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, dice Gesù. Gesù ci invita a rendere e a offrire a ogni sistema la stima e l’onore che riteniamo sia giusto. Questo è il modo più efficace per intraprendere e scegliere la nostra luminosa evoluzione o la nostra scomparsa dalla faccia della terra.

    Nota per il lettore
    La riflessione Sistemi è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

  18. Vangelo di Luca 10,1-9

    In quel tempo, 1 il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
    2 Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3 Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
    5 In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
    8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9 guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

    Quello che interessa

    In qualsiasi caso, sempre e comunque, l’uomo chiede a Dio, a se stesso e agli altri quello che veramente gli interessa. Fino a che l’uomo chiede di essere rappresentato dalla forma di un panno, gli sarà data la moda. Fino a che l’uomo chiede di divertirsi, guardando altri che competono e gareggiano, gli sarà data questa forma di divertimento e di svago. Fino a che l’uomo chiede di essere illuminato dalle opinioni della maggioranza, gli sarà data la consolazione degli opinionisti. Fino a quando l’uomo vorrà perseguire la propria ricchezza e benessere con un colpo del caso e della fortuna, gli sarà offerto di gettare al vento – vento che puntualmente deposita tutto nelle tasche del gruppo dei vantaggi – montagne di energia economica. Fino a quando l’uomo vorrà perseguire ricchezza e benessere solo per se stesso e per la propria famiglia, gli sarà dato di gettare energia economica nelle mani di altri, perché altri cantino per lui, decidano per lui, giochino per lui, suonino per lui, si divertano per lui. Finché all’uomo interessa e gradisce l’illuminazione e l’intrattenimento del casalingo specchio fluorescente, è perfettamente coerente che un pedone della scacchiera degli sport competitivi guadagni in un anno l’energia economica che altri milioni di uomini non guadagnerebbero mai nemmeno lavorando sodo per mille vite. Fino a quando all’uomo interesserà l’ignoranza, la schiavitù, la miseria, ignoranza, schiavitù e miseria gli saranno fornite e date. Quando l’uomo inizierà ad avere interesse per il vero, per la conoscenza, per la vera evoluzione, per avere uomini e donne capaci di ispirare il cuore di altri uomini e donne, per costruire una vita luminosa e piena di ogni bene per tutti, allora tutto questo sarà offerto prontamente all’umanità. Da millenni i popoli maledicono la vita per ciò che la vita ha loro riservato, per ciò che dalla vita ogni giorno ricevono e che a loro non aggrada, ma pochi si concentrano su quello che alla vita hanno chiesto e stanno chiedendo. Gesù manda i suoi discepoli a due a due per il mondo per ispirare i popoli e le genti, ma è perfettamente consapevole che perfino i discepoli saranno pochi fino a quando agli uomini non interesserà essere ispirati. Fino a che all’uomo non interesserà essere ispirato, non pregherà il Padre che mandi nel mondo i suoi ispiratori.

    Nota per il lettore
    La riflessione Quello che interessa è tratta dal libro Ispirare il cuore di Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2012.

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